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Ogni anno 220 miliardi di tonnellate di sostanze chimiche vengono rilasciate nell’ambiente e l’inquinamento causa oltre 9 milioni di morti. L’Italia è il primo Paese europeo per morti attribuibili all’inquinamento atmosferico, con lo smog che provoca fino a 90mila morti premature l’anno. Roma, 19 gennaio 2022

Qui la scheda di approfondimento “Quello che non sapevi di bere, mangiare e respirare” https://www.dropbox.com/s/hhjc3pmj8dttpqw/Scheda%20di%20Approfondimento%20Homo%20Chimicus%20LAST.pdf?dl=0. Cartella – https://www.dropbox.com/sh/w8q231tv7cnadry/AABEIuDQ2_ewfIfhGCB0MF7oa?dl=0%20.

Migliaia di sostanze chimiche, sia sintetiche sia naturalmente presenti nell’ambiente, convivono con noi. Le ritroviamo nell’aria, nell’acqua, nel suolo, negli alimenti, nei vestiti, negli utensili, nei mobili, nei giocattoli, nei cosmetici e nei farmaci. La nostra società non sarebbe la stessa senza di esse ma -nonostante la loro utilità- molte possono avere un impatto negativo sulla salute dell’uomo e sull’ambiente. Il WWF Italia l’allarme ricordando che ogni anno nel mondo 220 miliardi di tonnellate di sostanze chimiche vengono rilasciate nell’ambiente e che a livello globale sono in commercio oltre 100mila sostanze tossiche. Solo in Europa, nel 2020, sono state prodotte e utilizzate oltre 200 milioni di tonnellate di sostanze chimiche pericolose per la salute umana e oltre 50 milioni di tonnellate pericolose per l’ambiente.

QUALI SONO LE SOSTANZE CHIMICHE INQUINANTI E DOVE SI NASCONDONO

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha identificato le 10 principali sostanze chimiche presenti nell’ambiente che destano preoccupazione per la salute pubblica mondiale, tra cui: particolato atmosferico (es. PM10, PM2,5), metalli pesanti (es. mercurio, piombo e arsenico), pesticidi e inquinanti organici persistenti (POP) come i policlorobifenili (PCB) e le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), benzeni e diossine. Tutti gli ambienti possono essere potenziale fonte di inquinanti: dalle città, alle campagne, fino a spazi chiusi come case, scuole e luoghi di lavoro, soprattutto in un contesto di industrializzazione e urbanizzazione incontrollate, di crescita demografica e utilizzo intensivo di combustibili fossili. Possiamo bere, mangiare e respirare queste sostanze senza neanche accorgercene. Per fare alcuni esempi ogni giorno nel nostro corpo entrano più di 100mila microplastiche dall’aria, dall’acqua e dal cibo, una quantità pari a diversi milligrammi al giorno. In città, ad esempio, respiriamo microplastiche provenienti soprattutto dagli pneumatici, e in casa possiamo inalare microplastiche dalla polvere. A tavola invece possiamo ingerire non solo microplastiche attraverso soprattutto frutti di mare, verdure (fino a circa 55mila microplastiche dal consumo di pesci, molluschi, crostacei e ricci di mare) e acqua, ma anche metalli pesanti, che sono la causa di elevati tassi di malattia e mortalità in tutto il mondo. Si stima che con il consumo dei prodotti della pesca possiamo ingerire fino a circa 55mila microplastiche da pesci, molluschi, crostacei e ricci di mare e che con una sola porzione di pesce spada (circa 60 grammi per i bambini e 150 per gli adulti) si può superare la dose settimanale tollerabile di metilmercurio. L’entità dell’esposizione umana alle microplastiche attraverso la dieta e le conseguenze per la salute umana non sono ancora ben chiare, mentre per quanto riguarda i metalli pesanti si stima che oltre 500 milioni di persone in tutto il mondo siano a rischio di un’esposizione eccessiva ad esempio all’arsenico, e che oltre 900mila decessi prematuri ogni anno sono causati dal piombo. Altro contaminante che assumiamo attraverso la dieta sono i pesticidi. L’utilizzo dei pesticidi in agricoltura ad oggi è massiccio e solo una piccolissima percentuale raggiunge gli organismi bersaglio, mentre gran parte si disperde nell’ambiente e colpisce specie non bersaglio. Il risultato è che ritroviamo residui di pesticidi nell’aria, nell’acqua e nel cibo. (Scopri di più nella scheda di approfondimento).

LE CONSEGUENZE PER L’AMBIENTE E PER L’UOMO

Molte sostanze chimiche di sintesi non sono metabolizzabili dall’ambiente, dunque, permangono e si accumulano in ogni comparto ambientale. Poiché in ambiente non esistono confini e barriere invalicabili, gli inquinanti possono diffondersi e viaggiare per tutto il globo. La conseguenza è che l’inquinamento chimico da sostanze tossiche e il loro impatto sulla salute umana sono tra i problemi più urgenti degli ultimi tre decenni e che l’uomo oggi è probabilmente la specie più esposta a complesse miscele di sostanze chimiche inquinanti e contaminanti. Potremmo chiamarci “Homo Chimicus” invece di Homo sapiens sapiens. Neanche l’essere umano, come l’ambiente, è in grado di metabolizzare molte sostanze chimiche di sintesi a cui è esposto quotidianamente e questo significa che un numero crescente di sostanze sta entrando a far parte anche del nostro metabolismo. Oltre 400 sostanze chimiche o loro metaboliti sono state rinvenute nel corpo umano (ad esempio nell’urina, nel sangue, nel liquido amniotico, nel latte materno e nei tessuti adiposi), suggerendo come ormai quasi tutte le popolazioni del mondo abbiano livelli rilevabili di un’ampia varietà di sostanze chimiche tossiche nell’organismo. Gli studi nell’UE indicano la presenza nel sangue e nei tessuti umani soprattutto alcuni pesticidi, prodotti farmaceutici, metalli pesanti, plastificanti e ritardanti di fiamma. Particolarmente preoccupante è la presenza sempre più frequente di cocktail (miscele) di sostanze nocive note e sospette (soprattutto pesticidi, bisfenoli, ftalati, PCBs e PFAS) nel sangue materno, nel siero ombelicale, nella placenta, nel latte umano e nelle urine di mamme e bambini. Queste sostanze possono avere effetti negativi sullo sviluppo, la riproduzione e il sistema immunitario sia a livello prenatale sia successivamente nell’arco di vita, pertanto il rischio è che possano influire anche sulle popolazioni future. Il contributo dell’inquinamento chimico ambientale al carico globale di malattie è quindi ormai accertato: secondo l’OMS nel mondo, il 22% del carico globale di malattie e il 24% di tutti i decessi sono legati a fattori ambientali, soprattutto l’inquinamento. Negli ultimi due decenni, i decessi causati dalle moderne forme di inquinamento multiplo e diffuso sono aumentati del 66% causando ogni anno oltre 9 milioni nel mondo di morti. In generale l’inquinamento atmosferico (sia indoor che ambientale outdoor) rimane il più pericoloso: causa oltre 5-7 milioni di morti all’anno a livello globale. Il 91% della popolazione mondiale è mediamente esposto a livelli degli inquinanti nell’aria al di sopra dei valori raccomandati dall’OMS per la salvaguardia della salute. E l’Italia ha il triste primato fra i Paesi europei per morti attribuibili all’inquinamento atmosferico, con lo smog che causa fino a 90mila morti premature l’anno. Purtroppo, considerando l’elevato numero di inquinanti chimici moderni e la loro ubiquità nell’ambiente, i dati a livello globale sul carico di malattie e i decessi attribuibili all’inquinamento sono quasi certamente sottostimati. Nel 2009 l’inquinamento chimico è stato definito come uno dei limiti planetari da non oltrepassare per salvaguardare l’umanità. Oggi alcuni scienziati sostengono che abbiamo ormai superato questo limite oltre il quale non c’è più sicurezza per la biosfera e l’umanità, avendo immesso nell’ambiente un cocktail di sostanze chimiche di sintesi che pervadono tutto il Pianeta.

DA CAUSA A SOLUZIONE: SALVAGUARDIAMOIL FUTURO DELLA NOSTRA SALUTE

Non possiamo più sottovalutare il rischio che l’inquinamento ambientale rappresenta per la nostra salute e quella del Pianeta. L’uomo, da causa dell’inquinamento globale deve diventare soluzione.  Per limitare gli effetti negativi delle sostanze chimiche che fanno ormai parte del nostro attuale stile di vita, il WWF promuove: 

la ricerca scientifica in campo tossicologico ed ecotossicologico per incrementare la conoscenza sulle sostanze chimiche e sulle miscele presenti nell’ambiente outdoor e indoor (case, scuole, uffici etc.) e le possibili alternative esistenti;

cambiamenti nelle abitudini e negli stili di vita dei cittadini, informando sulle scelte migliori nella scelta e utilizzo responsabile di prodotti per la cura della casa e della persona, per i cosmetici, i tessili, le apparecchiature elettroniche, i materiali destinati a contatto con gli alimenti fino agli alimenti stessi, l’arredamento e molto altro) per ridurre l’esposizione quotidiana a cocktail di sostanze che possono rappresentare un rischio per la nostra salute;

l’adozione di un’etichettatura adeguata che aiuti i cittadini ad essere consapevoli dei rischi e ad adottare misure appropriate di prevenzione;

l’adozione di criteri ambientali minimi nel Green Public Procurement per limitare l’esposizione alle sostanze chimiche pericolose negli acquisti di beni e servizi nelle strutture scolastiche, pubbliche e sanitarie;

la definizione in Italia di una strategia in materia di sostanze chimiche che orienti il nostro Paese verso l’obiettivo di un inquinamento zero;

la riduzione dell’uso di materie plastiche monouso e non necessarie per eliminare la loro dispersione in natura e ridurre il rischio per la salute pubblica rappresentato dal loro contenuto di sostanze chimiche pericolose e dannose, prioritariamente per il sistema endocrino;

un’alimentazione che limiti l’esposizione alle sostanze chimiche tossiche importante soprattutto per gruppi vulnerabili, come le donne in gravidanza e i bambini, per esempio grazie al consumo di prodotti biologici per ridurre il carico di pesticidi.

Infine non possiamo dimenticare che inquinamento, cambiamento climatico e perdita di biodiversità sono strettamente collegati. Gli sforzi a livello globale per contrastare l’inquinamento chimico possono e devono essere sinergici con altri programmi di politica ambientale globali per effettuare una transizione ecologica rapida e su larga scala, in ottemperanza anche degli SDGs 2030. La sana gestione delle sostanze chimiche e la prevenzione del loro impatto negativo sull’ambiente e sulla salute umana contribuirebbero alla creazione di ambienti sani e comunità resilienti, ottenendo così un doppio beneficio per la salute umana e del pianeta.

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Roma, 18 gennaio 2022 – Oggi, a Bruxelles, l’Osservatorio contro il Greenwashing, una coalizione di esperti e ONG, ha lanciato una propria Tassonomia Indipendente basata sulla Scienza. Banche, investitori e assicuratori potranno verificare se i loro investimenti sono veramente verdi e in linea con la scienza sul sito www.greenwashed.net. L’iniziativa mira ad aiutare gli investitori a fare chiarezza, dopo che l’Unione Europea ha considerato “sostenibili” il gas, il nucleare, la combustione di alberi, il disboscamento intensivo e altre attività dannose, inserendole nella Tassonomia UE, la guida europea agli investimenti “verdi”. Il controverso Atto della Tassonomia, nella quale erano inclusi anche il gas e il nucleare, è entrato in vigore il 1° gennaio 2023. Un portavoce dell’Osservatorio contro il greenwashing ha dichiarato: “La Tassonomia dell’UE era stata originariamente concepita per eliminare il greenwashing, ma è invece diventata un altro strumento per ingannare i consumatori. La Tassonomia basata sulla scienza vuole riuscire laddove la Tassonomia ufficiale ha fallito: creerà criteri rigorosi che le istituzioni finanziarie potranno utilizzare per valutare correttamente ciò che è verde e ciò che non lo è”. La Tassonomia Indipendente basata sulla Scienza riprende i criteri della Tassonomia ufficiale quando sono validi e se ne discosta solo quando non sono fondati sulla scienza o sono dannosi per l’ambiente. Un portavoce dell’Osservatorio contro il Greenwashing ha aggiunto: “Questo è solo un primo passo. In futuro, la Tassonomia Indipendente Basata sulla Scienza fornirà anche ulteriori criteri per aiutare il mercato ad anticipare i futuri aggiornamenti della Tassonomia e a collegare la Tassonomia con i percorsi di decarbonizzazione 2050 specifici per settore e con il contributo alla salvaguardia della biodiversità, alla prevenzione dell’inquinamento, alla protezione delle acque e all’economia circolare”. La Tassonomia Indipendente basata sulla Scienza estenderà gradualmente il contesto della tassonomia anziché concentrarsi sull’attuale piccola percentuale di settori considerati “sostenibili”. Essa classificherà tutte le attività economiche utilizzando un sistema a semaforo: verde per le attività sostenibili, arancione per le attività che operano tra livelli di prestazione significativamente dannosi e contributi rilevanti, e rosso per le attività dannose. Inoltre, i criteri di classificazione delle attività economiche saranno aggiornati ogni 3-5 anni per riflettere gli sviluppi tecnologici, scientifici e legislativi. La prima versione della Tassonomia Indipendente basata sulla Scienza si basa su una valutazione preliminare della tassonomia UE da parte di un Gruppo di Esperti Tecnici (TEG). Il TEG continuerà a svolgere ulteriori analisi tecniche per perfezionare i criteri per una tassonomia basata sulla scienza. Il Segretariato della Tassonomia Indipendente basata sulla Scienza invita candidati qualificati a presentare domanda di partecipazione al Bando come Membro del Gruppo di Esperti Tecnici della Tassonomia Indipendente basata sulla Scienza, a partire da mercoledì 18 gennaio 2023.

Note per i redattori. L’Osservatorio contro il Greenwashing è una coalizione di ONG ed esperti che riunisce WWF, BEUC, ECOS, BirdLife International, Transport&Environment, Chemsec, Milieudefensie, Legambiente ed Ecologistas en Acción. Per maggiori informazioni, consultare www.greenwashed.net.

IL TAR PIEMONTE ACCOGLIE LA DOMANDA DELLE ASSOCIAZIONI AMBIENTALISTE E SOSPENDE IL DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA. LIPU, Legambiente, Pro Natura e WWF Italia: importante primo passo, necessario dare attuazione a Costituzione e norme europee. Roma, 17 gennaio 2023

Con Ordinanza n. 5/2023 il Tribunale Amministrativo Regionale per il Piemonte ha accolto la domanda cautelare presentata dalle associazioni Lipu, Legambiente, Federazione Nazionale Pro Natura e WWF Italia disponendo la sospensione dell’efficacia del decreto del Presidente della Provincia del Verbano Cusio Ossola, n. 35 del 18 marzo 2022, che ha autorizzato, sino al 31.12.2023, l’immissione nelle acque provinciali anche di specie ittiche non autoctone. Il Presidente della Provincia aveva in particolare autorizzato l’immissione della Trota fario (atlantica o mediterranea) qualificandola semplicemente come “specie ammessa alla pratica di immissione” mentre la stessa, per come rilevato dal TAR “non appare oggetto di autorizzazione all’immissione” alla luce della normativa vigente. I giudici hanno quindi applicato il principio di precauzione riconoscendo il pericolo rappresentato dalla immissione di queste specie e la necessità di dare prevalenza all’interesse di tutela ambientale. “L’ordinanza del TAR Piemonte – dichiarano le associazioni ricorrenti – rappresenta un primo importante passo per giungere ad una piena applicazione della normativa internazionale ed europea di riferimento che da tempo ha riconosciuto nella diffusione delle specie invasive una delle principali minacce alla biodiversità e all’integrità degli ecosistemi, vietando e contrastando le immissioni volontarie o meno. Nonostante ciò, nel corso del tempo in Italia si è perseverato nell’adozione di deroghe a livello regionale e locale con l’obiettivo di fare concessioni a settori, come quello della pesca ricreativa, le cui istanze non sono sempre coerenti con i preminenti interessi di tutela della biodiversità. Gli ecosistemi fluviali e lacustri, così come le zone umide, pur ricoprendo un ruolo fondamentale anche in termini di servizi ecosistemici forniti alle comunità, sono oggi gli ambienti più minacciati, tanto dai cambiamenti climatici, quanto dalle attività umane: si pensi alla costruzione di dighe e sbarramenti che impediscono all’ittiofauna migratrice di risalire i corsi d’acqua, alla distruzione della vegetazione ripariale e alle escavazioni in alveo con la scusa della manutenzione idraulica con conseguenze negative sulla biodiversità ma spesso anche sulla sicurezza idraulica, allo sfruttamento eccesivo della risorsa idrica, all’inquinamento sino, per l’appunto, alla immissione di specie alloctone invasive. Per queste ragioni – concludono le associazioni – continueremo a vigilare e ad attivarci a tutti i livelli affinché lo Stato, così come le sue articolazioni decentrate, dia piena e concreta attuazione al principio fondamentale di tutela della biodiversità previsto dall’art. 9 della Costituzione”.

Comunicato stampa inviato dall’ufficio stampa WWF Italia per conto delle Associazioni citate.

Esigenza più volte richiamata da WWF che ha già chiesto una legge delega e lanciato la proposta di una Authority che faciliti il percorso normativo. Roma, 12 gennaio 2023

“Siamo estremamente soddisfatti dell’impegno annunciato dal Ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin di istituire un’apposita Commissione per dare un seguito normativo ai principi costituzionali della tutela ambientale, della biodiversità e degli habitat e dell’interesse delle generazioni future introdotti un anno fa. Mentre le tematiche più specificatamente ambientali come bonifiche, rifiuti, processi valutativi ed autorizzativi, gestione dei distretti idrografici, sono organicamente trattate in un codice, i temi della tutela della natura sono polverizzati in una molteplicità di norme a volte contraddittorie. Ad esempio la tutela della fauna che avviene tramite la legge sulla caccia. Si tratta di un’esigenza più volte richiamata dal WWF che ha chiesto una legge delega che consentisse di accelerare il percorso normativo e l’istituzione di un Garante della Natura, cioè di un Autority che faciliti una corretta ed omogenea applicazione normativa dal livello comunitario a quello regionale”, questo il commento del presidente del WWF Italia Luciano Di Tizio dopo l’annuncio fatto dal ministro dell’Ambiente e della sicurezza Energetica all’incontro  “Valore Natura” in svolgimento oggi a Roma.

Roma, 12 gennaio 2023Cartella – https://www.dropbox.com/sh/ya9h0podth4xk2b/AACRxvoNJLF4Ga-1NQD9YCj7a?dl=0.

L’incontro “Valore Natura”, organizzato da Marevivo e WWF e in corso a Roma, si focalizza su temi riguardanti il ruolo delle Aree Protette, dando voce alle Istituzioni che sono protagoniste di questa sfida e a cui le Associazioni hanno chiesto di illustrare quello che in concreto si sta facendo per perseguirla in modo corretto. Dal Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin al Ministro della Protezione Civile e delle Politiche del Mare Nello Musumeci e dal Presidente della Commissione Agricoltura e Turismo del Senato Luca De Carlo (questi ultimi due protagonisti di una sessione moderata dal direttore di Green&Blue di Repubblica Riccardo Luna), dal Presidente dell’ISPRA Stefano Laporta al Comandante Generale delle Capitanerie di Porto Nicola Carlone, dal Generale dei Carabinieri Forestali Raffaele Manicone al Presidente di Federpachi Giampiero Sammuri, da molti Direttori di Aree Marine Protette ai tecnici di WWF e Marevivo, i professori Carlo Blasi, Direttore scientifico Centro di Ricerca Interuniversitario Biodiversità, Servizi Ecosistemici e Sostenibilità e Carlo Alberto Graziani, Presidente Gruppo di San Rossore, gli interventi hanno sottolineato come l’obiettivo comunitario della tutela estesa al 30% del territorio e del mare rivesta anche un’importante opportunità di carattere economico e di funzionalità rispetto al contrasto al cambiamento climatico. Nonostante sia un importante provvedimento dell’Europa e uno dei target fondamentali su cui i governi europei dovranno lavorare per raggiungere l’obiettivo del 30% di territorio protetto entro il 2030, la Strategia europea per la Biodiversità continua ad essere un oggetto misterioso per l’opinione pubblica italiana. In un recentissimo sondaggio realizzato da EMG per il centro Studi del WWF Italia, illustrato dall’Amministratore delegato e Partner di EMG Different Fabrizio Masia nel corso dell’incontro, infatti, il 90% dei cittadini non è a conoscenza del fatto che l’Unione Europea abbia varato una strategia per arrivare entro il 2030 al 30% di territorio e mare protetti di tutta Europa. Inoltre, l’86% dei cittadini dice di non essere a conoscenza della riforma costituzionale del 2022, che ha modificato gli articoli 9 e 41 della Costituzione Italiana inserendo la tutela della biodiversità e degli ecosistemi all’interno dei suoi principi generali. Il 45% dei cittadini pensa che il nostro Paese non stia facendo abbastanza per raggiungere questo obiettivo europeo e gli intervistati ritengono che lo Stato (47% citazioni) e le Regioni (24% citazioni) dovrebbero essere i soggetti in prima linea per centrarlo. La percezione dell’opinione pubblica è che non si stia facendo abbastanza per la tutela dei processi naturali e delle aree protette (54% poco + per nulla) e il 77% degli intervistati è molto/abbastanza favorevole a destinare maggiori risorse alla difesa della natura. Il 75% (8 italiani su 10) pensa che lo Stato dovrebbe impiegare maggiori risorse rispetto a quanto ha fatto fino ad oggi sulla tutela delle Aree protette e della natura in generale. Dalla ricerca emerge poi che nonostante una buona conoscenza di parchi nazionali e regionali, l’86% dice di conoscerli (percentuali che scendono al 56% per le aree della Rete Natura 2000), siano pochi gli italiani che li frequentano. Solo l’8% sostiene, infatti, di aver visitato nel 2022 un parco nazionale; stessa percentuale per coloro i quali hanno visitato un parco regionale. Gli italiani hanno le idee chiare su quali siano gli scopi delle aree naturali protette. Per il 50% del campione, infatti, devono tutelare e valorizzare la natura, per il 20% sono importanti per proteggere gli animali che vivono nell’area protetta e per l’8% educano e sensibilizzano i cittadini sui temi ambientali. Nonostante l’espressione servizi ecosistemici non sia ancora penetrato nell’opinione pubblica, il 73% dei cittadini pensa che acqua, aria e cibo dipendono dai sistemi naturali. Infine, per i cittadini, tutelare il territorio e il mare è molto importante per il nostro benessere (82% molto + abbastanza) e per ridurre gli effetti del cambiamento climatico (67% molto + abbastanza). “La stragrande parte degli Italiani ignora la riforma costituzionale sull’ambiente in costituzione in vigore ormai da un anno. Una percentuale ancor più alta di persone non sa che il nostro Paese deve porre sotto tutela almeno il 30% della superficie terrestre e marina entro il 2030. Obbiettivo possibile ma molto difficile se non si aumenta la consapevolezza dell’importanza della conservazione della natura e se non si rendono più efficienti ed efficaci le attuali aree protette, sia terrestri che marine, istituendo anche quelle già previste per legge”, ha dichiarato il presidente del WWF Italia Luciano Di Tizio che aggiunge: “Il 2030, scadenza prevista dall’unione Europea è tra sette anni: di questo passo non riusciremo a centrare un obiettivo indispensabile a proteggere la nostra natura, il nostro mare e il nostro benessere. Serve un impegno straordinario, che i cittadini chiedono e che deve vedere protagoniste – sin da subito – le istituzioni”. WWF e Marevivo, anche con un documento presentato nel corso dell’incontro, hanno sottolineato come l’attuale sistema veda le Aree Marine Protette relegate ad una sorta di Serie B con strumenti e ruolo diversi rispetto a quelli garantiti alle aree protette terrestri. “Le aree marine protette in Italia sono 29, più 2 parchi sommersi, ma in pochi conoscono la loro importanza” ha dichiarato Rosalba Giugni, Presidente Marevivo, che aggiunge: “Pur trattandosi di un numero significativo, la percentuale di acque territoriali protette in modo efficace è lontana da quella prefissata al 2030, che prevede un’estensione del 30% rispetto a quella attuali. Considerando che il mare protetto ad oggi ricopre solo il 13,4% e che di queste solo lo 0,01% risulta con livello di protezione integrale e che i fondi stanziati per le AMP sono pari a 7.000.000 di euro annui, corrispondenti a un decimo di quelli garantiti ai parchi terrestri, Marevivo chiede interventi concreti per migliorare la gestione e la tutela del nostro immenso patrimonio marino. Tra le azioni necessarie: ricondurre la discipline delle AMP a quella dei Parchi Marini mediante la riforma della Legge 394, istituire al Ministero dell’Ambiente, oggi MASE, una cabina di regia agile e fortemente operativa per individuare in tempi rapidi criticità e soluzioni, realizzare un sistema nazionale delle aree marine protette che consenta lo scambio e favorisca programmi pluriennali comuni, intervenire sulla loro governance e realizzare un inventario della biodiversità nelle AMP affinché diventino i termometri dello stato del capitale naturale delle nostre acque”. Le Associazioni, quindi, hanno presentato una serie di punti ritenuti essenziali per rafforzare la tutela del mare: l’adozione di criteri di valutazione che permettano di misurare l’efficacia di gestione di ogni singola area marina protetta, l’insufficienza degli stanziamenti e del personale a queste preposto, il rafforzamento della sorveglianza, l’estensione delle superfici protette attraverso riperimetrazioni, nuove istituzioni anche off shore, l’annessione ai parchi costieri di aree a mare. Il sistema Aree Marine Protette ha evidenziato, secondo le Associazioni, evidenti limiti di gestione ed è per questo che viene richiesto coraggio per immaginare anche nuove forme di governance sia come coordinamento ed omogeneità dei criteri di gestione sia come istituzione di veri e propri Parchi Marini per le realtà più estese. La sessione dedicata alle aree protette terrestri ha evidenziato come concetti quali “sistema” (il sistema delle aree protette) o come “rete” (Rete Natura 2000) imporrebbero una visione d’insieme ed una gestione più coerente, coordinata e sinergica. Considerare le aree sottoposte a vincoli ambientali come ‘isole’ è un errore noto e ad oggi tutt’altro che risolto. Pur in un contesto generale di risultati positivi comunque raggiunti, esistono una serie di problematiche che si trascinano sino dalle prime applicazioni della Legge Quadro sulle aree protette (che risale al 91), altre sono poi subentrate con modifiche a questa apportate. Anche in questo caso WWF e Marevivo indicano una serie di punti caldi: la classificazione delle aree protette è stata incoerente e disomogenea, la previsione di parco ancora inapplicata per alcune importanti aree prioritarie di pregio, le procedure di pianificazione sono troppo lunghe e lente, la frammentazione di gestione tra Enti Parco e Carabinieri Forestali riguardo aree demaniali e riserve naturali dello Stato, difficoltà d’istituzione delle aree contigue. Le Associazioni poi segnalano come, rispetto all’impostazione originaria della norma, ci sia state modifiche della governance dei Parchi Nazionali che hanno portato le aree protette sotto una maggiore influenza degli enti locali indebolendo il ruolo e le competenze inderogabili e quindi obbligatorie dello Stato in materia di conservazione della natura. Segui in diretta streaming l’incontro “Valore Natura” 

https://www.youtube.com/watch?v=1-qE4GwLmxwNOTE PER I REDATTORI

AREE PROTETTE TERRESTRI. Dai dati del Ministero dell’Ambiente risulta che in Italia ci sono 871 aree protette per un totale di oltre 3 milioni di ettari tutelati a terra, circa 2850 mila ettari a mare e 658 km di costa. Dal punto di vista giuridico formale sono “aree protette” quei territori istituiti ai sensi della legge 6 dicembre 1991, n. 394 e delle varie normative regionali di riferimento. In realtà il concetto di area protetta va considerato in termini più ampi dal momento che le Direttive europee Uccelli (Dir. 79/409/CEE) ed Habitat (Dir. 92/43/CEE) hanno determinato anche in Italia la definizione di sistema di aree sottoposte a vincoli comunitari complessivamente definite Rete Natura 2000. Secondo i dati dell’ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, la Rete Natura 2000 in Italia è costituita da 2.613 siti per una superficie totale netta (cioè al netto delle sovrapposizioni dei siti definiti ai sensi sia dalla Direttiva Uccelli che da quella Habitat) di 5.826.775 ettari a terra (19,3% del territorio nazional) e di 587.771 ettari a mare. Ad oggi sono state individuate 613 ZPS (335 delle quali coincidenti con SIC/ZSC) e 2.335 SIC, di cui 2.217 sono stati designati come ZSC. La metà dei territori di Rete Natura 2000 risulta essere esterno alle 871 aree protette. 

AREE MARINE PROTETTE. Le aree marine protette attualmente istituite in Italia sono 29 oltre a 2 parchi sommersi e, nel complesso, tutelano circa 228mila ettari di mare. La percentuale di acque territoriali protette in modo efficace in Italia è tuttavia molto lontana da quella prefissata al 2020 e ancor più al 2030 dalle normative comunitarie ed internazionali. Considerando che al 2021 le aree marine appartenenti alla Rete Natura 2000 ricoprivano solo il 13,4% delle acque territoriali italiane e l’Italia non ha una percentuale sufficiente di aree a protezione integrale (solo lo 0,01% delle acque territoriali italiane risulta effettivamente protetto), risulta ancora ben più lontano il raggiungimento degli obiettivi da raggiungere entro il 2030 ma soprattutto nell’attuazione delle direttive europee in materia di protezione dell’ambiente marino; ciò che determina l’applicazione di sanzioni europee al Paese. 

MAREVIVO E WORLDRISE. La Campagna “30×30” Italia ha l’obiettivo di facilitare e promuovere la protezione efficace di almeno il 30% dei nostri mari entro il 2030. Un obiettivo tanto ambizioso, vista la percentuale attuale, quanto necessario da raggiungere per salvaguardare il futuro del Mediterraneo e anche il nostro futuro. Ma soprattutto un obiettivo che potremo raggiungere solo lavorando insieme: Marevivo è parte della Campagna 30×30 Italia lanciata da Worldrise Onlus, che conta l’adesione di oltre 50 associazioni di tutela ambientale, collabora con esperti ed istituzioni e ha sensibilizzato centinaia di migliaia di persone sull’importanza delle Aree Marine Protette.

GLI INCENTIVI VANNO DATI ALLA RICONVERSIONE DEL SETTORE – Roma, 11 gennaio 2023

Con la crisi climatica in atto, affrontare la mancanza di neve incentivando l’innevamento artificiale vuol dire aggravare il problema, attingendo alle già scarse riserve idriche e impattando sugli ecosistemi. Oltretutto, veniamo da un’estate di intensa siccità, in cui mancava l’acqua anche per il consumo umano e l’agricoltura; solo pochi giorni fa lo stesso Consiglio dei Ministri ha prorogato lo stato di emergenza idrica in dieci regioni (aggiungendo le Marche a quelle già incluse), ammettendo che i motivi di preoccupazione permangono. Occorre invece riconvertire il settore, ampliando l’offerta alternativa e non investendo più nei settori destinati a un drastico ridimensionamento, come quello sciistico: questo il commento del WWF Italia ad alcune delle misure annunciate oggi dalla Ministra del Turismo, Daniela Santanché. Per attuare davvero Piani di Adattamento al cambiamento climatico, occorre evitare assolutamente di spendere molti soldi dei contribuenti per fare le stesse cose allo stesso modo, creando oltretutto conflitti e rischiando di aggravare i fattori di crisi. Come suggeriscono le Linee Guida per l’Adattamento della Convenzione sulle Alpi, di cui l’Italia fa parte, occorre puntare alla riduzione della dipendenza economica locale dall’attività sciistica, diversificando i prodotti turistici includendo attività che siano meno dipendenti dalla variabilità degli accumuli di neve [1]. A differenza di quanto affermato nell’incontro al Ministero, l’impatto del cambiamento climatico sulla montagna è un dato strutturale che già da oltre un decennio sta provocando una drastica diminuzione del manto nevoso e sta trasformando le località montane sulle Alpi, sulle pre-Alpi e sugli Appennini. Se pure ci sono state occasionalmente copiose nevicate, la tendenza è ben chiara e sta aumentando, provocando, tra l’altro, un aggravamento della scarsità d’acqua. In tale situazione, è essenziale una gestione dell’acqua trasparente, socialmente ed ecologicamente equa per soddisfare la crescente domanda. Per l’innevamento di base (ca. 30 cm di neve, spesso anche di più) di una pista di 1 ettaro, occorrono almeno un milione di litri, cioè 1000 metri cubi d’acqua, mentre gli innevamenti successivi richiedono, a seconda della situazione, un consumo d’acqua nettamente superiore, il che corrisponde approssimativamente al consumo annuo d’acqua di una città di 1,5 milioni di abitanti. L’acqua viene attinta da torrenti, fiumi, sorgenti o dalla rete dell’acqua potabile, in un periodo di estrema scarsità. Per l’innevamento, è importante disporre in breve tempo di notevoli quantità d’acqua. Quindi spesso viene favorita la costruzione di bacini di raccolta, atti a garantire l’alimentazione dell’acqua agli impianti di innevamento. Inoltre, in periodo di crisi energetica, è bene ricordare l’altissimo consumo d’energia: per assicurare piste innevate su tutte le Alpi si è calcolato che occorrerebbero 600 GWh di energia elettrica [2]. Peraltro anche l’utilizzo di questi cannoni sparaneve risulta anche inutile perché le alte temperature spesso fanno sciogliere rapidamente la neve “sparata”. In un dossier su Alpi e Turismo del 2007, il WWF suggeriva, tra l’altro, di escludere la realizzazione di nuovi impianti sciistici con prevalente sviluppo al di sotto dei 1500 metri e, per le altitudini superiori, una moratoria dei nuovi impianti di almeno 5 anni, per valutare adeguatamente gli effetti delle forti criticità ambientali collegate ai cambiamenti climatici. È bene ricordare che negli ultimi 15 anni, invece, i nuovi impianti realizzati lo sono stati spesso (per non dire sempre) grazie ad investimenti pubblici. Il WWF suggerisce anche di definire strategie di intervento sostenibili (di adattamento e di mitigazione) e partecipate per il turismo montano, in relazione ai cambiamenti climatici in corso; di costituire una banca dati nivo-meteorologici almeno a livello di bacino idrografico, per garantire un’efficace capacità di pianificazione e promozione del turismo alpino, basata su rilevamenti omogenei e su una serie significativa di stazioni; di individuare incentivi per la riconversione delle strutture e degli impianti turistici (tenendo conto dei punti sopraelencati) alle esigenze ecologiche e per definire una nuova politica turistica sostenibile.  [1] https://www.alpconv.org/fileadmin/user_upload/Publications/AS/AS7_IT.pdf

[2] https://www.cipra.org/it/dossiers/11/dateien/454_it/@@download/file/Dossier_Kunstschnee_I.pdf?inline=true 

serata lupo

WWF: “NON CHIAMATELI INCIDENTI, NUOVE NORME AUMENTANO IL RISCHIO PER LA SICUREZZA PUBBLICA”Roma, 10 gennaio 2022

Nei giorni scorsi in località Fonte Nuova, in provincia di Roma, un cacciatore ha esploso un colpo di fucile dalla finestra di casa colpendo un’auto di passaggio, fortunatamente senza conseguenze per gli occupanti. Questa notizia non riguarda un caso isolato ma si inserisce in un elenco sempre più lungo, che comprende ferimenti, uccisioni e danneggiamenti connessi allo svolgimento dell’attività venatoria che ogni anno si verificano nel nostro Paese. Così come accaduto durante tutto il 2022, già dai primi giorni del 2023 si sono verificati numerosi eventi, anche dagli epiloghi tragici: in Abruzzo il 6 gennaio ha perso la vita un uomo di 64 anni, in Calabria l’8 gennaio un cacciatore di 61 anni è stato ferito all’addome, nel Lazio lo scorso 9 gennaio un cinquantenne ha subito l’amputazione di due dita dopo avere ricevuto un colpo di fucile al piede. E’ singolare – afferma il WWF – che il Governo e la maggioranza parlamentare dicano di avere a cuore la sicurezza pubblica ritenendo che questa sia messa a repentaglio dalla fauna selvatica senza però considerare la diffusione e gravità di questi fenomeni che vengono definiti, in maniera volutamente riduttiva, incidenti di caccia. Altrettanto singolare è il fatto che questi episodi vengano relegati nelle cronache locali e che nell’ambiente venatorio vengano considerati come mere fatalità, mentre è sufficiente un video che ritrae un lupo impaurito in aree periurbane o la notizia, i cui dettagli sono ancora tutti da accertare, dell’attacco di un orso nel versante laziale dell’area contigua del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, per fare in modo che i cacciatori e i politici a loro vicini, diffondano notizie dai toni allarmistici. Si amplificano così gli episodi parlando di invasione, emergenza e prospettando pericoli imminenti per le persone, invocando i fucili quale unica soluzione, senza approfondire le reali cause o lavorare sulla prevenzione. Se l’obiettivo è tutelare la pubblica incolumità – conclude il WWF – ci aspettiamo che i decisori politici cambino rotta, rinunciando all’approccio sinora adottato che, consentendo ai cacciatori di sparare persino in aree urbane, determina un oggettivo aumento del rischio per la incolumità dei cittadini, già impossibilitati a frequentare in sicurezza le aree naturali durante la stagione venatoria. 

Giovedì 12 gennaio ore 9,30 Sala Capranichetta, Piazza Montecitorio Roma. INCONTRO PROMOSSO DA MAREVIVO E WWF ITALIA SUL RUOLO DELLE AREE PROTETTE PER LA TUTELA E VALORIZZAZIONE DELL’ITALIA. Insieme ai presidenti di Marevivo e WWF Italia, Rosalba Giugni e Luciano Di Tizio, aprirà i lavori il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin. In mattinata previsti gli interventi del Ministro della Protezione Civile e delle Politiche del Mare, Nello Musumeci, e del Presidente della Commissione Agricoltura e Turismo del Senato, Luca De Carlo. Roma, 9 gennaio 2023 –Programma – https://www.dropbox.com/s/yfb5zf8v3htp32w/Invito_VALORE%20NATURA_con%20programma-def-def.pdf?dl=0.

Si terrà giovedì 12 gennaio a Roma, presso la Sala Capranichetta in Piazza Montecitorio l’incontro organizzato da Marevivo e WWF Italia “Valore Natura”. L’incontro sarà aperto alle 9:30 dai presidenti nazionali di Marevivo e WWF Italia, Rosalba Giugni e Luciano Di Tizio, e dal Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin. La sessione della mattinata sarà dedicata alle Aree Marine Protette, con un titolo emblematico (“Uscire dalla serie B”), nel corso della quale interverranno numerosi direttori di Aree Marine Protette. La seconda sessione (coordinata dal Direttore di Green & Blue Riccardo Luna e che partirà dalle ore 12,00), nel corso della quale verrà presentato il sondaggio sulla percezione e il livello di conoscenza degli italiani sulle aree protette (illustrato da Fabrizio Masia, Amministratore delegato e Partner EMG Different), è dedicata alla sfida del 30X30 (30% di aree protette entro il 2030 previsto dalla Strategia Europea sulla Biodiversità) e vedrà la partecipazione di Nello Musumeci, Ministro della Protezione Civile e delle Politiche del Mare e Luca De Carlo, Presidente della Commissione Agricoltura e Turismo del Senato. Nella sessione pomeridiana (“I parchi più forti per tutelare il capitale naturale”) – che vede, tra gli altri, gli interventi di autorevoli rappresentanti dei Carabinieri Forestali e di Federparchi – verrà presentata la proposta interassociativa per un’immediata modifica dalla governance dei parchi nazionali e lo studio WWF sulle aree dove estendere la tutela al 30% del nostro territorio e mare. Previsti, infine, interventi di CAI, Legambiente, LIPU, AIGAE, Worldrise Onlus. Le conclusioni (ore 17 e 30) sono affidate ai presidenti di Marevivo e WWF Italia. Per gli accrediti stampa scrivere a  ufficiostampa@wwf.it o 329-8315718.

SI VUOLE FAR PASSARE PER PIANO DI ABBATTIMENTO CINGHIALI UNA NORMA CHE RIGUARDA L’INTERA FAUNA SELVATICA. Roma, 29 dicembre 2022

L’emendamento alla Legge di Bilancio 2023 che stravolge la gestione faunistica italiana è “una pagina vergognosa per la tutela dell’ambiente in Italia”. Con queste parole pubblicate lo scorso 22 dicembre, il WWF Italia si è schierato contro il provvedimento che consentirà di cacciare nelle aree protette e persino nelle urbane, tutte le specie e per tutto l’anno.

Questo emendamento è stato contestato anche dai rappresentanti delle principali società scientifiche nazionali, che in un documento congiunto hanno evidenziato l’inconsistenza tecnico-scientifica del provvedimento e come, per l’ennesima volta, la politica sia intervenuta sulla gestione faunistica senza essersi confrontata con esperti, ricercatori e tecnici.

Prevedere la possibilità di cacciare in città, in parchi e riserve naturali che sono frequentati da cittadini, escursionisti, bambini (magari impegnati in attività di educazione ambientale) è pericolosissimo e il WWF lo ribadisce attraverso un “Fact-Checking”, che smentisce puntualmente alcune delle dichiarazioni emerse dei giorni scorsi.

Lollobrigida: «nessuno potrà andare a caccia di cinghiali nelle città: si interviene con un piano concertato dai vari ministeri per l’abbattimento come ultima istanza». 

 FALSO: La proposta, nel modificare l’art. 19 della L. 157/1992, elimina il principio della priorità dei cosiddetti “metodi ecologici” secondo cui solo dopo avere tentato senza successo questa opzione è possibile ricorrere agli abbattimenti. Inoltre la modifica indica esplicitamente la possibilità di sparare “nelle zone vietate alla caccia, comprese le aree protette e le aree urbane”.

 Lollobrigida: «meglio eliminare loro che un intero allevamento di maiali. Senza dimenticare i 560 milioni di euro di danni all’anno provocati dagli ungulati».

Non si tratta di un piano per il contenimento dei cinghiali ma di una norma generale applicabile a tutta la fauna selvatica. I piani dedicati alla gestione del tema cinghiali già esistono e vengono applicati da anni da parte delle regioni ed esiste già un piano straordinario per la gestione della Peste Suina Africana. Uno dei provvedimenti principali per contenere la diffusione della PSA è l’abolizione della caccia in braccata, tuttavia non c’è traccia di questo provvedimento perché, pur tutelando in maniera preventiva la salute e l’economia, penalizzerebbe il mondo venatorio.

Prandini (Coldiretti): «Finalmente un provvedimento concreto».

Il provvedimento invece manca proprio di concretezza perché si limita ad affidare la gestione di un’attività di interesse pubblico (il controllo della fauna selvatica) a soggetti privati (i cacciatori) togliendo ogni competenza di reale controllo alle autorità pubbliche riducendola ad un mero coordinamento, lasciando indefinite le modalità concrete di definizione di questi piani. È una misura che certamente non viene incontro agli agricoltori, dimenticando completamente l’importanza dei metodi di prevenzione e di gestione alternativi, come le catture, e di evitare l’accesso della fauna selvatica a fonti di cibo di origine antropica.

Foti: «non ci saranno doppiette al Colosseo».

Dalla lettura della norma nulla esclude la possibilità che cacciatori effettuino attività di controllo che preveda l’abbattimento di specie animali selvatiche anche nel pieno centro delle città, in qualsiasi giorno della settimana e in ogni ora del giorno o della notte. I dati dei morti e feriti a causa dell’attività venatoria confermano che la caccia al cinghiale è quella più pericolosa per la pubblica incolumità, sia per il tipo di armi e munizioni utilizzate, sia per la modalità di svolgimento più comune, la braccata, che può coinvolgere anche centinaia di soggetti armati e che costringe i cinghiali a scappare terrorizzati in tutte le direzioni (anche verso strade e centri abitati) rincorsi da decine di cani. Il problema non sono solo le grandi città. L’Italia è costituita da una miriade di piccoli centri abitati rurali che sono già letteralmente occupati dai cacciatori soprattutto durante i fine settimana, con conseguenti rischi per i cittadini che hanno il coraggio di frequentare le aree verdi durante la stagione di caccia.

Lollobrigida «in città e nei parchi non si potrà mai cacciare ma procedere ad abbattimenti selettivi come già avviene ora».

FALSO: la modifica, oltre a prevedere la possibilità di effettuare abbattimenti in città, determina la cancellazione del principio secondo cui il controllo deve essere effettuato in maniera selettiva, cioè attraverso la preventiva individuazione dei capi da abbattere per evitare di produrre squilibri che portano al paradosso di aumentare la prolificità di alcune specie come i cinghiali.

Foti: «Si useranno le carabine, ma caricate coi sonniferi. Niente schioppettate nei giardini pubblici o sotto casa».

FALSO: la modifica parla esclusivamente di abbattimenti e affida il compito di effettuarli ai cacciatori. Le carabine caricate con gli anestetici (posto che sono armi del tutto diverse) non sono previste e comunque possono essere utilizzate solo da parte di soggetti specializzati sotto un rigido controllo veterinario. Tutto questo non è presente nel testo di cui si discute. La stessa telenarcosi già oggi trova spesso difficoltà di applicazione in ambito urbano proprio perché non totalmente priva di rischi per l’incolumità della popolazione, pur essendo usata nell’arco di poche decine di metri, figurarsi l’uso di armi con gittata di oltre un chilometro.

Foti: «Il controllo della fauna selvatica continuerà anche a dipendere da Ispra e ministero dell’Ambiente. E i pareri arrivano sempre da tecnici, non da politici».

FALSO: secondo il testo della norma il controllo dipenderà solo dalle regioni. Il Ministero dell’Ambiente non avrà competenza. Viene eliminata anche la necessità di acquisire un parere vincolante di ISPRA perché questa disposizione è sostituita dalla formula “sentito ISPRA”. Anche i corsi di formazione saranno effettuati non da ISPRA ma da indefiniti organi regionali e nulla è indicato in merito alle caratteristiche o alla qualità degli stessi. I pareri non arriveranno né da tecnici né da politici perché semplicemente non sono previsti. È solo previsto un lungo elenco di motivazioni indefinite e generiche che possono giustificare l’adozione di questi piani.

Foti: «dovrete rendere conto degli incidenti causati dai cinghiali lungo le strade».

La mortalità lungo le strade si affronta con misure organiche che prevedano, ad esempio, attraversamenti per la fauna (per esempio nelle autostrade), dissuasori e opportuna segnaletica. Pensare che la riduzione del numero di animali comporti di per se un minor numero di incidenti è una illusione perché quelli rimasti continueranno ad attraversare negli stessi punti per accedere al cibo o per riprodursi. Inoltre le battute di caccia con metodi come la braccata, portano allo spostamento della fauna selvatica dalle aree naturali a quelle urbanizzate, comprese le strade e rappresentano quindi dirette cause di aumento del rischio di incidenti. Detto questo lo svolgimento dell’attività venatoria causa oggi numerosissimi incidenti, anche mortali, ogni anno. 

Lollobrigida: «Non è un favore alla lobby venatoria. La caccia in questa vicenda non c’entra niente».

FALSO: La caccia e il controllo devono essere due aspetti distinti perché effettuati da soggetti diversi per scopi differenti e spesso contrastanti. La storia recente ci ha dimostrato che in casi come quello dei cinghiali affidare ai cacciatori il compito di ridurre il numero di esemplari non può portare a risultati soddisfacenti perché i cacciatori hanno l’interesse opposto, cioè mantenere una presenza importante di cinghiali che garantisca lo svolgimento della loro attività ludica. Per questa ragione, al fine di mantenere l’equilibrio faunistico e tutelare categorie come gli agricoltori ed evitare dannosi conflitti di interesse, il controllo deve essere una prerogativa esclusiva degli enti pubblici., e deve essere effettuato da personale specializzato. Ricordiamo inoltre che numerosi eletti sono esponenti del mondo della caccia e delle armi e che l’attuale Ministro dell’Agricoltura, durante la campagna elettorale, ha pubblicamente dichiarato di essere un cacciatore. La formula contenuta nella modifica secondo cui queste attività “non costituiscono attività venatoria” non è quindi sufficiente a distinguere la caccia dal controllo, anzi crea sempre più confusione tra le due attività. La modifica prevede, inoltre, di destinare 500.000 euro all’anno per incrementare il fondo di cui all’art. 24 della Legge 157/1992. Questa somma, per quanto si legge, sarebbe destinata a fronteggiare l’emergenza causata dai danni provocati dalla fauna selvatica e in particolare dagli ungulati. In realtà, leggendo l’art. 24 della L. 157/1992 si scopre che la quasi totalità di queste risorse pubbliche (ben il 95%) sono destinate alle associazioni venatorie riconosciute, e suddivise in base al numero di soci, senza nessuna indicazione sull’uso che ne devono fare né alcun obbligo di rendicontazione. Se è vero che “la caccia non c’entra niente” non si capisce il motivo per cui vengano finanziate le associazioni dei cacciatori, che sono soggetti privati che perseguono interessi privati.