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Archive for the ‘territorio’ Category

INTERVENIRE IN 6 AREE PRIORITARIE CON I FONDI EUROPEI. MARTEDI’ 17 NOVEMBRE ORE 10 WEBINAR IN DIRETTA SULLA PAGINA FACEBOOK DEL WWF ITALIA. Presenti il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti De Micheli, il Sottosegretario Ambiente Morassut e la Presidente WWF Italia, Donatella Bianchi. facebook.com/wwfitaliaRoma, 12 novembre 2020

L’incontro ha l’obiettivo, nel momento in cui è stato avviato i percorso per individuare i progetti prioritari del Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza (PNRR), di presentare le proposte del WWF per un Piano di ripristino ambientale per salvare la natura d’Italia, un contributo strategico per indirizzare nel modo migliore i fondi che l’Europa ci mette a disposizione con il cosiddetto Recovery and Resilience Facility, per azioni per il clima e l’adattamento ai cambiamenti climatici.Il WWF Italia propone la realizzazione di un Piano Nazionale di Restoration, coerente con la “Strategia dell’Unione Europea per la biodiversità entro il 2030”, le cui linee essenziali verranno illustrate nel documento: “Riqualificare l’Italia. Proposte per un piano di ripristino ambientale e di adattamento ai cambiamenti climatici” che verrà presentato nel corso dell’incontro, alla presenza di Paola De Micheli, Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti; Roberto Morassut, Sottosegretario al ministero dell’Ambiente; Donatella Bianchi, Presidente WWF Italia; Andrea Agapito Ludovici, Responsabile Acque del WWF Italia; Claudio Bassanetti (Presidente ANEPLA, Associazione Nazionale Estrattori Produttori Lapidei Affini) ), Meuccio Berselli (Segretario Generale Autorità di Bacino Fiume Po), Irene Priolo (Presidente AIPO – Agenzia Interregionale per il Po) e i docenti Bernardino Romano, Riccardo Santolini e Pierluigi Viaroli. Il Piano nazionale Restoration proposto dal WWF indica le priorità d’azione, la programmazione e la quanitificazione delle risorse economiche e finanziarie necessarie alla sua concreta realizzazione e l’individuazione degli strumenti normativi, tecnici e finanziari più adeguati per garantire l’avvio di un’efficacie azione di rinaturazione nel nostro Paese. Per questo il WWF ha individuato 6 aree vaste prioritarie per la riconnessione ecologica e l’adattamento ai cambiamenti climatici (le Alpi, il Corridoio Alpi Appennino, la valle del Po, l’Appennino umbro-marchigiano, l’Appennino campano centrale, la Valle del Crati – Presila Cosentina), dove avviare interventi di ripristino ambientale e per la continuità ecologica, fermando la progressiva perdita di biodiversità che costituisce uno dei patrimoni più importanti del nostro Paese. Per una di queste aree, quella che riguarda il più grande fiume d’Italia, il Po, il WWF ha già elaborato una proposta di Piano di rinaturazione che potrebbe già diventare operativo a breve, e che verrà presentato nel corso dell’incontro. Appuntamento il 17 novembre alle 10 su facebook.com/wwfitalia.

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Roma, 31 luglio 2020 – L’arrivo di oltre 208 miliardi di euro all’Italia nell’ambito del Recovery Fund deciso dall’ultimo Consiglio europeo deve essere l’occasione per il nostro Paese per confermare la propria coerenza con le scelte dell’European Green Deal dimostrando anche di voler rendere più efficace ed efficiente l’azione amministrativa imponendo una svolta al modo in cui l’Italia impiega i finanziamenti pubblici: rispettando i diritti alla informazione e partecipazione del pubblico interessato; sapendo selezionare le vere priorità di intervento di interesse nazionale e destinando a queste finanziamenti certi e realmente disponibili; migliorando radicalmente gli strumenti programmatori e la qualità dei progetti; compiendo le migliori scelte dal punto di vista della sostenibilità ambientale e sociale; rafforzando i controlli e le valutazioni ex ante ed ex post. Il cosiddetto Decreto Semplificazioni (dl n. 76/2020 – Atto Senato 1883) all’esame della I Commissione (Affari costituzionali) e della VIII Commissione (Lavori Pubblici) di Palazzo Madama ha in gran parte mancato queste fondamentali promesse. Lo sottolineano 7 associazioni ambientaliste (Federazione Pro Natura, Greenpeace Italia, Kyoto Club, INU, Legambiente, TCI, WWF) che hanno inviato in questi giorni un corposo Documento di osservazioni e richieste di emendamento integrativi e migliorativi a 21 articoli, su 64, del decreto e intervenendo nell’Audizione che si è svolta martedì 28 luglio davanti alle Commissioni congiunte a Palazzo Madama. Il termine degli emendamenti nelle Commissioni congiunte è il 4 agosto, ma nelle loro parole e nel loro documento le associazioni, con rammarico, fanno notare che nell’articolato si ripropongono alcuni dei meccanismi che negli ultimi 40 anni non hanno portato alcun cambio di passo nella capacità di intervento del Paese. Nonostante le esperienze e le vicende (anche giudiziarie) che sin dai Mondiali di Calcio e dagli eventi dedicati a Colombo hanno portato alla legge Obiettivo e quindi all’ormai superato Codice Appalti 2006, anche con il cd Decreto Semplificazioni si ripropongono meccanismi già dimostratisi inefficaci (visto che a consuntivo nel 2015, dopo 15 anni di legge Obiettivo è risultato essere completato solo il 4% delle cosiddette infrastrutture strategiche). Questo per non dire dei tentativi di elusione delle procedure comunitaria per l’assegnazione delle opere pubbliche che hanno portato a numerosi contenziosi. Se dunque, da un lato, non si può negare l’esigenza di processi più snelli, da un altro non si può non ammettere che nel nostro Paese, la semplificazione e  l’accelerazione dei meccanismi decisionali, la forzatura delle norme  urbanistiche, territoriali, paesaggistiche e ambientali, la sistematica sottovalutazione della informazione e partecipazione del pubblico e del patrimonio di conoscenze del territorio rappresentato dai cittadini, ha aumentato consumo del suolo, rischio geologico, intaccato un patrimonio paesistico e naturalistico di rilevanza mondiale. Questo modo di procedere, che ha ispirato anche il decreto Sblocca Cantieri del 2019, come sottolineato dal Presidente dell’ANAC, Franco Merloni nella sua relazione annuale 2019 alla Camera dei Deputati dello scorso 2 luglio allarga le maglie degli affidamenti diretti senza produrre alcun beneficio concreto mentre i problemi vanno ricercati nelle fasi preliminari dell’affidamento, ad esempio nella carente programmazione e progettazione e in quella successiva dell’esecuzione. Le associazioni condividono da anni e sposano le valutazioni critiche del Presidente dell’Autorità Anticorruzione e chiedono una svolta che: 1) rafforzi e responsabilizzi l’azione la pubblica amministrazione, 2)  riduca i livelli e i processi decisionali e gli organismi ad essi preposti, 3) chiarisca i rapporti tra centro e periferia, 4) introduca elementi di valutazione preventiva e successiva degli interventi, 5) rafforzi i meccanismi di vigilanza e controllo su iter autorizzativi resi più fluidi (è uno scandalo ad esempio che il Sistema nazionale per la protezione ambientale, preposto da 4 anni ai controlli, debbano ancora oggi operare in invarianza dei costi rispetto alla riforma del 2016). Le Associazioni rilevano come sia stata scelta con il Decreto Sempificazioni la strada di una perenne incertezza normativa (denunciata anche da ANAC), che non fa bene né alle imprese, né alla P.A., né ai cittadini, intervenendo su ben 50 diverse norme su materia delicate e strategiche introducendoennesime modifiche od elusioni del Codice degli appalti del 2016 (sono 12 gli articoli su cui si interviene sul D.Lgs. n. 50/2016, dopo modifiche che si sono succedute ogni anno dal 2017 ad oggi); ulteriori forzature temporanee o permanenti dei meccanismi decisionali della Conferenza dei Servizi (sono 9 gli articoli modificati della legge n. 241/1990); uno stillicidio di modifiche al Testo Unico dell’Edilizia (13 gli articoli modificati del DPR 380 2001); diffuse e in alcuni casi pesanti modifiche al Codice dell’ambiente (sono ben 16 gli articoli modificati). Ma il paradosso è, notano le Associazioni, che gli estensori del decreto non hanno sfruttato appieno i meccanismi acceleratori previsti a legislazione vigente, come risulta evidente dal fatto che: a) sia per le procedure aperte che per quelle ristrette di affidamento lavori esistono già meccanismi nel Codice Appalti 2016 che riducono da 35 sino a 10 giorni le procedure di assegnazione da avvio bando (artt. 60, 61 e 63 del D.Lgs. n. 50/2016); nell’ambito della procedura di Valutazione di Impatto Ambientale invece di accanirsi sui tempi dedicati alla consultazione dei cittadini (60 giorni) si potrebbero tagliare di ben 90 giorni i tempi concessi nell’ambito della procedura VIA ai proponenti dei progetti per inutili controdeduzioni e integrazioni nelle procedure ordinarie (arrtt. 20 e 24 del D.Lgs n. 152/2006) e di altri 60 giorni (!) nel caso dei provvedimenti unici (art. 27 del D.Lfgs n. 152/2006); non si introduce alcun correttivo nelle norme relative alla programmazione e alla progettazione delle opere per dare certezze sui meccanismi selettivi delle opere, sulla loro copertura economica e finanziaria (programmazione) e sulla produzione dei Piani Economico Finanziari e dell’Analisi Costi Benefici comparata delle alternative di intervento (progettazione). Invece, si compiono scelte che, a giudizio delle associazioni, mettono a rischio il territorio e le casse pubbliche, come già avvenuto in passato, rendendo più opachi i mercati degli appalti e le procedure decisionali con un elevato rischio di legalità proprio quando al Paese vengono destinati ingentissimi finanziamenti. Scelte, che vanno ben oltre a quanto già previsto dal decreto Sblocca Cantieri (dl n. 32/2019) e fortemente criticato. Scelte che possono avere pesanti ricadute sul territorio, sul tessuto sociale e sulle casse pubbliche come quelle di:

sospendere sino al 31 luglio 2021, il ricorso alle procedure aperte di gara anche per gli affidamenti di forniture, servizi lavori pubblici sotto e soprasoglia generalizzando il ricorso a procedure ristrette e negoziate, che per l’Europa devono rimanere un’eccezione;

allargare in maniera abnorme la competenza dei Commissari, nati per gestire un numero limitato di interventi prioritari nazionali, anche ad opere in ambito regionali e locale, consentendo così di intervenire in deroga alle norme sugli appalti e ambientali su un numero imprecisato di opere;

rendere ancora più incerti i criteri di qualifica degli operatori e meno trasparente la filiera dei subpappalti per i lavori pubblici, controllata in ampie zone del Paese dalla criminalità organizzata;

abusare dello strumento delle Conferenze di Servizi semplificata e/o simultanea in cui valga il silenzio assenso anche per le amministrazioni preposte alla tutela sanitaria, culturale, paesaggistica e ambientale;

favorire ulteriore consumo di suolo, con l’introduzione della libertà di cambiare “sedime”, e quindi di realizzare costruzioni ex novo inaree diverse da quella dove si è demolito, negli interventi di demolizione e ricostruzione, nell’ambito della rigenerazione urbana;

intimare ai funzionari pubblici di procedere alla stipulazione dei contratti, alla conclusione della fase decisionale, alla esecuzione delle opere, ventilando la responsabilità erariale e disciplinare del responsabile del procedimento in caso di “inerzia”;

interventi arbitrari sull’autonomia del giudice amministrativo (a cui, pur in presenza di norme già esistenti viene chiesto di tenere conto della priorità alla realizzazione delle opere), della magistratura contabile (che sino al 31/7/2021 non dovrebbe tenere conto del danno erariale provocato per colpa, ma solo per dolo), del giudice penale (con una modifica all’articolo 323 del CP sull’abuso d’ufficio che chiede di valutare se esistano o no margini di discrezionalità nell’operato del del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio).

Le Associazioni, che comunque hanno avuto modo di segnalare anche gli articoli del provvedimento che ritengono condivisibili e che in alcuni casi vanno solo migliorati, invitano caldamente  le Commissioni competenti del Senato a non ricadere negli errori del passato riproponendo procedure che renderanno impossibile intervenire nelle qualità progettuali, che generalizzando le priorità fanno sì che nulla sarà veramente prioritario, che favoriscono interessi che nulla centrano con quelli pubblici, che rischiano di uscire dal solco comunitario non solo rispetto agli standard di sostenibilità dello sviluppo, ma anche rispetto alle garanzie e alle regole che necessariamente devono essere seguite, soprattutto quando ci si appresta a gestire e ad impegnare una quantità di denaro senza precedenti.

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Roma, 24 luglio 2020

Il WWF Italia in una nota inviata al presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte e al ministro dei Beni culturali Dario Franceschini chiede al governo di intervenire per bloccare la legge regionale recentemente approvata dalla regione Sardegna (Legge regionale 13 luglio 2020 n.21). Secondo l’associazione ambientalista, infatti, la legge dal titolo Norme di interpretazione autentica del Piano paesaggistico regionale è incostituzionale perché in palese contrasto con le leggi fondamentali che regolano la tutela del paesaggio, dell’ambiente e degli ecosistemi riconosciuti tra i principi fondamentali attraverso l’art. 9 della nostra Costituzione. Nel frattempo, purtroppo, la legge è in vigore e può già produrre effetti estremamente negativi sul prezioso territorio sardo. Con un escamotage del tutto fantasioso, nonché giuridicamente illegittimo, infatti, ossia utilizzando lo strumento dell’interpretazione autentica di una legge vigente, viene scardinato il lavoro di decenni in cui la Sardegna era stata tra le prime regioni ad attuare una buona pianificazione paesaggistica per la tutela delle aree più pregiate, ad iniziare dalle coste. In particolare la scelta dell’attuale legislatore sardo è quella di sottrarre alla pianificazione congiunta, che è invece obbligatoria, tra Regione autonoma della Sardegna e Ministero per i Beni e le attività culturali i beni collettivi più rilevanti: la fascia costiera, i beni identitari (definiti come “quelle categorie di immobili, aree e/o valori immateriali, che consentono il riconoscimento del senso di appartenenza delle comunità locali alla specificità della cultura sarda”), le zone agricole. Come evidenzia la lettera inviata dal WWF Italia al governo, infatti, “Appare evidente e macroscopicamente irrituale, nonché costituzionalmente illegittimo, lo scopo sotteso alla legge regionale in oggetto, che mira a scardinare il Piano Paesaggistico Regionale pretendendo di darne una interpretazione autentica dopo 14 anni di corretta applicazione, dopo numerose sentenze di legittimità da parte dei giudici costituzionali e amministrativi”. La legge regionale 21/2020 dunque modifica illegittimamente e, addirittura, con effetto retroattivo, una norma ed uno strumento quale il Piano Paesaggistico Regionale, senza la obbligatoria e logica concertazione Stato-regione, visto che si tratta di beni paesaggistici e ambientali che appartengono alla collettività e da questa devono essere tutelati e conservati. Inoltre, le Norme di interpretazione autentica del Piano paesaggistico regionale, va ad agire proprio sui vincoli a tutela delle aree più pregiate della Sardegna, dando la possibilità di eliminare o eludere i vincoli paesaggistici ed i relativi divieti posti a tutela del paesaggio. La legge regionale sottraendole alla necessaria ed insostituibile pianificazione per le trasformazioni territoriali ed urbanistiche rischia, inoltre, di peggiorare notevolmente la situazione delle aree che hanno già subito il maggiore impatto ambientale e paesaggistico oltre che di aprire le porte a forme di abusivismo edilizio, scempi paesaggistici e urbanistici. Il WWF Italia è fiducioso che il governo farà di tutto per eliminare questa legge così pericolosa e che la Sardegna non merita.

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“Dobbiamo essere grati a Giulia Maria Crespi per aver reso la bellezza accessibile a tutti. Senza il suo impegno e la sua determinazione buona parte del nostro patrimonio paesaggistico e culturale oggi non sarebbe così protetto e fruibile. Lascerà un segno indelebile nella storia dei beni culturali italiani degli ultimi 50 anni: un’eredità e un esempio che abbiamo il dovere di raccogliere per il futuro”. Lo dice la presidente del WWF Italia Donatella Bianchi che aggiunge: “Oggi abbiamo perso una una donna di grande spessore e di grandissima determinazione, sensibile e colta quanto forte e determinata: una persona che ha sempre saputo guardare avanti e costruire l’innovazione nel segno dell’identità”. “Ricordo Giulia Maria con affetto e grande rimpianto come paladina tenace e generosa in difesa dell’ambiente e della natura. Fin dai primi anni della nostra associazione è stata vicina al WWF e non a caso figurava nella lista del Comitato d’Onore del neonato Notiziario dell’Associazione del 1967”Dichiara il Presidente Onorario del WWF Italia Fulco Pratesi che aggiunge: “Il WWF Italia era legato a Giulia Maria Crespi da profonda stima, amicizia e rispetto, sentimenti che hanno portato a lunghi anni di reciproca proficua collaborazione, soprattutto in difesa del paesaggio italiano e per un sistema di tutela dei beni ambientali e culturali che fosse più efficace, pragmatico e meno virtuale”. Il WWF Italia esprima grandissima vicinanza e le più sentite condoglianze alla famiglia ed agli amici del FAI.

 

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Campagna Per il Clima, fuori dal Fossile, prime adesioni: NO TAP Brindisi, Trivelle Zero Marche, Trivelle Zero Molise, SOS Adriatico Rimini, Comitato LegamiJonici Taranto, Coordinamento NO Hub del Gas Abruzzo, Friday For Future Milano, Coordinamento NO SNAM Umbria, Comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti Taranto, Comitato No al Fossile Civitavecchia, Comitato 0 PFAS Padova, Comitato Opzione Zero Riviera del Brenta, Forum Ambientalista, Rete Beyond Gas, Comitato I Discoli del Sinarca, Assemblea permanente contro rischio chimico Marghera, Redazione Emergenza climatica, Comitato No Pedemontana Veneta Treviso, Friday For Future Venezia-Mestre, Friday For Future Treviso…


FUORI DAL VIRUS FUORI DAL FOSSILE: AL VIA LA CAMPAGNA DEI COMITATI ITALIANI
Parte subito nel segno della mobilitazione la campagna dei comitati italiani “Per il Clima, fuori dal Fossile”: il 13 e 14 maggio saranno infatti organizzate varie iniziative in diverse città della Penisola per contestare le assemblee soci di Enel e Eni, i due dei colossi a partecipazione pubblica che con le loro  scelte industriali, basate sul fossile e su false produzioni green, sono tra i maggiori responsabili del riscaldamento globale, oltre che della devastazione e del saccheggio di intere comunità e territori in Italia e nel Mondo. La decisione è stata presa il 9 maggio nel corso dell’assemblea nazionale che di fatto lancia la Campagna nazionale dei comitati italiani impegnati in favore della transizione energetica e contro tutte quelle opere funzionali alla estrazione, al trasporto, alla trasformazione dei combustibili fossili. Tutte opere che, secondo gli ambientalisti, sono ancora oggi considerate strategiche e di pubblica utilità, quando invece dovrebbero essere stralciate immediatamente visto che costituiscono la principale minaccia per il clima e per l’ambiente. Moltissimi le rappresentanze da tutte le Regioni: dai No TAP di Brindisi, ai Zero trivelle delle Marche, del Molise e della Basilicata, ai No Snam di Abruzzo e Molise, ai comitati di Civitavecchia contro le centrali turbogas di Enel , i No Grandi navi di Venezia, a quelli di Taranto contro l’ex ILVA fino e a tanti altri comitati locali; presenti inoltre i giovani di Friday for Future di varie città. Tanti e di qualità gli interventi che si sono succeduti per tre ore di confronto: oltre a ricordare le numerose vertenze aperte, è stata posta con forza la necessità di bloccare i cantieri delle opere in corso come il TAP, o gli iter per l’autorizzazione di gasdotti, le trivellazioni e le centrali a gas. Per i comitati la crisi provocata dal Coronavirus ha messo in evidenza una volta di più tutte le contraddizioni del sistema capitalista estrattivista. Gli impatti ambientali e sanitari causati dal global warming e dall’inquinamento sono già oggi disastrosi, tardare ancora significa correre verso una catastrofe i cui effetti sarebbero immensamente più devastanti di quelli provocati dalla pandemia. L’uscita dal fossile e non solo dal carbone non è più derogabile! Dura la critica al Governo e alla politica in generale, perché al di là della propaganda e di blandi palliativi, continuano a sostenere in modo colpevole il modello energetico attuale, ad esempio con ingenti sussidi alle filiere del fossile (20 miliardi all’anno), o con il Piano Energia e Clima che punta alla metanizzazione del Paese relegando in un angolo le rinnovabili e l’efficientamento energetico. Fuori dal Virus e fuori dal fossile è lo slogan con cui la Campagna si mette in cammino per rafforzare un percorso di convergenza e di lotta coordinata tra molte realtà italiane che vogliono contrastare quelle opere energetiche alteranti il clima, ma che allo stesso tempo intendono impegnarsi in modo concreto per costruire nei territori pratiche alternative efficaci come ad esempio le comunità energetiche a zero emissioni, la riconversione degli edifici e delle produzioni.  Un ragionamento che nella piattaforma elaborata dai comitati viene articolato in 9 punti concreti ma di largo respiro. Nella riflessione collettiva infatti è stato posto il tema di come il recupero delle risorse economiche per gli investimenti non deve avvenire attraverso il meccanismo perverso del debito e della finanziarizzazione dell’economia, bensì  colpendo le grandi ricchezze e le produzioni nocive  E’ da qui che deve partire un riorientamento dell’economia che privilegi  assi di intervento strategici e ad alto tasso di occupazione come quello ambientale  (riconversione ecologica, sistemazione dei territori, bonifiche dei siti inquinati). Ma anche a favore dei servizi pubblici, a cominciare dalla riqualificazione del sistema sanitario pubblico e dalla implementazione del welfare sociale con il “reddito di quarantena” e altre misure di tutela dei lavoratori precari e delle persone che sono duramente colpite dalla crisi e dalla esclusione. Gli investimenti devono scuola, ricerca, ed Enti Locali, le istituzioni più prossime alla popolazione ma tra le più tartassate dalle politiche di austerity. Dall’assemblea del 9 maggio, la rete dei comitati “Per il Clima fuori dal fossile” rilancia dunque con un piano di azioni e di mobilitazione per raggiungere questi obiettivi e determinare un cambiamento reale e fattivo nel Paese nel segno dell’ambiente e della equità sociale. Azioni e mobilitazioni che certamente saranno improntate al rispetto della sicurezza sanitaria, ma che vogliono essere un modo per riaffermare con forza l’esercizio dei diritti civili e democratici su cui si fonda il vivere sociale del Paese dalla Resistenza in poi.

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Roma, 10 maggio 2020La crisi sanitaria causata dalla diffusione del Covid-19 potrebbe avere un impatto drammatico sulla conservazione della natura. Da una parte la riduzione dei finanziamenti dei governi alle aree protette e dall’altra il crollo del turismo in luoghi cruciali per la conservazione della natura, rischiano di aprire le porte a bracconaggio e altri crimini di natura. L’unico scudo il lavoro incessante dei ranger, oggi più difficile per il diffondersi dell’epidemia e per la mancanza di fondi. Il lockdown causato dal Coronavirus, in molti paesi ha ridotto il disturbo prodotto dall’uomo, abbassando i livelli di inquinamento, emissioni e rumore. Ma questa crisi, potrebbe rivelarsi per i bracconieri e altri criminali un’opportunità senza precedenti: l’assenza di visitatori e la scarsità di risorse per i controlli rende habitat minacciati e specie in pericolo di estinzione più esposti ai loro interessi.

L’importanza dell’turismo per la conservazione della natura. Milioni di persone negli anni hanno visitato territori protetti, osservato animali e i loro habitat, condiviso esperienze e rafforzato il loro interesse per la natura.  L’economia del turismo ha permesso così di finanziare aree protette, progetti di conservazione e sistemi di economie locali, cruciali per garantire un minimo di benessere alle comunità che contribuiscono alla gestione dei sistemi naturali. In alcuni paesi, infatti, il turismo dipende quasi esclusivamente dalla natura, soprattutto dalla fauna selvatica (World Bank, 2016): nelle sole aree protette genera annualmente un volume di oltre 850 miliardi di dollari tra spese dirette ed indotto, per quanto ampiamente sottostimato (Balmford et al. 2015). Il crollo dei flussi turistici verso la natura, se da una parte riduce alcune pressioni e disturbi sull’ambiente, dall’altra rischia di far saltare l’economia di molte aree protette che da questi dipendono. A rischiare la bancarotta non sono quindi solo mete iconiche come Venezia, ma anche luoghi a cui è affidata la conservazione di specie e di habitat: parchi nazionali, riserve, santuari, veri e propri patrimoni dell’umanità.

Il ruolo fondamentale dei ranger. In questa situazione di crisi delle aree protette, dovuta alla riduzione dei fondi dei governi e al crollo delle entrate del turismo, l’unico vero scudo contro i crimini di natura sono i ranger. In prima linea per proteggere la natura ci sono infatti loro, i ranger. Uomini e donne che hanno scelto di dedicare la propria esistenza, spesso a costo della vita (nello scorso mese di aprile ne sono morti 12 nel parco del Virunga), alla conservazione di beni comuni cruciali, come specie in via d’estinzione e habitat minacciati. Sottopagati, lontani dai propri cari per gran parte dell’anno, spesso senza nessun tipo di assicurazione e con attrezzature ridotte, questi eroi della natura, a cui dobbiamo la sopravvivenza di specie che sarebbero altrimenti state spazzate via dal bracconaggio e dall’uso illegale, lavorano in condizioni estreme. Negli ultimi anni sono stati centinaia (oltre 100 nel solo 2018) i ranger, uomini e donne, uccisi mentre garantivano un servizio cruciale per tutti noi. Allo scoppio della pandemia, mentre una buona parte dell’umanità si è potuta rifugiare al sicuro nelle proprie case, i ranger sono rimasti sul campo. Il WWF teme che, la riallocazione del budget e delle risorse da parte dei governi e degli organi di cooperazione di tutto il mondo per affrontare la pandemia, possa avere un drammatico impatto sul lavoro dei ranger, aumentando così il bracconaggio verso specie protette.

Gli effetti della pandemia. Il WWF ha constatato come a causa della pandemia ci sia già stata una riduzione del 30% del budget destinato ad alcune specifiche aree protette. Allo stesso tempo le pressioni verso risorse naturali, specie e habitat protetti, è andato crescendo. Durante la pandemia infatti nel mondo si è assistito ad uno spostamento in massa dalle aree urbane a quelle rurali, con un aumento della pressione sui luoghi selvaggi e ricchi di natura. Molte di queste persone, in mancanza di alternative, utilizzano le risorse naturali per soddisfare i propri bisogni e per combattere la fame. In Sud America, in Russia e in altri paesi i ranger segnalano il preoccupante aumento delle persone che entrano nelle aree protette per la caccia e per la pesca. Tutto questo si aggiunge all’azione dei bracconieri veri e propri che, avvantaggiati dalla riduzione dei controlli per il lockdown e dalla scomparsa dei turisti (che hanno comunque un effetto deterrente su bracconaggio e altri crimini di natura), possono intensificare i loro crimini. Sono state già registrate drammatiche segnalazioni, dentro e fuori da aree protette, fra queste l’uccisione di ibis giganti in Cambogiail bracconaggio di rinoceronti in Sud Africa o traffici di pangolini dall’Africa all’Asia. A questi effetti già di per sé nefasti per il futuro di specie minacciate d’estinzione, si aggiunge il rischio di infezione della fauna selvatica da Sars-Cov-2. In particolare i primati, geneticamente a noi molto simili, potrebbero essere i soggetti più a rischio. IL WWF in particolare teme che, esattamente come anni fa successe con la diffusione di ebola, popolazione di grandi scimmie – come i gorilla di montagna – che ancora oggi combattono per la sopravvivenza, possano ammalarsi di COVID-19.

Proteggere i ranger per prevenire le pandemie. L’unica strada che abbiamo per proteggere la natura e quindi noi stessi, è sostenere il lavoro dei ranger, fermare il bracconaggio e l’orrendo commercio di animali selvatici che in molti casi lo genera. Mentre la presenza sul campo del personale è resa difficile dalla diffusione della pandemia, ecco cosa possiamo fare… Capire come quest’epidemia stia influenzando i diversi sistemi di bracconaggio e l’applicazione delle leggi a livello locale. Ricordarci che ci sono persone che ogni giorno mettono a rischio la loro vita per il bene nostro e del pianeta. Monitorare attentamente la situazione al fine di fare tutto il possibile per garantire la salute e il benessere dei ranger e del personale sul campo, comprese le comunità con cui lavoriamo e che sostengono la conservazione di beni dell’umanità come sono le aree protette. Continuare a garantire e raccogliere i fondi per le aree protette e per dare ai ranger tutti gli strumenti necessari per continuare a lavorare. Contribuire al lavoro dei ranger andando a disinnescare una delle cause di bracconaggio nel mondo, ovvero i mercati di fauna selvatica.

Per sostenerne la chiusura, puoi firmare la petizione del WWF sul sito wwf.it/illegaltrade.

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PRODUCONO CIBO, ACQUA E IL LORO VALORE IN TERMINI DI SERVIZI ECOSISTEMICI E’ STIMATO IN 15MILA MILIARDI DI DOLLARI. EPPURE IN EUROPA IL 90% DI QUESTI AMBIENTI E’ SCOMPARSO NELL’ULTIMO SECOLO. DOMENICA 2 FEBBRAIO INIZIATIVE SPECIALI NELLE OASI WWF. Il WWF chiede la corretta applicazione in Italia della Direttiva Acque e la rinaturazione dei fiumi.

Roma, 1 febbraio 2020 – Link video, foto, schede di approfondimento

https://www.dropbox.com/sh/04cvf4tc4a1k68s/AADEtEfRHo02TNr-Ox8ysKGMa?dl=0.

Lagune, delta dei fiumi, stagni, paludi, acquitrini, torbiere sono solo alcune delle zone umide che il 2 febbraio di ogni anno vengono celebrate nel World Wetlands Day in onore della Convenzione Internazionale di Ramsar (1971) sottoscritta in Iran per la loro tutela da 157 Paesi al mondo il 2 febbraio di 49 anni fa.

Valore. Le zone umide occupano circa il 6% della superficie del Pianeta e producono globalmente il 24% del cibo. I bacini idrografici e le zone umide delle aree boschive forniscono il 75% delle riserve mondiali di acqua dolce. Si stima che a questi ambienti sia legato circa il 40% della biodiversità totale. Le zone umide ricoprono anche un’enorme importanza per i servizi ecosistemici che “svolgono”: nel “Millennium Ecosystem Assessment” viene attribuito ai servizi ecosistemici complessivi delle zone umide un valore economico di 15 mila miliardi di dollari. Questi ambienti sono insostituibili serbatoi per la risorsa idrica, sono fondamentali per la pesca; contribuiscono a mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Esempio sono le pianure alluvionali del Danubio, che ricoprono un ruolo essenziale nel ridurre i danni da alluvioni valutato nel 1995 in 650 milioni di euro.

Minacce. Purtroppo però le zone umide sono tra gli ecosistemi più a rischio del Pianeta, nonostante siano straordinari bacini di vita e fondamentali serbatoi di CO2. Il 90% di questi ambienti sono scomparsi nell’ultimo secolo nella sola Europa a causa delle trasformazioni indotte dall’uomo, dall’inquinamento e dai cambiamenti climatici. In Italia tra il 1938 e il 1984 abbiamo perso il 66% di queste aree (ISTAT & ISMEA, 1992). In Europa circa 3 milioni di ettari originari, all’inizio del ventesimo secolo ne restavano meno della metà, 1 milione e 300.000 ettari.

Direttiva Acque inapplicata. Le zone umide sono ambienti di “transizione” (vicino al mare come le lagune costiere; lungo i fiumi come delta e paludi; vicino ai ghiacciai come le torbiere) e sono tra i corpi idrici tutelati dalla Direttiva Quadro Acque (2000/60/CE). Purtroppo, tale direttiva non è correttamente applicata in Italia, come attestato da diverse istruttorie di infrazione avviate nei confronti del nostro Paese dalla Commissione Europea. Infatti solo il 41% dei nostri fiumi ha raggiunto il «buono stato ecologico», richiesto dalla Direttiva e ancor più grave è la situazione dei laghi, di cui solo il 20% è “in regola” con la normativa europea.

Aree Ramsar in Italia. Le zone umide d’importanza internazionale riconosciute ed inserite nell’elenco della Convenzione di Ramsar per l’Italia sono ad oggi 52, distribuite in 15 Regioni, per un totale di 58.356 ettari. Quasi il 50% delle specie di uccelli presenti in Italia sono legate alle zone umide. Dal 2000 ad oggi il WWF ha contribuito alla designazione di oltre 100 milioni di ettari di zone umide Ramsar, pari al 45 % della superficie mondiale totale designata a partire dalla nascita della Convenzione nel lontano 1971. Circa 290 specie da tutelare, segnalate nella Direttiva habitat, sono legate a questi ambienti.

Le richieste del WWF. Per questo il WWF, in questa importante giornata rinnova la richiesta al Ministero dell’Ambiente Sergio Costa e alle Regioni di avviare urgentemente un’azione diffusa di rinaturazione fluviale, fondamentale per gli adattamenti ai cambiamenti climatici, attraverso la realizzazione di “interventi integrati per ridurre il rischio idrogeologico e per il miglioramento dello stato ecologico dei corsi d’acqua” che le regioni avrebbero già dovuto avviare secondo il DPCM 28.5.2005.

Le Oasi del WWF domenica 2 febbraio. Il WWF gestisce il sistema di aree umide (lagune, stagni, paludi, laghi, corsi d’acqua, torbiere) più diffuso in Italia (circa 50 aree) e direttamente o in collaborazione gestisce 13 Zone umide che ricadono all’interno della Convenzione di Umide Ramsar. Il WWF in occasione della Giornata Mondiale delle zone umide ha predisposto aperture e iniziative speciali. Nelle Oasi qui il calendario degli appuntamenti –  

https://www.wwf.it/news/?51920/La-giornata-delle-zone-umide-nelle-Oasi. Segue scheda su OASI (in dropbox).

 

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Fino al 12 febbraio si potrà partecipare all’asta benefica sulla piattaforma Charity Stars.

Roma, 31 gennaio 2020Clicca qui per accedere all’asta su Charity Stars

https://www.charitystars.com/product/koala-di-alessandro-malossi?preview.

Il disastro degli incendi che hanno messo in ginocchio l’Australia, ci ha fatto perdere più di 10 milioni di ettari di foreste e oltre 1 miliardo di animali. Sono circa 8.400 i koala uccisi dalle fiamme. Grazie alla generosità dei sostenitori, partner e donatori da tutto il mondo, il WWF ha collaborato e collabora con le organizzazioni per il salvataggio e la cura della fauna selvatica negli stati colpiti, distribuendo i fondi per rispondere all’emergenza su larga scala. Anche l’artista Alessandro Malossi ha deciso di aiutare il WWF nel contrastare questa emergenza, donando la sua opera intitolata “Koala”, che fino al 12 febbraio sarà all’asta sul portale Charity Stars e il cui ricavato andrà a sostenere i progetti benefici del WWF in Australia. Classe 1993, Alessandro Malossi è un illustratore, pittore e tatuatore bolognese. La sua opera in asta su Charity Stars, intesa come opera unica, è prodotta in una misura di 110 x 130 cm, sotto forma di stampa fotografica montata tra Plexiglas e DiBond. Il koala, rappresentato nell’opera, è composto dall’unione di sneakers di vari brand: Yeezy e Balenciaga. Nel 2016, Alessandro scala un altro gradino e la sua arte incontra la moda, lavorando per i maggiori brand internazionali. Sotto la curatela di Linda Santaguida, fondatrice della EXITFINEART, il sogno di Alessandro trova realizzazione in quella che sarà una mostra fuori dagli schemi, la prima di molte altre tappe europee che seguiranno. Alessandro è diventato l’artista che tanti grandi marchi cercano: da accessori riprodotti in serie in formato digitali l’artista crea “i suoi animali”. Ognuno di questi è associato a un brand: per Gucci ha realizzato un pappagallo, per Balenciaga un elefante, per Dior un rinoceronte e molti altri ancora. Il WWF Italia ringrazia Alessandro Malossi per questo importante sostegno, che aiuterà l’associazione a continuare la collaborazione con i partner che operano nel campo della conservazione nelle aree colpite dagli incendi, indirizzando i fondi verso le aree più critiche. Quando gli incendi si placheranno, il WWF contribuirà a ripristinare gli habitat per i koala e altri animali selvatici attraverso il piano “Due miliardi di alberi per l’Australia” per piantare o salvare dai tagli due miliardi di alberi entro il 2030. Questo progetto inizierà con la piantumazione dei primi 10.000 alberi in habitat critici per il koala, una tra le specie più drammaticamente colpite.

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CANBERRA STA AFFRONTANDO L’EMERGENZA PIU’ GRAVE DAL 2003.

ANCORA ATTIVO IL NUMERO SOLIDALE DEL WWF PER L’AUSTRALIA: DONA FINO AL 29 GENNAIO AL 45585.

Le fiamme sono arrivate anche nel Parco nazionale di Namadgi e nella riserva di Tidbinbilla, a pochi chilometri dalla capitale. Roma, 28 gennaio 2020FOTO, VIDEO e MULTIMEDIA CAMPAGNA SMS AUSTRALIA – https://www.dropbox.com/sh/k3t8ueqyedbc2f9/AABe8koXM1qtf5ySgEX4-0iOa?dl=0.

Non si ferma l’emergenza in Australia. Un nuovo incendio ha iniziato a divampare nel pomeriggio di lunedì 27 gennaio nell’Orraral Valley, ora le fiamme hanno raggiunto il Parco nazionale di Namadgi e si stima che abbia già colpito circa 8106 ettari. Gli incendi sono a soli 15 chilometri da Canberra e dalla capitale si vedono il fumo e le fiamme che stanno colpendo la riserva naturale di Tidbinbilla, area in cui vivono koala, canguri e molte altre specie endemiche australiane, visitata ogni anno da centinaia di migliaia di persone. Gli ultimi aggiornamenti del quotidiano The Canberra Times dicono che la città di Tharwa è già stata evacuata ma si teme che un’imminente ondata di calore prevista nei prossimi giorni dall’ESA (Emergency Services Agency), che vedrà salire la temperatura a 40 gradi, renderà molto difficile il controllo degli incendi. In allarme il territorio della capitale australiana, il cui primo ministro Andrew Barr, ha dichiarato come questa sia la situazione più grave che abbiamo affrontato dagli incendi del 2003, che hanno ucciso quattro persone e distrutto centinaia di case. È straziante anche l’analisi fatta dal Guardian Australia sui dati delle aree bruciate nel New South Wales e nel Queensland, poi confermati dal governo del NSW, da cui risulta bruciato almeno l’80% dell’area delle Blue Mountains e più del 50% delle foreste pluviali del Gondwana, entrambe dichiarate patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco. “La portata del disastro è così grave da poter incidere sulla incredibile diversità degli eucalipti, motivo per cui l’area delle Blue Mountains è riconosciuta come patrimonio mondiale dell’umanità”, ha dichiarato John Merson, direttore esecutivo del Blue Mountains World Heritage Institute, al Guardian.

ANCORA ATTIVO IL NUMERO SOLIDALE DEL WWF PER L’AUSTRALIA: DONA AL 45585 FINO AL 29 GENNAIO.

Vigili del Fuoco e volontari stanno facendo il possibile per fermare il fuoco e dare soccorso agli animali sopravvissuti a questa catastrofe. Ma c’è bisogno del sostegno di tutti, e fino a domani-mercoledì 29 gennaio- tutti possiamo donare dai 2 ai 10 euro (con SMS o chiamata) al numero solidale 45585, lanciato dal WWF. I fondi raccolti saranno destinati al sostegno dei centri di recupero che si dedicano agli animali feriti e alle azioni di messa a dimora dei primi 10mila alberi che rappresenteranno l’habitat rifugio per gli animali sopravvissuti. Quando gli incendi saranno stati domati, il WWF contribuirà poi a ripristinare gli ecosistemi danneggiati attraverso il progetto “Due miliardi di alberi per l’Australia”, per ricreare gli habitat delle specie minacciate entro il 2030. Questa grande operazione ricostituirà anche le risorse di sostentamento necessarie alle comunità locali. Qui più info sui centri a cui saranno destinati i fondi https://www.wwf.it/news/notizie/?51860/Cosa-stiamo-facendo-per-rispondere-allemergenza-incendi-in-Australia.

“Non dobbiamo dimenticarci – sottolinea Isabella Pratesi, Direttore Conservazione WWF Italia – che in Australia siamo in piena stagione estiva e dobbiamo prevedere ancora molte settimane di grande pericolo. È straordinario come la solidarietà italiana abbia dato un grandissimo aiuto, ma molto dobbiamo ancora fare. Nei centri di recupero gli animali salvati dalle fiamme hanno bisogno di assistenza ogni giorno e noi con l’aiuto di tutti siamo lì con loro”.

NUMERO SOLIDALE 45585 – Il valore della donazione sarà di 2 euro per ciascun SMS inviato da cellulari Wind Tre, TIM, Vodafone, PosteMobile, Iliad, Coop Voce e Tiscali. Sarà di 5 euro per ciascuna chiamata fatta allo stesso numero da rete fissa TWT, Convergenze e PosteMobile e di 5 e 10 euro da rete fissa TIM, Vodafone, Wind Tre, Fastweb, Tiscali.

 

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