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GLI AMBIENTALISTI CHIEDONO AL GOVERNO DI RESISTERE ALLE PRESSIONI. QUEL PROGETTO È FALLITO, BENE IL VAGLIO DELLE ALTERNATIVE E NESSUN PASSO FALSO SUL PNRR. Roma, 31 marzo 2021

Dieci associazioni di protezione ambientale chiedono al Governo di resistere alle pressioni politiche e delle imprese interessate alla costruzione dell’opera che vogliono il rilancio del progetto del ponte sullo Stretto di Messina (abbandonato nel 2013) e alla richiesta che l’intervento venga inserito nel PNRR. Le associazioni intervengono, anche, a sostegno della posizione del Ministro delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibile Enrico Giovannini che sta valutando le alternative sull’attraversamento dello Stretto sino all’opzione zero. L’argomentata lettera è stata inviata, oltre che al Ministro Giovannini, al Presidente del Consiglio Mario Draghi e al Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani da FAI – Fondo Ambiente Italiano, Federazione Pro Natura, Greenpeace Italia, Italia Nostra, Kyoto Club, Legambiente, Lipu – Birdlife Italia, TCI – Touring Club Italiano, T&E – Transport & Environment, WWF Italia. Quattro le motivazioni di carattere giuridico, economico-finanziario, tecnico, ambientale sostenute dalle associazioni. 

Valutazioni delle alternative e PNRR – Le associazioni condividono la posizione assunta dal ministro Giovannini a metà marzo che, a quanto risulta, ha chiesto alla Commissione, costituita dalla Ministra De Micheli nell’agosto 2020 sull’attraversamento stabile dello Stretto di Messina, di produrre approfondimento anche sull’opzione zero, valutando anche l’alternativa alla costruzione del ponte costituita dal potenziamento dei servizi traghetti, porti e stazioni ferroviarie. Approfondimento che fa escludere che la proposta possa essere inserita tra i progetti del PNRR che devono essere definiti entro il prossimo aprile, secondo gli standard e il grado di dettaglio richiesti dalle Linee Guida e dal Regolamento per la redazione dei PNRR e nel rispetto del principio “no significant harm” (nessun danno significativo). 

L’abbandono del progetto del 2010 – Le associazioni ricordano al Governo, a proposito del rilancio del progetto del 2010 del General Contractor Eurolink (capeggiato da Impregilo), avvenuto a metà marzo, da parte del Webuild (società composta da Impregilo-Salini e da Astaldi) di un ponte sospeso ad unica campata della lunghezza di 3.300 metri, sostenuto da torri alte 400 metri. E sottolineano che quella proposta fu abbandonata dopo che il GC Eurolink non produsse, entro il termine dell’1/3/2013 stabilito dall’allora Governo Monti, gli approfondimenti economico-finanziari e tecnici richiesti, recedendo dal contratto con la concessionaria Stretto di Messina SpA, portando il Governo allora in carica ad abbandonare il progetto e all’avvio della procedura di liquidazione di SdM SpA. 

I problemi irrisolti del progetto del 2010 – Le associazioni osservano che già nel 2010 il progetto del ponte aveva un costo stimato al ribasso di 7.5 – 9 miliardi di euro, che però non considerava le 35 prescrizioni di carattere tecnico e ambientale allora richieste nel parere di Valutazione di Impatto ambientale e dal CIPE. Le modifiche richieste erano sostanziali e in alcuni casi di una complessità senza precedenti per un’opera di queste dimensioni, da realizzare in una delle aree più delicate da un punto di vista del rischio sismico e idrogeologico. Dalle carte del progetto definitivo del 2010 emergeva che: a) il ponte a regime sarebbe stato in perdita, per ammissione degli stessi progettisti perché il traffico ferroviario era assolutamente insufficiente e quello stradale stimato era solo l’11% rispetto alla capacità complessiva dell’infrastruttura, con il rischio che i pendolari (la stragrande maggioranza degli utenti) fossero applicati pedaggi altissimi; b) il ponte ad unica campata sarebbe sorto in una delle aree a maggiore rischio sismico del Mediterraneo (come ricordato dal devastante terremoto del 1908 che rase al suolo Messina e Reggio Calabria) e tra le più dinamiche al mondo dal punto di vista geologico per l’incontro-scontro tra la placca africana e quella europea; c) con  scavi per un ammontare di 6.800.000 metri cubi, che avrebbero inciso sul delicato equilibrio territoriale dei versanti calabrese e siciliano; d) non tenendo conto che l’opera sarebbe dovuta sorgere in una delle aree a più alta biodiversità del Mediterraneo, dove sono localizzati ben 12 siti delle Rete Natura 2000, tutelati dall’Europa ai sensi delle Direttive Habitat e Uccelli. 

Lavorare subito per le alternative e per migliorare i servizi –  Le associazioni chiedono al Governo un confronto per individuare gli interventi veramente necessari per migliorare la logistica e le reti ferroviarie e stradali siciliane e calabresi, ricordando come in questi anni i  servizi forniti dai traghetti e dalle ferrovie siano stati ridotti e come ci sia bisogno di interventi urgenti su infrastrutture che devono essere messe in sicurezza e adeguate (per carenze nella progettazione ed esecuzione dei lavori o per scarsa manutenzione), pensando nel contempo a velocizzare le relazioni e a favorire l’intermodalità a vantaggio di residenti e turisti.  

Le Associazioni concludono la loro lettera, facendo notare al Governo che, nel momento in cui l’Italia è la maggiore beneficiaria in Europa dei fondi messi a disposizione dall’Europa con lo strumento Next Generationi EU, si debba mantenere saldo l’orientamento a presentare progetti credibili e cantierabili, respingendo ogni forzatura per proposte come quella del ponte sullo Stretto di Messina, non sufficientemente motivate, che non passerebbero il vaglio dell’Europa.

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I problemi causati dal traffico pesante di attraversamento in questa parte delle Alpi preoccupa non soltanto gli abitanti del bellunese (Cadore – Valle del Boite – Comelico) e della Carnia ma anche quelli del distretto di Lienz e della valle della Drava, in Austria. Fridays for future Osttirol, nel denunciare il rischio che il Tirolo Orientale e l’Alta Carinzia diventino crocevia di transito internazionale, ha diffuso in questi giorni un comunicato stampa sostenuto da: Verein Erholungslandschaft Osttirol, Initiative Stop Transit Osttirol, Fridays for future Spittal, Radlobby Kärnten – Region Spittal e da: LIBERA Cadore presidio “Barbara Rizzo”, Mountain Wilderness Italia, Ecoistituto del Veneto “Alex Langer”, Fridays for future Tolmezzo/Carnia, Comitato Peraltrestrade Carnia-Cadore, Italia Nostra sezione di Belluno, WWF O.A. Terre del Piave, Gruppo promotore Parco del Cadore, “Circolo della Carnia” di Legambiente con cui chiede:

1. Un concetto di trasporto rispettoso del clima.

2. Un divieto di circolazione per i camion di transito oltre le 7,5 tonnellate sulla strada federale B100 (ad eccezione del traffico con destinazione e origine regionale).

La B100 è il tratto austriaco della strada europea E66 che collega il Trentino-Alto Adige (ss 49 della Pusteria) con l’Ungheria, passando per l’Austria in una parte dell’autostrada A10 Villaco-Salisburgo e proseguendo sull’A2 che collega Tarvisio con Vienna attraverso Klagenfurt e Graz fino all’uscita di Fürstenfeld.

Clicca qui per leggere il comunicato in italiano e in tedesco –

https://www.peraltrestrade.it/fff-osttirol-comunicato-contro-passaggio-tir/.

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Roma, 31 luglio 2020 – L’arrivo di oltre 208 miliardi di euro all’Italia nell’ambito del Recovery Fund deciso dall’ultimo Consiglio europeo deve essere l’occasione per il nostro Paese per confermare la propria coerenza con le scelte dell’European Green Deal dimostrando anche di voler rendere più efficace ed efficiente l’azione amministrativa imponendo una svolta al modo in cui l’Italia impiega i finanziamenti pubblici: rispettando i diritti alla informazione e partecipazione del pubblico interessato; sapendo selezionare le vere priorità di intervento di interesse nazionale e destinando a queste finanziamenti certi e realmente disponibili; migliorando radicalmente gli strumenti programmatori e la qualità dei progetti; compiendo le migliori scelte dal punto di vista della sostenibilità ambientale e sociale; rafforzando i controlli e le valutazioni ex ante ed ex post. Il cosiddetto Decreto Semplificazioni (dl n. 76/2020 – Atto Senato 1883) all’esame della I Commissione (Affari costituzionali) e della VIII Commissione (Lavori Pubblici) di Palazzo Madama ha in gran parte mancato queste fondamentali promesse. Lo sottolineano 7 associazioni ambientaliste (Federazione Pro Natura, Greenpeace Italia, Kyoto Club, INU, Legambiente, TCI, WWF) che hanno inviato in questi giorni un corposo Documento di osservazioni e richieste di emendamento integrativi e migliorativi a 21 articoli, su 64, del decreto e intervenendo nell’Audizione che si è svolta martedì 28 luglio davanti alle Commissioni congiunte a Palazzo Madama. Il termine degli emendamenti nelle Commissioni congiunte è il 4 agosto, ma nelle loro parole e nel loro documento le associazioni, con rammarico, fanno notare che nell’articolato si ripropongono alcuni dei meccanismi che negli ultimi 40 anni non hanno portato alcun cambio di passo nella capacità di intervento del Paese. Nonostante le esperienze e le vicende (anche giudiziarie) che sin dai Mondiali di Calcio e dagli eventi dedicati a Colombo hanno portato alla legge Obiettivo e quindi all’ormai superato Codice Appalti 2006, anche con il cd Decreto Semplificazioni si ripropongono meccanismi già dimostratisi inefficaci (visto che a consuntivo nel 2015, dopo 15 anni di legge Obiettivo è risultato essere completato solo il 4% delle cosiddette infrastrutture strategiche). Questo per non dire dei tentativi di elusione delle procedure comunitaria per l’assegnazione delle opere pubbliche che hanno portato a numerosi contenziosi. Se dunque, da un lato, non si può negare l’esigenza di processi più snelli, da un altro non si può non ammettere che nel nostro Paese, la semplificazione e  l’accelerazione dei meccanismi decisionali, la forzatura delle norme  urbanistiche, territoriali, paesaggistiche e ambientali, la sistematica sottovalutazione della informazione e partecipazione del pubblico e del patrimonio di conoscenze del territorio rappresentato dai cittadini, ha aumentato consumo del suolo, rischio geologico, intaccato un patrimonio paesistico e naturalistico di rilevanza mondiale. Questo modo di procedere, che ha ispirato anche il decreto Sblocca Cantieri del 2019, come sottolineato dal Presidente dell’ANAC, Franco Merloni nella sua relazione annuale 2019 alla Camera dei Deputati dello scorso 2 luglio allarga le maglie degli affidamenti diretti senza produrre alcun beneficio concreto mentre i problemi vanno ricercati nelle fasi preliminari dell’affidamento, ad esempio nella carente programmazione e progettazione e in quella successiva dell’esecuzione. Le associazioni condividono da anni e sposano le valutazioni critiche del Presidente dell’Autorità Anticorruzione e chiedono una svolta che: 1) rafforzi e responsabilizzi l’azione la pubblica amministrazione, 2)  riduca i livelli e i processi decisionali e gli organismi ad essi preposti, 3) chiarisca i rapporti tra centro e periferia, 4) introduca elementi di valutazione preventiva e successiva degli interventi, 5) rafforzi i meccanismi di vigilanza e controllo su iter autorizzativi resi più fluidi (è uno scandalo ad esempio che il Sistema nazionale per la protezione ambientale, preposto da 4 anni ai controlli, debbano ancora oggi operare in invarianza dei costi rispetto alla riforma del 2016). Le Associazioni rilevano come sia stata scelta con il Decreto Sempificazioni la strada di una perenne incertezza normativa (denunciata anche da ANAC), che non fa bene né alle imprese, né alla P.A., né ai cittadini, intervenendo su ben 50 diverse norme su materia delicate e strategiche introducendoennesime modifiche od elusioni del Codice degli appalti del 2016 (sono 12 gli articoli su cui si interviene sul D.Lgs. n. 50/2016, dopo modifiche che si sono succedute ogni anno dal 2017 ad oggi); ulteriori forzature temporanee o permanenti dei meccanismi decisionali della Conferenza dei Servizi (sono 9 gli articoli modificati della legge n. 241/1990); uno stillicidio di modifiche al Testo Unico dell’Edilizia (13 gli articoli modificati del DPR 380 2001); diffuse e in alcuni casi pesanti modifiche al Codice dell’ambiente (sono ben 16 gli articoli modificati). Ma il paradosso è, notano le Associazioni, che gli estensori del decreto non hanno sfruttato appieno i meccanismi acceleratori previsti a legislazione vigente, come risulta evidente dal fatto che: a) sia per le procedure aperte che per quelle ristrette di affidamento lavori esistono già meccanismi nel Codice Appalti 2016 che riducono da 35 sino a 10 giorni le procedure di assegnazione da avvio bando (artt. 60, 61 e 63 del D.Lgs. n. 50/2016); nell’ambito della procedura di Valutazione di Impatto Ambientale invece di accanirsi sui tempi dedicati alla consultazione dei cittadini (60 giorni) si potrebbero tagliare di ben 90 giorni i tempi concessi nell’ambito della procedura VIA ai proponenti dei progetti per inutili controdeduzioni e integrazioni nelle procedure ordinarie (arrtt. 20 e 24 del D.Lgs n. 152/2006) e di altri 60 giorni (!) nel caso dei provvedimenti unici (art. 27 del D.Lfgs n. 152/2006); non si introduce alcun correttivo nelle norme relative alla programmazione e alla progettazione delle opere per dare certezze sui meccanismi selettivi delle opere, sulla loro copertura economica e finanziaria (programmazione) e sulla produzione dei Piani Economico Finanziari e dell’Analisi Costi Benefici comparata delle alternative di intervento (progettazione). Invece, si compiono scelte che, a giudizio delle associazioni, mettono a rischio il territorio e le casse pubbliche, come già avvenuto in passato, rendendo più opachi i mercati degli appalti e le procedure decisionali con un elevato rischio di legalità proprio quando al Paese vengono destinati ingentissimi finanziamenti. Scelte, che vanno ben oltre a quanto già previsto dal decreto Sblocca Cantieri (dl n. 32/2019) e fortemente criticato. Scelte che possono avere pesanti ricadute sul territorio, sul tessuto sociale e sulle casse pubbliche come quelle di:

sospendere sino al 31 luglio 2021, il ricorso alle procedure aperte di gara anche per gli affidamenti di forniture, servizi lavori pubblici sotto e soprasoglia generalizzando il ricorso a procedure ristrette e negoziate, che per l’Europa devono rimanere un’eccezione;

allargare in maniera abnorme la competenza dei Commissari, nati per gestire un numero limitato di interventi prioritari nazionali, anche ad opere in ambito regionali e locale, consentendo così di intervenire in deroga alle norme sugli appalti e ambientali su un numero imprecisato di opere;

rendere ancora più incerti i criteri di qualifica degli operatori e meno trasparente la filiera dei subpappalti per i lavori pubblici, controllata in ampie zone del Paese dalla criminalità organizzata;

abusare dello strumento delle Conferenze di Servizi semplificata e/o simultanea in cui valga il silenzio assenso anche per le amministrazioni preposte alla tutela sanitaria, culturale, paesaggistica e ambientale;

favorire ulteriore consumo di suolo, con l’introduzione della libertà di cambiare “sedime”, e quindi di realizzare costruzioni ex novo inaree diverse da quella dove si è demolito, negli interventi di demolizione e ricostruzione, nell’ambito della rigenerazione urbana;

intimare ai funzionari pubblici di procedere alla stipulazione dei contratti, alla conclusione della fase decisionale, alla esecuzione delle opere, ventilando la responsabilità erariale e disciplinare del responsabile del procedimento in caso di “inerzia”;

interventi arbitrari sull’autonomia del giudice amministrativo (a cui, pur in presenza di norme già esistenti viene chiesto di tenere conto della priorità alla realizzazione delle opere), della magistratura contabile (che sino al 31/7/2021 non dovrebbe tenere conto del danno erariale provocato per colpa, ma solo per dolo), del giudice penale (con una modifica all’articolo 323 del CP sull’abuso d’ufficio che chiede di valutare se esistano o no margini di discrezionalità nell’operato del del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio).

Le Associazioni, che comunque hanno avuto modo di segnalare anche gli articoli del provvedimento che ritengono condivisibili e che in alcuni casi vanno solo migliorati, invitano caldamente  le Commissioni competenti del Senato a non ricadere negli errori del passato riproponendo procedure che renderanno impossibile intervenire nelle qualità progettuali, che generalizzando le priorità fanno sì che nulla sarà veramente prioritario, che favoriscono interessi che nulla centrano con quelli pubblici, che rischiano di uscire dal solco comunitario non solo rispetto agli standard di sostenibilità dello sviluppo, ma anche rispetto alle garanzie e alle regole che necessariamente devono essere seguite, soprattutto quando ci si appresta a gestire e ad impegnare una quantità di denaro senza precedenti.

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LA REGIONE USI I SOLDI PER IL BISOGNO SOCIALE, NON PER LA PEDEMONTANA 

La crisi sociale ed economica investe anche il Veneto. Non siamo esenti dal pagare il conto della pandemia. Non lo sono, in particolare, molte persone in difficoltà; malate, disoccupate, lavoratrici precarie e atipiche, inquiline, cassintegrate, pensionate sole. E’ prioritario un intervento sociale a diretto sostegno delle persone in stato di povertà e di bisogno a cui va erogato un reddito per vivere dignitosamente. Così come sarà fondamentale un intervento per ripartire con un passo diverso, rivolto a ciò che dà lavoro realmente necessario alla società. E’ assolutamente necessario e urgente un intervento che aumenti e migliori il servizio sanitario pubblico, diagnostico e di cura. E’ assolutamente necessario e urgente il recupero dei 5600 appartamenti pubblici sfitti in Veneto, per metterli a disposizione delle persone in difficoltà (non per venderli!). E’ assolutamente necessario e urgente un piano di tutela dal dissesto idrogeologico e di bonifica dei danni fatti in decenni di produzioni nocive; Porto Marghera e Pfas su tutte.  Il Comitato No Pedemontana è dalla parte di queste persone e di queste istanze, sociali, ambientali ed economiche. Meritano la priorità nell’azione politica e programmatoria in Veneto. Sono queste le misure da mettere nella colonna con il segno + ; esse creano inoltre molta più occupazione rispetto alle grandi opere. I soldi ci sono, e ancora una volta, con grandissime ulteriori motivazioni dettate dalla fase drammatica, chiediamo di abbandonare la realizzazione della Pedemontana. A prescindere dallo stato di avanzamento; vi è ancora, tra l’altro, la possibilità di ricollegare l’opera alla viabilità esistente e ferroviaria. L’inutilità certificata dalla Corte dei Conti con la stima di un transito di soli 15.000 veicoli al giorno è a maggior ragione avvalorata da una probabile ulteriore diminuzione. Rimane il danno ambientale delle migliaia di pozzi in falda e del passaggio a fianco al deposito gas di Bassano, del consumo di suolo e dei siti ambientali protetti che vengono pregiudicati. Ma oggi, rispetto alle numerose motivazioni che le istituzioni hanno fatto finta di non capire per anni, il discorso è molto più semplice. I 15,6 miliardi (più opere complementari), spettano ad altre questioni fondamentali. Va dato tutto il nostro sostegno e la nostra comunanza di intenti alle fasce sociali in difficoltà; ci appelliamo ad altri comitati ambientali per produrre insieme una saldatura con il bisogno sociale. Il segno meno, ora più che mai, va messo alle grandi opere e al sistema balordo che le propina.

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su prolungamento A27

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sbocco A27

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