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GOVERNO PRESENTE SOLO A PAROLE NELLA SCORSA LEGISLATURA: NON POSSIAMO SPRECARE ANCHE LA PROSSIMA. Il WWF chiede un codice della natura che riorganizzi tutte le normative a tutela della biodiversità, la legge sul clima, la legge sul consumo del suolo e l’attuazione della riforma costituzionale sull’Ambiente. Adeguamento a obiettivo europeo di ridurre le emissioni nette di gas serra di almeno il 55% entro il 2030 sarà per il nuovo Governo il primo banco di prova.

Roma, 12 settembre 2022Link al dossier del WWF Italiahttps://www.dropbox.com/sh/019eqi61yxbaaa0/AAB8xrSOAxv4E6AgsYvs3k6Aa?dl=0&preview=Elezioni+2022+Documento+WWF+def.pdf.

Innalzamento della temperatura, perdita della biodiversità, consumo del suolo, inquinamento: i prossimi 5 anni saranno cruciali per contrastare la crisi ambientale in atto. Il WWF Italia ha presentato oggi le sue proposte a partiti e coalizioni politiche per la prossima legislatura attraverso il documento  “Elezioni politiche 2022: il tempo delle scelte sostenibili” che contiene una serie di proposte per il prossimo Parlamento e il prossimo Governo suddivise tra politiche ambientali per la legislatura e nuovi interventi normativi o di riordino legislativo da adottare al più presto. Obiettivo: contribuire a fare dell’Italia un Paese più sostenibile e dare così garanzia di un futuro di sicurezza e benessere per tutti. A due settimane dalle elezioni il WWF lancia un appello a tutti i partiti politici tra i quali ci sono coloro che erediteranno la guida del nuovo governo. Considerando che, salvo imprevisti, la legislatura che uscirà da questa competizione elettorale si concluderà nel 2027, è evidente che se non si farà ciò che è necessario in relazione agli obiettivi fissati al 2030 questi inevitabilmente non saranno raggiunti. Oltretutto alcuni di questi obiettivi al 2030 sono intermedi rispetto ad altri ben più radicali al 2050, termine oltre il quale sarà molto difficile correggere le curve negative del cambiamento climatico e della perdita di biodiversità da cui dipende la nostra esistenza. Ma nonostante il continuo richiamo della comunità scientifica, le forze politiche continuano ad adottare la variabile temporale delle decisioni da assumere più in ragione degli interessi elettorali che dei dati conclamati che documentano quanto alcune scelte non siano più rinviabili. “La legislatura 2018/22 non ha inciso concretamente sulle emergenze ambientali nazionali e globali: in pratica sono stati persi 5 anni – dichiara Luciano Di Tizio, Presidente del WWF Italia -. Sicuramente vi sono stati importanti elementi di novità, a partire dalla riforma che ha introdotto esplicitamente la tutela dell’ambiente e degli ecosistemi nella Costituzione, ma se guardiamo gli indicatori ambientali, nei cinque anni trascorsi la situazione non è certo migliorata. Ora è importante che i partiti e le coalizioni di questa competizione elettorale si rendano conto che non possiamo permetterci di sprecare anche la prossima legislatura. Per raggiungere gli obiettivi posti al 2030 dall’Unione Europea al fine di contrastare il cambiamento climatico (ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 55%) e la perdita di biodiversità (proteggere il 30% di superficie a terra e a mare) è necessario agire concretamente in questa legislatura attraverso una serie di leggi, piani e programmi non più rinviabili. Non ha senso ipotizzare una ‘transizione ecologica più lenta’ perché non consentirebbe di raggiungere gli obiettivi fissati e sarebbe perciò inutile”. L’obiettivo europeo di ridurre le emissioni nette di gas serra di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 sarà per il nuovo Parlamento e il nuovo Governo il primo banco di prova su cui applicare il principio dell’interesse delle generazioni future alla tutela di ambiente, biodiversità ed ecosistemi, sancito dalla riforma dell’art. 9 della Costituzione. E al tempo stesso il contrasto al cambiamento climatico, oltre ad un nuovo paradigma energetico sia per le produzioni che per i consumi, necessiterà di una tutela più efficace e attiva della biodiversità e degli ecosistemi da cui dipendono l’assorbimento dei gas serra e la maggiore capacità dei territori di assimilare gli sbalzi metereologici connessi al cambiamento climatico. Il WWF Italia invita tutte le forze politiche ad alzare lo sguardo e a non cadere nel provincialismo: se la prospettiva economica e sociale è quella della sostenibilità, i prossimi anni dovranno necessariamente essere quelli della transizione. Ogni ulteriore ritardo costituirà un deliberato atto che metterà in pericolo l’ambiente in cui viviamo e di conseguenza la nostra sicurezza. È tempo di stabilire procedure certe che garantiscano l’applicazione del principio secondo cui i piani e i programmi che vengono posti in essere non devono arrecare danni significativi all’ambiente: un principio che dovrebbe essere già applicato per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), il cui bilancio ambientale, però, al di là delle rendicontazioni presentate, è ancora da farsi. È tempo di fare quanto i precedenti Parlamenti e Governi non hanno fatto: assumere il parametro ambientale come baricentrico rispetto all’azione politico-amministrativa. Non possiamo più permetterci l’errore di separare la questione ambientale da quella economica, considerando la prima solo in funzione di un eventuale vantaggio economico. Il documento “Elezioni politiche 2022: il tempo delle scelte sostenibili” pubblicato oggi e che tutti possono consultare al sito del WWF mette in evidenza quattro interventi legislativi che Parlamento e Governo dovranno attuare subito.

Il Codice della Natura: una proposta per tutelare la natura d’Italia e garantire il capitale naturale delle prossime generazioni. L’Italia è tra i Paesi europei più ricchi di biodiversità. Questa biodiversità garantisce a tutti noi degli essenziali servizi ecosistemici: aria pulita, acqua pulita, suolo pulito, indispensabili per la nostra vita. Al tempo stesso questo grande patrimonio naturale offre anche elementi per contrastare i cambiamenti climatici e per consentire di sopportarne meglio gli effetti. Nonostante ciò, attualmente in Italia la legislazione per la tutela della natura è frammentata e carente: basti pensare che la tutela della fauna è garantita da una legge che è sostanzialmente destinata alla regolamentazione della gestione venatoria. È tempo che il nostro Paese si doti di un Codice della Natura che riunisca, sistematizzi, semplifichi e innovi la legislazione sulla tutela della biodiversità per rispondere meglio agli obiettivi della Strategia Nazionale della Biodiversità e a quelli fissati a livello europeo. Nel Codice della Natura dovrà anche trovare posto il Garante della Natura una figura che abbia una visione d’insieme che consenta di monitorare e sollecitare le azioni da mettere in campo da parte dei vari soggetti coinvolti nella gestione del nostro capitale naturale.

Legge sul consumo del suolo. In Italia ogni secondo vengono cementificati 2 metri quadrati di suolo. 21.500 km quadrati di suolo italiano sono cementificati e solo gli edifici occupano 5.400 km quadrati, una superficie pari alla Liguria. La cementificazione contribuisce a rendere il nostro Paese meno sicuro perché l’impermeabilizzazione del suolo aumenta il rischio di disastri: dal 2000 al 2019 il dissesto idrogeologico ha causato 438 morti in Italia. Governo e Parlamento discutono di una legge sul consumo del suolo dal 2012 e nel frattempo la Commissione Europea nel 2021 ha approvato la nuova Strategia europea per il suolo al 2030 impegnandosi a promuovere una Direttiva sul tema entro il 2023 e rendendo ancora più urgente l’intervento del legislatore nazionale. La legge sul consumo del suolo dovrà muoversi in una logica di “bilancio zero del consumo del suolo” stimolando il recupero delle aree già occupate e degradate: nelle sole aree urbane si potrebbe intervenire su oltre 310 Km quadrati di edifici non utilizzati (una superficie pari all’estensione di Milano e Napoli).

Legge sul clima. L’estate del 2022 è stata la più calda della storia in Europa. Il mese di luglio ha fatto registrare 2,26 gradi centigradi in più rispetto alla media italiana dal 1800, anno da cui si registrano i dati. Eventi estremi legati ai cambiamenti climatici si registrano ormai in maniera sempre più frequente. Gli obiettivi da raggiungere sono fissati, ma manca uno strumento legislativo quadro per superare la fase degli impegni verbali e passare a quella delle azioni concrete. E va colmata l’attuale distanza tra le conoscenze scientifiche e l’azione politica. Come fatto da 21 Paesi europei (più recentemente da Spagna e Grecia), l’Italia deve approvare al più presto una legge sul clima che fissi le azioni da compiere per raggiungere gli obiettivi a medio e lungo termine. Prevedendo la neutralità climatica entro il 2050 nella legislazione si faciliterebbe la programmazione economica, si attirerebbero investimenti green, si aumenterebbero responsabilizzazione delle imprese e partecipazione dei cittadini. E attraverso una Legge sul clima si potrebbe finalmente intervenire per eliminare il sistema dei sussidi ambientalmente dannosi che ogni anno ci costa circa 35 miliardi di euro da destinare a politiche di settore e ad aiuti concreti per cittadini e imprese per rendere meno impattante la transizione ecologica.

Dare concreta attuazione alla riforma costituzionale dell’art. 41. Finalmente nella nostra Costituzione la tutela dell’ambiente, nella corretta accezione di biodiversità ed ecosistemi, è stata introdotta tra i principi fondamentali (art. 9 Cost). La nuova formulazione dell’art. 41 Cost ha poi riconosciuto in maniera esplicita che la libera attività economica incontra un limite nella tutela dell’ambiente. Il principio che l’iniziativa economica privata non può esercitarsi in danno all’ambiente e alla salute, però, non deve rimanere una pur importante affermazione di principio, ma deve condizionare tutta la normativa vigente. Servono norme di carattere procedurale che intervengano in modo preventivo sui procedimenti autorizzativi e, in caso di danno ambientale, consentano interventi efficaci per rimediare, dando così piena attuazione al principio che vieta di arrecare danni significativi all’ambiente.

L’INIZIATIVA NATA DALLA COLLABORAZIONE TRA JOVA BEACH PARTY, WWF E INTESA SANPAOLO PER PULIRE 20 MILIONI DI METRI QUADRI DI COSTE SPIAGGE E FONDALI D’ITALIA. Centinaia di volontari coinvolti puliranno spiagge e fondali. Alla spiaggia “Coccia di Morto” in provincia di Roma il primo evento centrale. Appuntamento per i giornalisti a viale Castellammare angolo via della Veneziana, Fiumicino (RM). Domenica 18 settembre altre pulizie di spiagge e fondali anche a Torvaianica, Molfetta, Policoro, Bacoli, Marina di Vecchiano e Rosignano Solvay. Roma, 12 settembre 2022

Domenica 18 settembre sarà una giornata all’insegna del volontariato impegnato nel rendere l’Italia più bella e pulita: dal nord al sud del Paese nella stessa domenica i volontari si daranno appuntamento in località diverse per avviare Ri-Party-Amo, il progetto nazionale ambientale concreto e ambizioso nato dalla collaborazione tra WWF Italia, Intesa Sanpaolo e il Jova Beach Party e declinato in tre macroaree di intervento (Pulizie- Rinaturazione- Formazione) tutte con l’obiettivo di rendere i giovani, scuole, famiglie, aziende e intere comunità, protagonisti della salvaguardia e del restauro della natura d’Italia. Le attività del 18 settembre, dedicate al filone “Puliamo l’Italia”, coinvolgeranno centinaia di volontari nella pulizia di spiagge e di fondali, e saranno coordinate dal WWF Italia, che diffonderà dati e informazioni scientifiche sul tema dell’inquinamento da plastica nei nostri mari, rendendo così le persone più consapevoli e attente sulle quantità, la composizione e le fonti dei rifiuti marini.

EVENTO CENTRALE A FIUMICINO – L’appuntamento per i giornalisti è domenica 18 settembre alle ore 10,00 a Fiumicino presso l’Oasi WWF di Macchiagrande in Viale Castellammare angolo via della Veneziana. Poi ci si trasferirà sulla spiaggia di “Coccia di Morto” dove si svolgeranno le attività di pulizia. 

È necessario confermare la propria presenza entro giovedì 15 settembre all’ufficio stampa del WWF Italia.

COME PARTECIPARE ALLE ATTIVITA’ DI PULIZIA Per partecipare alla grande mobilitazione all’insegna della tutela – , è possibile iscriversi agli eventi di pulizia “Puliamo l’Italia” all’indirizzo: wwf.it/ripartyamo 

ALTRI APPUNTAMENTI IN ITALIA DOMENICA 18 SETTEMBRE

Lazio: nel tratto di mare tra Capocotta e Torvaianica, si immergeranno i subacquei volontari coordinati dal Diving Blue Marlin per la pulizia dei fondali. I sub si incontreranno al Porto Turistico di Roma-Molo M. Blue Marlin Diving Center alle ore 7.30.

Puglia:Molfetta l’appuntamento per la pulizia delle spiagge è alle ore 10,00 presso Oasi di San Giacomo- km 776 SS16 Adriatica, 100, 70056 Molfetta (BA). Le attività di pulizia si svolgeranno dalla zona prima cala e sulle spiagge del litorale nord barese fino a Molfetta. Le attività di pulizia dei fondali, coordinate dai subacquei del Diving A.S.D. Immersion Bisceglie si svolgeranno nel tatto di mare tra Grotte di Ripalta e Pantano di Bisceglie. Luogo dell’appuntamento: Porto Turistco Bisceglie Approdi – ore 9.00.

Basilicata:Policoro i volontari puliranno le spiagge del comune, partendo da quella dell’Oasi WWF. L’appuntamento è alle ore 10,00 in Piazza Siris, 1.

Campania:Bacoli l’appuntamento per la pulizia delle spiagge è alle ore 8,30 presso la Casina Vanvitelliana sul lago Fusaro- Piazza Gioacchino Rossini, 1, 80070 Bacoli NA. Le attività di pulizia si svolgeranno sulla spiaggia romana e le dune della Foresta di Cuma nel Parco Regionale dei Campi Flegrei tra i comuni di Pozzuoli e Bacoli. 

Toscana:Marina di Vecchiano i volontari puliranno le spiagge del tratto di costa del Parco Migliarino, San Rossore, Massacciuccoli. L’appuntamento è in Piazzale Montioni, 2, Vecchiano (PI). L’attività di pulizia dei fondali, coordinata dal Diving Cala del Riccio, si svolgerà a Rosignano Solvay. L’appuntamento è alle 9.00 al Lungomare Monte alla Rena, 5 ex Bagno Sirena. 

Ufficio stampa WWF Italiamail ufficiostampa@wwf.it

Giulia Ciarlariello |mail g.ciarlariello@wwf.it | tel +39 334 615 1811

Lucio Biancatelli |mail l.biancatelli@wwf.it | tel +39 329 831 5718

Intesa Sanpaolo – Media Relations Banca dei Territori e Media Locali – stampa@intesasanpaolo.com

Ufficio Stampa GoigestGoigest@goigest.com

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WWF: UN LASCITO ALLA NATURA PER IL FUTURO DELLE NUOVE GENERAZIONI. Questo il motivo principale per cui quasi il 60% degli italiani over 55 destinerebbe un lascito testamentario a una causa ambientale, lo dice un nuovo sondaggio WWF. Roma, 9 settembre 2022

Immagini – https://www.dropbox.com/sh/g5a4a4de4p2ql7n/AABWfY2y4Wg4UZCJ8hNQktJia?dl=0.

Link alla campagna lasciti https://www.wwf.it/cosa-puoi-fare-tu/sostienici/lasciti-testamentari/.

C’è un modo per lasciare questo Pianeta che è non è per nulla collegato a “qualcosa che finisce”, ma esprime invece amore verso le generazioni a venire e il desiderio di garantire loro un futuro migliore. È questa la motivazione principale per cui oltre la metà degli italiani over 55 (il 59%) destinerebbe un lascito testamentario a una causa ambientale. A mostrarlo è il nuovo sondaggio commissionato dal WWF a EMG Different riguardo la percezione degli italiani sui lasciti testamentari solidali* e pubblicato in occasione della Giornata Internazionale del Lascito Solidale, che si celebra il 13 settembre.Dal nuovo sondaggio emerge che il lascito testamentario solidale, fatto quindi per associazioni no profit, è una possibilità conosciuta dal 70% degli italiani. Tra gli intervistati, il 16% ha già pensato di lasciare i propri beni utilizzando questa opportunità, mentre l’11% di chi non ci ha mai pensato, potrebbe prenderla in considerazione in futuro.Fra le tematiche ambientali, quelle che più potrebbero spingerli a fare un lascito testamentario sono il cambiamento climatico (il 46%) l’inquinamento (il 35%) e la protezione della natura in Italia, il 27%.Chi decide di fare un lascito testamentario al WWF crede proprio nel valore della natura, da sempre è fonte di benessere per le persone, e desidera lasciare la firma del proprio passaggio su questo Pianeta.La scelta di Gino e Donato lo dimostra. “Gli zii hanno sempre amato la natura. Che fossero piante o animali, il rispetto per ciò che li circondava era lampante ma soprattutto tangibile– racconta la nipote Sabrina-. A dimostrarlo anche la scelta di non aver più voluto un’automobile ma di spostarsi a piedi o coi mezzi. Quando è morto Donato, le sue ceneri sono state sparse in mare e lo stesso è stato fatto per lo zio Gino…Un modo per ricongiungersi con la Terra”. “L’amore per il pianeta, per ogni sua creatura, unita all’umana inclinazione di lasciare una traccia di sé, ha però determinato la volontà di scegliere il WWF come beneficiario del loro lascito testamentario – aggiunge Sabrina -. Grazie al loro gesto, un po’ di loro continuerà a vivere nelle attività che il WWF porta avanti quotidianamente”. Ora all’Oasi WWF di Vanzago, alle porte di Milano, c’è una quercia con una targa intitolata proprio a loro. “La quercia che il WWF ha dedicato a Gino e Donato è un bellissimo simbolo di prosecuzione della vita oltreché un modo per vederli uniti anche dopo la morte. Io e la mia famiglia ringraziamo l’associazione per il grande lavoro che svolge e per averci consentito di trovare un momento per riunirci e far arrivare agli zii i nostri pensieri”.Un lascito al WWF significa donare in eredità la Natura che ci circonda e di cui tutti noi facciamo parte. Significa prendere parte ad un progetto straordinario, un progetto che non avrà mai fine: la possibilità che la vita sulla Terra continui, in tutta la sua varietà e bellezza.Per avere informazioni o fare un lascito testamentario al WWF è possibile scrivere una mail a  lasciti@wwf.it o chiamare il numero 348-7796643. Scheda di approfondimento https://www.dropbox.com/s/0naecl6mhvy06e5/Scheda%20di%20approfondimento%20Lasciti.pdf?dl=0.

Qui il nuovo spot WWF sui lascitihttps://www.youtube.com/watch?v=M8GDaAJue3M+.

*Per realizzare la ricerca sono state effettuate 300 interviste CATI ad un campione di italiani sopra i 70 anni di entrambi i sessi rappresentativi della popolazione italiana e 300 interviste CAWI ad un campione di italiani sopra i 55 anni di entrambi i sessi sempre rappresentativi della popolazione italiana. Il campione è quindi costituito in totale da 600 individui adulti.

I bonus auto in Italia hanno fallito, perché sono stati dati anche per le auto con motori a combustione che devono essere abbandonate al più presto: abbiamo speso 3 miliardi di fondi pubblici in tre anni, ma abbiamo in circolazione il numero più basso di auto elettriche di tutta Europa (l’8% del mercato, contro il 20% continentale). Un fallimento anche dal punto di vista del mercato dei veicoli a combustione tradizionali: si vende, infatti, il 34% in meno di auto rispetto al 2019. Acquistiamo, dunque, meno auto e consumiamo meno carburanti (entrambi sempre più cari). Al tempo stesso, ci sono meno autobus in circolazione e utilizziamo meno i treni rispetto al 2019. Segno evidente che non stiamo sostenendo la mobilità sostenibile e pulita e nemmeno la libertà di movimento degli italiani. Dopo anni di proposte e richieste per ricondurre l’Italia nel solco degli esempi positivi europei, le associazioni Legambiente, WWF Italia, Greenpeace Italia, Kyoto Club, Cittadini per l’aria, con il supporto e il coordinamento di Transport & Environment, hanno deciso di ricorrere al TAR contro il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 6 aprile 2022, che ha stabilito il “Riconoscimento degli incentivi per l’acquisto di veicoli non inquinanti” per gli anni 2022, 2023 e 2024. Dal 2020, dopo lo scoppio della pandemia, i governi che si sono succeduti hanno speso circa 2,6 miliardi di euro in bonus per l’acquisto di nuove auto, a cui vanno aggiunti altri 500 milioni circa da parte delle Regioni e di alcuni Comuni. Tutte le leggi e i decreti hanno sempre giustificato l’esborso di denaro pubblico con la motivazione di sostenere la transizione all’auto “non inquinante” e all’economia circolare. Eppure, caso unico in Europa, abbiamo impiegato la gran parte dei 3 miliardi spesi in questi tre anni per auto a combustione altamente inquinanti, con emissioni sino a 135 grammi di CO2 per km. In nessun altro Paese europeo si finanziano auto con motore a combustione interna, ad eccezione della Romania che fa comunque meglio dell’Italia, visto che gli incentivi si arrestano ai 120 grammi di CO2 per km. Inoltre, il decreto scritto dal Mise ha contribuito a rendere limitante e complicato l’accesso ai bonus per l’auto elettrica (limiti sui modelli, sui beneficiari, sui redditi e incongruenze relative al tetto massimo). Proviamo a fare un confronto con la Germania, Paese europeo altrettanto generoso nell’elargire bonus a nuove auto: anche i tedeschi hanno già speso circa 3 miliardi in incentivi, ma solo sulle auto completamente elettriche (0-20 grammi di emissioni di CO2 per km) e plug-in (21-50 grammi). I due terzi delle auto nuove sono stati acquistate dalle imprese o dalle società di noleggio o di sharing, senza indebitare le famiglie. Da noi è avvenuto il contrario. Ora, sulle strade tedesche circolano 660 mila auto elettriche e 550 mila plug-in. In Italia, invece, 150 mila elettriche e 155 mila plug-in: quattro volte di meno. Abbiamo dunque speso quanto in Germania (che conta 80 milioni di abitanti), le famiglie italiane si sono indebitate e abbiamo molto meno auto pulite rispetto a loro. Dal punto di vista economico, sociale e ambientale, è un completo un fallimento. Sono altri, invece, gli investimenti pubblici necessari per promuovere la mobilità per tutti e la transizione ecologica: bonus solo per i mezzi elettrici (non solo le auto) e, soprattutto, investimenti e aiuti nella riconversione produttiva (comprese misure di economia circolare per batterie o microchip) e nell’offerta di servizi di mobilità sostenibile, elettrica, digitale, pubblica o condivisa (sharing mobility) e per la ciclabilità. Altri tipi di “ecobomus” esistono: il governo italiano ha appena aperto agli incentivi di 60 euro per gli abbonamenti ai mezzi pubblici per andare al lavoro: una misura positiva, ma lo stanziamento è limitato a soli 180 milioni. Inoltre, è necessario potenziare l’offerta. In Italia, grazie al PNRR, stiamo acquistando 3.400 bus elettrici e a metano, ma dovremmo aggiungere altri 7.000 bus elettrici all’anno per cambiare tutti quelli in circolazione, entro il 2030. Grazie al PNRR realizzeremo 11 km di nuove metropolitane, ma ne servono altri 200 per raggiungere la media europea. Servono anche nuovi 400 km di linee tranviarie e altrettanti di filovie per eguagliare l’offerta tedesca o francese. Le organizzazioni ambientaliste che hanno promosso il ricorso al TAR chiedono quindi al governo di mettere fine a qualsiasi incentivo all’acquisto di auto con motori a combustione, di privilegiare gli interventi a sostegno della riconversione industriale verso la mobilità elettrica e gli investimenti nelle infrastrutture di mobilità sostenibile a zero emissioni, gli unici che possono garantire sostenibilità sociale e ambientale nei tempi più brevi possibili. Ecco le principali motivazioni del ricorso al TAR contro il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 6 aprile 2022 che ha stabilito il “Riconoscimento degli incentivi per l’acquisto di veicoli non inquinanti” per gli anni 2022, 2023 e 2024:

Incostituzionalità del Decreto Legge in virtù del quale è stato emanato il DPCM, difettando i requisiti di straordinarietà e urgenza necessari ad avocare il potere costituzionalmente riservato alle assemblee legislative. Le misure per il rilancio di politiche industriali del settore “automotive” italiano, infatti, costituiscono un “corpo estraneo” in un decreto legge il cui intento principale è far fronte alla crisi energetica.

Violazione e falsa applicazione di norme nazionali e sovranazionali che definiscono i livelli di prestazione in materia di emissioni di CO2 delle autovetture nuove e dei veicoli commerciali leggeri nuovi, nonché relative alla promozione di veicoli puliti e a basso consumo energetico nel trasporto su strada, delle norme nazionali di attuazione di quelle europee e delle disposizioni del decreto legge.

Il fondo destina gran parte dello stanziamento di bilancio agli incentivi di mercato, mentre nessuna risorsa viene individuata per tutti gli altri obiettivi di riconversione produttiva.

Il DPCM incentiva l’acquisto di veicoli nuovi di fabbrica con emissioni comprese in fasce superiori a quelle compatibili con gli obiettivi europei di riduzione delle emissioni nocive per l’ambiente nel periodo 2020-2024.

Le soglie emissive oggetto di incentivi comprese nella fascia 21-60 e 61-135 grammi (g) di anidride carbonica (CO2) per chilometro (Km) risultano arbitrarie e in contrasto con le norme eurounitarie e domestiche che ritengono compatibili con i suddetti obiettivi categorie di autovetture con emissioni non superiori a 50g CO2/Km. 

Si corre il rischio concreto di spendere ingenti fondi pubblici per l’immatricolazione nel nostro Paese di autovetture più difficilmente vendibili nei paesi europei rispettosi dei target di emissione cui anche l’Italia è vincolata, avendo espressamente recepito la direttiva (UE) n. 2019/1161. Il ricorso è stato reso possibile grazie al generoso impegno degli avvocati Diego Aravini, Daniela Ciancimino, Micaela Chiesa, Emanuela Beacco, Umberto Fantigrossi e Andrea Civati.

Questo è un comunicato congiunto di Legambiente, WWF Italia, Greenpeace Italia, Kyoto Club, Cittadini per l’aria e Transport & Environment.

ANCORA INCENDI CHE STANNO DEVASTANDO UN PATRIMONIO UNICO. Necessario rafforzare le attività investigative, la direttrice della riserva chiede alla Prefettura maggiori controlli.

Roma, 9 settembre 2022 – Ancora incendi nella Riserva naturale delle saline di Trapani e Paceco. Ieri mattina il primo si è sviluppato, di nuovo nella frazione di Nubia nel territorio del comune di Paceco, intorno alle ore 10, ancora a danno della vegetazione alofila presente lungo il litorale di Nubia. L’area ricade in zona B e conduce all’antica torre di avvistamento. Il personale della Riserva ha allertato attraverso il numero di emergenza i Vigili del Fuoco di Trapani che sono intervenuti spegnendo le fiamme e bonificando l’area. Ma poco dopo, alle ore 14.30 le fiamme hanno ripreso a bruciare, ancora a danno di aree lungo il litorale. Un ulteriore intervento delle squadre antincendio di Protezione Civile ha evitato che le fiamme si propagassero fino alle abitazioni e alle attività presenti in loco. Ma non è finita, alle ore 18 un ennesimo fuoco ha ripreso a bruciare. Anche in questa occasione l’intervento dei Vigili del Fuoco coadiuvati dalla polizia municipale di Paceco e dai carabinieri della locale stazione, ha evitato il peggio. “Quello che sta accadendo in questi giorni è molto grave – denuncia il Presidente del WWF Italia, Luciano Di Tizio -. La Riserva è chiaramente sotto attacco, preda di azioni criminali che stanno distruggendo un patrimonio naturale di immenso valore per la collettività. Gli interventi di prevenzione eseguiti nelle aree più a rischio dal WWF, Ente Gestore della Riserva, non sono più sufficienti. Occorre rafforzare le attività investigative sia per prevenire i rischi che per accertare le responsabilità e servono condanne severe per i responsabili”. E’ ormai indispensabile anche l’impiego di strumenti e tecnologie che consentano il monitoraggio del territorio, come sistemi di videosorveglianza e non ultimo è fondamentale anche una presa di coscienza da parte della popolazione locale con responsabilizzazione e coinvolgimento dei cittadini. In questi giorni i visitatori che arriveranno a Nubia, che risiedono nei diversi bed & breakfast sorti nella frazione nel corso degli anni, avranno di fronte il macabro spettacolo della cenere che ha cancellato i colori tipici variopinti del paesaggio della Riserva. Di fronte a questi ennesimi episodi la direttrice della Riserva Silvana Piacentino ha contattato la Prefettura per chiedere maggiori controlli nel perimetro dell’area protetta che si estende per oltre mille ettari tra i territori di Paceco, Trapani e Misiliscemi. La tutela del territorio dell’area protetta, patrimonio della collettività, deve essere obiettivo e priorità di tutti.

L’agricoltura biologica deve correre tra molte difficoltà per raggiungere il traguardo del 25% della superficie agricola nazionale certificata entro il 2027, ma si stanno creando ostacoli e difficoltà incomprensibili. La Coalizione #CambiamoAgricoltura chiede al MIPAAF la convocazione del Tavolo di parternariato per smentire le notizie allarmanti sull’attuazione degli interventi per il biologico nella programmazione dello Sviluppo Rurale. Roma, 9 settembre 2022

Dal SANA di Bologna, il Salone Internazionale del biologico e del naturale in corso in questi giorni, la Coalizione #CambiamoAgricoltura lancia l’allarme: “qualcuno sta operando per azzoppare la corsa dell’agricoltura biologica creando ostacoli e difficoltà che potrebbero rendere impossibile l’attuazione dell’unica novità positiva del Piano Strategico Nazionale della PAC post 2022 che indica l’obiettivo del 25% di superficie agricola utilizzata certificata in biologico entro il 2027, anticipando di 3 anni l’obiettivo europeo indicato dalle Strategie UE Farm to Fork e Biodiversità 2030”, denunciano le Associazioni ambientaliste, dei consumatori e del biologico. Sono state le stesse Associazioni dell’agricoltura biologica, FederBio e AIAB, a segnalare i primi problemi con un comunicato stampa del 24 agosto scorso, rilanciando ieri l’allarme dal palco dell’evento “RivoluzioneBio” in corso nell’ambito del SANA di Bologna. Le preoccupazioni condivise da tutte le Associazioni della Coalizione #CambiamoAgricoltura sono giustificate da notizie informali e indiscrezioni sulle decisioni che le Regioni stanno definendo nell’ambito della programmazione dello Sviluppo Rurale, che resta di loro competenza. Diverse Regioni, 6 o 7 secondo le notizie circolate, non avrebbero stanziato la loro quota di risorse finanziarie per la parte del cofinanziamento nazionale previsto dal Regolamento comunitario da destinare alle misure per il biologico, in coerenza con quanto previsto dal Piano Strategico Nazionale della PAC che il MIPAAF sta definendo in queste settimane per l’invio entro fine settembre alla Commissione UE per l’approvazione definitiva. Oltre a questa incomprensibile distrazione delle risorse del cofinanziamento regionale dall’agricoltura biologica ad altri interventi dello Sviluppo Rurale si aggiunge il serio rischio di contributi economici maggiori per l’agricoltura integrata, che non esclude l’utilizzo di sostanze chimiche di sintesi (pesticidi e fertilizzanti chimici), rispetto all’agricoltura biologica più sostenibile dal punto di vista ambientale. Questa incongruenza, che riproporrebbe un problema già presente nella programmazione dell’ultima PAC, dipenderebbe dalle regole previste dai Regolamenti europei della PAC che stabiliscono la definizione dell’ammontare dei premi alle aziende agricole per le diverse pratiche agricole esclusivamente in base ai maggiori costi e minori ricavi. Secondo le valutazioni del CREA l’agricoltura integrata dovrebbe ricevere premi maggiori in relazione ai maggiori ricavi delle aziende agricole biologiche per i maggiori valori di mercato dei prodotti certificati. Criteri complessi di non facile comprensione che però confermano le critiche della Coalizione #CambiamoAgricoltura a questa nuova PAC che continua a distribuire fondi pubblici all’agricoltura con l’obiettivo prioritario della tutela del reddito delle aziende agricole, ignorando le esternalità positive e negative per l’ambiente e la società dei diversi modelli di produzione. Un altro problema irrisolto per l’agricoltura biologica è la facoltà delle Regioni di attribuire per le stesse colture premi ad ettaro diversi. Un campo di grano o di girasoli o un vigneto certificato biologico può così ricevere un contributo economico dalla PAC diverso in territori regionali diversi tra loro confinanti, senza nessuna valida motivazione se non l’autonomia rivendicata dalle Regioni per la competenza esclusiva sull’agricoltura attribuita loro dalla nostra Costituzione. Nonostante l’indicazione della Commissione Europea di produrre un unico Piano Strategico Nazionale della PAC post 2022 omogeneo.  La Coalizione #CambiamoAgricoltura auspica che queste notizie verranno smentite nelle prossime settimane dalla presentazione della proposta finale del Piano Strategico Nazionale della PAC, anche In considerazione delle notizie che hanno accompagnato l’approvazione del Piano Strategico Nazionale della PAC della Francia, respinto inizialmente dalla Commissione UE proprio perché prevedeva pagamenti maggiori per l’agricoltura integrata rispetto al biologico. Le Associazioni chiedono per questo al MIPAAF la convocazione di una riunione del Tavolo di parternariato per la presentazione della programmazione per lo Sviluppo Rurale da parte delle Regioni, con rassicurazioni sull’attuazione degli interventi per il biologico. “Vogliamo sperare che si eviti un pericoloso scarica barile delle responsabilità tra Ministero e Regioni per decisioni che potrebbero penalizzare lo sviluppo dell’agricoltura biologica, rendendo difficile se non impossibile raggiungere il traguardo del 25% della superficie agricola nazionale certificata entro il 2027”, concludono le Associazioni della Coalizione #CambiamoAgricoltura. Tutte le informazioni sulla Campagna “Check Up Pesticidi” sono reperibili qui – https://www.goodfoodgoodfarming.eu/.

CambiamoAgricoltura è una coalizione nata nel 2017 per chiedere una riforma della PAC che tuteli tutti gli agricoltori, I cittadini e l’ambiente. Aderiscono alla Coalizione oltre 90 sigle della società civile ed è coordinata da un gruppo di lavoro che comprende le maggiori associazioni del mondo ambientalista, consumerista e del biologico italiane che aderiscono ad organizzazioni europee (Associazione Consumatori ACU, AIDA, AIAB, AIAPP, Associazione Italiana Biodinamica, CIWF Italia Onlus, FederBio, ISDE Medici per l’Ambiente, Legambiente, Lipu, Pro Natura, Rete Semi Rurali, Slow Food Italia e WWF Italia). E’ inoltre supportata dal prezioso contributo di Fondazione Cariplo.

PIANO DI ADATTAMENTO E INTERVENTI STRUTTURALI PER ELIMINARE I COMBUSTIBILI FOSSILI. Roma, 08 settembre 2022

Molti eventi estremi stanno di nuovo funestando il Nord e il Centro Italia, con colate di fango e tornado. Lo temevamo, anche per l’energia termica accumulata nei nostri mari con le temperature molto al di sopra della norma di questa estate. L’aumento del numero e dell’intensità degli eventi estremi, dalle ondate di calore alle tempeste e alluvioni, è dunque effetto diretto della crisi climatica e del riscaldamento globale. Come lo sono la fusione dei ghiacciai e, con altri fattori, la tremenda siccità che sta imperversando in Europa, in Cina e negli Stati Uniti. Anzi, il susseguirsi di questi impatti ne aumenta l’effetto: le precipitazioni piovose estreme su terreni impermeabilizzati dalla siccità hanno un impatto distruttivo molto maggiore e su aree più vaste.  Come sempre, gli eventi estremi sono anche moltiplicatori di problemi esistenti, dal dissesto idrogeologico alla situazione compromessa di alcune aree forestali (per esempio, in Trentino Alto Adige, anche in seguito alla tempesta Vaia e alla siccità, nonché alla correlata invasione ormai epidemica del coleottero Bostrico tipografo). 

Dalla siccità alle alluvioni con sempre maggior frequenza e facilità; la Regione Mediterranea è e sarà interessata sempre più da ondate di calore e minori precipitazioni ma più intense e concentrate in pochi giorni. È indispensabile avviare una politica di adattamento ai cambiamenti climatici che parta dalla gestione dell’acqua per la quale è indispensabile recuperare una regia unica, che può essere esercitata dalle Autorità di bacino attualmente depotenziate e marginalizzate, superando la frammentarietà della sua gestione. È necessaria altresì un’azione che consenta di ripristinare i servizi ecosistemici e aumentare la resilienza ambientale attraverso una diffusa azione di rinaturazione e l’utilizzo di Nature Based Solutions. Il progetto di rinaturazione del Po, proposto dal WWF e Anepla e inserito nel PNRR, è un primo grande esempio per ripristinare la naturalità del nostro grande fiume e la sua funzionalità ecologica (dal miglioramento della capacità di laminazione delle piene, all’aumento della capacità autodepurativa, alla tutela della biodiversità), da replicare in tutta Italia. Possono essere promossi interventi di drenaggio urbano sostenibile nelle nostre città, esattamente come si sta facendo in molte parti d’Europa o si possono promuovere le Aree di Infiltrazione naturali (particolari aree boscate progettate ad hoc) nelle zone agricole per favorire la ricarica delle falde. Non esistono ricette semplici e a breve periodo, ma è necessaria una pianificazione seria di medio e lungo periodo che ci consenta di ripensare il nostro territorio in relazione ai cambiamenti climatici in atto.

Proprio in questi giorni, il ministro Cingolani si appresta a dare il via libera a un ulteriore, intenso uso delle centrali a carbone italiane ancora aperte, tra cui alcune enormi (Civitavecchia e Brindisi Sud), mentre riduce gli obiettivi sulle rinnovabili, nonostante le sollecitazioni europee vadano in senso opposto. Far fronte all’emergenza energetica tralasciando quella climatica è folle, tanto più quando coincide con la soluzione vera, non le toppe che rischiano di rivelarsi peggiori del problema che si affronta – oltretutto, la maggior parte del carbone che importiamo, secondo gli ultimi dati disponibili sullo scorso anno, viene dalla Russia. La soluzione è proprio virare il più rapidamente possibile verso il ticket vincente, fonti rinnovabili ed efficienza energetica, abbattendo le emissioni di gas serra e rendendoci indipendenti dai carburanti importati. Eppure, da parte del Ministero della Transizione Ecologica, anche nell’ultimo provvedimento (“Piano nazionale di contenimento dei consumi di gas”) non si evince affatto una scelta a favore della soluzione amica del clima, ma ci si mantiene nell’ambito dell’energia fossile, vedendo le rinnovabili come fattore per “colmare la differenza con il gas non reperito”. Persino i “consigli” per risparmiare gas ed energia sono timidi e orientati più a lasciare tutto com’è, senza chiamare i cittadini e le famiglie non solo a una mobilitazione straordinaria per ridurre i consumi –manca del tutto il senso di un’azione comune per l’interesse comune- ma anche a fare la propria parte per “cambiare l’energia”. 

Il WWF sottolinea inoltre che non pervengono ancora notizie del Piano Nazionale di Adattamento, la cui bozza, da integrare e rendere efficace e operativa, giace nei cassetti del Ministero (MITE) dal 2018. 

Chiediamo al Governo in carica per l’ordinaria amministrazione e al futuro Parlamento e Governo di gettare le basi per una vera indipendenza energetica e, nel contempo, di non abbassare la guardia sulla crisi climatica. 

Associazioni: “Un risultato straordinario che conferma la necessità della nostra azione a tutela della biodiversità. La fauna selvatica non può essere merce di scambio elettorale”. Roma, 7 settembre 2022

Con Decreto n. 199/2022, il Presidente del Tribunale Amministrativo Regionale dell’Umbria ha disposto la sospensione dell’avvio della stagione venatoria che la Regione aveva fissato al 18 settembre, così accogliendo totalmente la domanda cautelare avanzata dalle associazioni ricorrenti: WWF Italia, Lipu, Legambiente Umbria, LAV, LAC ed ENPA. Il provvedimento è stato motivato dalla necessità di scongiurare “il paventato pericolo che l’apertura al 18 9.2022 possa arrecare danni irreversibili al patrimonio faunistico” anche alla luce del fatto che “gli interessi di natura sportiva-privata […] appaiono tuttavia recessivi rispetto alla protezione faunistica”. “Si tratta di un risultato straordinario – affermano le associazioni – che conferma il ruolo delle associazioni di protezione ambientale chiamate, di fatto, a svolgere un’attività di tutela di un bene dello Stato che proprio lo Stato, attraverso i suoi organi decentrati, mette a rischio con provvedimenti che spesso si rivelano illegittimi. E’ inammissibile che la fauna selvatica continui ad essere merce di scambio elettorale e che gli uffici regionali debbano essere sottoposti a pressioni fortissime da parte dei rappresentanti politici del mondo venatorio, mirate semplicemente a fare concessioni ad una categoria di potenziali elettori senza tenere conto dei rischi per la biodiversità e delle responsabilità, anche penali ed erariali, che singoli funzionari sono costretti ad assumere”. Le specie nei cui confronti la Regione aveva autorizzato la caccia, in contrasto con il parere rilasciato da ISPRA e che dunque non potranno essere abbattute, quantomeno fino alla udienza che il TAR ha fissato al 4 ottobre, sono: quaglia, beccaccia, alzavola, marzaiola, germano reale, beccaccino, canapiglia, codone, fischione, folaga, frullino, gallinella d’acqua, mestolone, porciglione, tordo bottaccio, tordo sassello, cesena, fagiano e starna, nonché la piccola selvaggina.