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Archive for the ‘inquinamento’ Category

I bonus auto in Italia hanno fallito, perché sono stati dati anche per le auto con motori a combustione che devono essere abbandonate al più presto: abbiamo speso 3 miliardi di fondi pubblici in tre anni, ma abbiamo in circolazione il numero più basso di auto elettriche di tutta Europa (l’8% del mercato, contro il 20% continentale). Un fallimento anche dal punto di vista del mercato dei veicoli a combustione tradizionali: si vende, infatti, il 34% in meno di auto rispetto al 2019. Acquistiamo, dunque, meno auto e consumiamo meno carburanti (entrambi sempre più cari). Al tempo stesso, ci sono meno autobus in circolazione e utilizziamo meno i treni rispetto al 2019. Segno evidente che non stiamo sostenendo la mobilità sostenibile e pulita e nemmeno la libertà di movimento degli italiani. Dopo anni di proposte e richieste per ricondurre l’Italia nel solco degli esempi positivi europei, le associazioni Legambiente, WWF Italia, Greenpeace Italia, Kyoto Club, Cittadini per l’aria, con il supporto e il coordinamento di Transport & Environment, hanno deciso di ricorrere al TAR contro il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 6 aprile 2022, che ha stabilito il “Riconoscimento degli incentivi per l’acquisto di veicoli non inquinanti” per gli anni 2022, 2023 e 2024. Dal 2020, dopo lo scoppio della pandemia, i governi che si sono succeduti hanno speso circa 2,6 miliardi di euro in bonus per l’acquisto di nuove auto, a cui vanno aggiunti altri 500 milioni circa da parte delle Regioni e di alcuni Comuni. Tutte le leggi e i decreti hanno sempre giustificato l’esborso di denaro pubblico con la motivazione di sostenere la transizione all’auto “non inquinante” e all’economia circolare. Eppure, caso unico in Europa, abbiamo impiegato la gran parte dei 3 miliardi spesi in questi tre anni per auto a combustione altamente inquinanti, con emissioni sino a 135 grammi di CO2 per km. In nessun altro Paese europeo si finanziano auto con motore a combustione interna, ad eccezione della Romania che fa comunque meglio dell’Italia, visto che gli incentivi si arrestano ai 120 grammi di CO2 per km. Inoltre, il decreto scritto dal Mise ha contribuito a rendere limitante e complicato l’accesso ai bonus per l’auto elettrica (limiti sui modelli, sui beneficiari, sui redditi e incongruenze relative al tetto massimo). Proviamo a fare un confronto con la Germania, Paese europeo altrettanto generoso nell’elargire bonus a nuove auto: anche i tedeschi hanno già speso circa 3 miliardi in incentivi, ma solo sulle auto completamente elettriche (0-20 grammi di emissioni di CO2 per km) e plug-in (21-50 grammi). I due terzi delle auto nuove sono stati acquistate dalle imprese o dalle società di noleggio o di sharing, senza indebitare le famiglie. Da noi è avvenuto il contrario. Ora, sulle strade tedesche circolano 660 mila auto elettriche e 550 mila plug-in. In Italia, invece, 150 mila elettriche e 155 mila plug-in: quattro volte di meno. Abbiamo dunque speso quanto in Germania (che conta 80 milioni di abitanti), le famiglie italiane si sono indebitate e abbiamo molto meno auto pulite rispetto a loro. Dal punto di vista economico, sociale e ambientale, è un completo un fallimento. Sono altri, invece, gli investimenti pubblici necessari per promuovere la mobilità per tutti e la transizione ecologica: bonus solo per i mezzi elettrici (non solo le auto) e, soprattutto, investimenti e aiuti nella riconversione produttiva (comprese misure di economia circolare per batterie o microchip) e nell’offerta di servizi di mobilità sostenibile, elettrica, digitale, pubblica o condivisa (sharing mobility) e per la ciclabilità. Altri tipi di “ecobomus” esistono: il governo italiano ha appena aperto agli incentivi di 60 euro per gli abbonamenti ai mezzi pubblici per andare al lavoro: una misura positiva, ma lo stanziamento è limitato a soli 180 milioni. Inoltre, è necessario potenziare l’offerta. In Italia, grazie al PNRR, stiamo acquistando 3.400 bus elettrici e a metano, ma dovremmo aggiungere altri 7.000 bus elettrici all’anno per cambiare tutti quelli in circolazione, entro il 2030. Grazie al PNRR realizzeremo 11 km di nuove metropolitane, ma ne servono altri 200 per raggiungere la media europea. Servono anche nuovi 400 km di linee tranviarie e altrettanti di filovie per eguagliare l’offerta tedesca o francese. Le organizzazioni ambientaliste che hanno promosso il ricorso al TAR chiedono quindi al governo di mettere fine a qualsiasi incentivo all’acquisto di auto con motori a combustione, di privilegiare gli interventi a sostegno della riconversione industriale verso la mobilità elettrica e gli investimenti nelle infrastrutture di mobilità sostenibile a zero emissioni, gli unici che possono garantire sostenibilità sociale e ambientale nei tempi più brevi possibili. Ecco le principali motivazioni del ricorso al TAR contro il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 6 aprile 2022 che ha stabilito il “Riconoscimento degli incentivi per l’acquisto di veicoli non inquinanti” per gli anni 2022, 2023 e 2024:

Incostituzionalità del Decreto Legge in virtù del quale è stato emanato il DPCM, difettando i requisiti di straordinarietà e urgenza necessari ad avocare il potere costituzionalmente riservato alle assemblee legislative. Le misure per il rilancio di politiche industriali del settore “automotive” italiano, infatti, costituiscono un “corpo estraneo” in un decreto legge il cui intento principale è far fronte alla crisi energetica.

Violazione e falsa applicazione di norme nazionali e sovranazionali che definiscono i livelli di prestazione in materia di emissioni di CO2 delle autovetture nuove e dei veicoli commerciali leggeri nuovi, nonché relative alla promozione di veicoli puliti e a basso consumo energetico nel trasporto su strada, delle norme nazionali di attuazione di quelle europee e delle disposizioni del decreto legge.

Il fondo destina gran parte dello stanziamento di bilancio agli incentivi di mercato, mentre nessuna risorsa viene individuata per tutti gli altri obiettivi di riconversione produttiva.

Il DPCM incentiva l’acquisto di veicoli nuovi di fabbrica con emissioni comprese in fasce superiori a quelle compatibili con gli obiettivi europei di riduzione delle emissioni nocive per l’ambiente nel periodo 2020-2024.

Le soglie emissive oggetto di incentivi comprese nella fascia 21-60 e 61-135 grammi (g) di anidride carbonica (CO2) per chilometro (Km) risultano arbitrarie e in contrasto con le norme eurounitarie e domestiche che ritengono compatibili con i suddetti obiettivi categorie di autovetture con emissioni non superiori a 50g CO2/Km. 

Si corre il rischio concreto di spendere ingenti fondi pubblici per l’immatricolazione nel nostro Paese di autovetture più difficilmente vendibili nei paesi europei rispettosi dei target di emissione cui anche l’Italia è vincolata, avendo espressamente recepito la direttiva (UE) n. 2019/1161. Il ricorso è stato reso possibile grazie al generoso impegno degli avvocati Diego Aravini, Daniela Ciancimino, Micaela Chiesa, Emanuela Beacco, Umberto Fantigrossi e Andrea Civati.

Questo è un comunicato congiunto di Legambiente, WWF Italia, Greenpeace Italia, Kyoto Club, Cittadini per l’aria e Transport & Environment.

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L’ITALIA AL PRIMO POSTO TRA I PAESI CON I MAGGIORI COSTI SANITARI LEGATI ALL’USO DEL GAS NATURALE NELLE CENTRALI TERMOELETTRICHE. Urgente la preparazione di una Strategia per il metano, allineata a quella europea e integrata con il Piano Nazionale Energia e Clima – Roma, 19 luglio 2022

Link al report WWF: “Le emissioni di metano in Italia” – https://www.dropbox.com/sh/q7l0y8i0inaverw/AABCNPxfE3EmrgKmP8R3_OpVa?dl=0.

In questi ultimi anni, e soprattutto recentemente, il gas naturale è stato sempre più protagonista delle discussioni pubbliche e istituzionali legate alle strategie di transizione energetica e di decarbonizzazione, ma non si è tenuto in dovuto conto del fatto che il gas è prevalentemente costituito da metano, un potentissimo gas serra nemico del clima. Oggi, grazie anche ad un quadro conoscitivo in rapida evoluzione, siamo in grado di affermare nettamente che il metano merita un’attenzione particolare nelle politiche di mitigazione climatica. Il report del WWF “LE EMISSIONI DI METANO IN ITALIA” commissionato dal WWF Italia al GHGMI Italia è stato lanciato oggi nel corso di un webinar cui hanno partecipato Sandro Fuzzi, Associato di Ricerca dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), Domenico Gaudioso, Esperto IPCC già dirigente ISPRA e autore dello studio insieme all’ufficio italiano del Greenhouse Gas Management Institute, e Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia. Il report evidenzia le stime di emissione di questo potente gas serra e fornisce indirizzi per la loro riduzione in Italia, anche in vista della revisione del Piano Nazionale Energia e Clima. Secondo il report del WWF la riduzione delle emissioni di metano, oltre ad essere una strategia efficace per contribuire agli obiettivi climatici previsti dall’accordo di Parigi, permette di conseguire importanti benefici per la salute pubblica e per l’agricoltura. Secondo gas-serra di origine antropica, il più abbondante dopo l’anidride carbonica, il metano rappresenta circa il 20% delle emissioni globali, influendo sulla temperatura terrestre e sul sistema climatico in maniera incisiva. Le sue concentrazioni atmosferiche sono aumentate del 47% dall’epoca preindustriale ad oggi, e raggiungono attualmente i livelli più elevati degli ultimi 800.000 anni. Le emissioni di metano sono prodotte sia da attività umane sia da quelle naturali. Sebbene il metano sia molto meno abbondante nell’atmosfera rispetto alla CO2, assorbe però la radiazione infrarossa termica in modo molto più efficiente e, di conseguenza, ha un potenziale di riscaldamento globale circa 80 volte più forte per unità di massa della CO2 su una scala temporale di 20 anni e circa 30 volte più potente su una scala temporale di 100 anni. La più approfondita conoscenza scientifica del comportamento del metano come gas serra suggerisce che il riscaldamento da esso provocato risulti decisamente maggiore di quanto indicato dalle stime precedentemente. Il metano contribuisce anche alla produzione di ozono troposferico, un inquinante che danneggia la salute umana, la produzione di cibo e gli ecosistemi, con conseguenze particolarmente significative per il nostro Paese sia in termini di pressione ospedaliera che di perdite totali e relative di alcuni raccolti. Il consumo di gas naturale rappresenta oggi circa un quarto della produzione mondiale di elettricità. Le previsioni di crescita o diminuzione del suo utilizzo sono imprevedibili per i prossimi anni dati i numerosi fattori che lo determineranno. Quello che intanto è certo è che l’Italia risulta essere al primo posto tra i Paesi con i maggiori costi sanitari derivanti dall’uso del gas naturale negli impianti termoelettrici, con 2,17 miliardi di euro (rispetto a un totale di 8,7 miliardi di Euro nell’area oggetto dello studio). Nel solo 2019 ben 2.864 morti premature sono dipese dall’uso di energia prodotta da gas naturale, oltre 15.000 casi di impatti respiratori sugli adulti e sui bambini, oltre 4100 ricoveri ospedalieri e più di 5 milioni di giorni lavorativi perduti a causa di malattie. La riduzione delle emissioni provenienti dall’agricoltura e dall’allevamento rappresenta una forte priorità nel contesto della decarbonizzazione, dal momento che, al 2050, questo settore risulterebbe responsabile di una quota del totale delle emissioni nazionali di metano intorno al 60%. Né l’Italia, né, a dir la verità, la maggioranza degli Stati membri hanno fin qui incluso nei loro programmi interventi mirati alla diffusione dell’agricoltura biologica e di altri sistemi a basso input che enfatizzano l’uso circolare dei nutrienti e/o interventi di riduzione della domanda di prodotti ad alta intensità di emissione (in particolare quelli legati all’allevamento bovino), attraverso il cambiamento delle diete umane, alimentazioni alternative per il bestiame e la riduzione degli sprechi alimentari. Questi interventi dovrebbero invece essere considerati prioritari, se si tenesse conto, insieme al potenziale di riduzione delle emissioni di gas-serra, anche dei vantaggi collaterali per la salute umana, per la qualità dell’acqua e dell’aria e per la biodiversità. Il report commissionato dal WWF però fa emergere anche una notizia positiva: poiché il metano è un gas-serra più potente dell’anidride carbonica, ma con una vita media in atmosfera più breve, il raggiungimento di riduzioni significative avrebbe un effetto rapido ed efficace sul potenziale di riscaldamento atmosferico. Concentrazioni di metano inferiori ridurrebbero rapidamente il tasso di riscaldamento, rendendo la mitigazione delle emissioni di metano uno dei modi migliori per limitare il riscaldamento in questo decennio e in quelli successivi.   Queste considerazioni sono alla base del Global Methane Pledge, sostenuto da più di 100 Paesi, tra cui l’Italia, che prevede un impegno a ridurre le emissioni di metano in particolare a livello globale di almeno il 30% rispetto ai livelli del 2020 entro il 2030. Il WWF sottolinea che nel nostro Paese, il gas naturale rappresenta ancora una fonte energetica maggioritaria, motivo per cui occorre procedere in modo spedito alla definizione di un quadro programmatico adeguato per il suo definitivo abbandono al più presto. Anche il rapporto internazionale dell’IPCC di quest’anno conferma che per raggiungere l’obiettivo di 1,5°C, dobbiamo eliminare circa un terzo delle attuali emissioni di metano entro il 2030 e circa il 45% entro il 2040. Per questo il WWF raccomanda un’evoluzione del sistema nazionale dell’inventario che preveda un sistema di monitoraggio delle emissioni di metano affidabile ed efficiente, che garantisca la tracciabilità di tutte le emissioni. In attesa dell’approvazione ufficiale del regolamento europeo sul reporting delle emissioni di metano di origine energetica, sarebbe auspicabile che il Ministero della Transizione Ecologica provvedesse a colmare il vuoto normativo, anticipando gli obblighi per le aziende introdotti dal regolamento per quanto riguarda il reporting delle emissioni e incaricando un organismo tecnico (come l’ISPRA) di fornire a tutti i soggetti interessati adeguati indirizzi tecnici per la messa a punto dei sistemi di monitoraggio. Ma soprattutto è urgente anche in Italia la preparazione di una Strategia per il metano, allineata a quella europea e integrata con il Piano Nazionale Energia e Clima, attualmente in fase di revisione per garantirne l’allineamento con i nuovi obiettivi europei al 2030 e al 2050.

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MARTEDI’ 19 LUGLIO 2022 ORE 11.00-12.00 – LE EMISSIONI DI METANO IN ITALIA. STIME DI EMISSIONI E PRIORITA’ DI INTERVENTI – Roma, 13 luglio 2022

Clicca qui per registrarti e partecipare – https://wwf.zoom.us/webinar/register/WN_U8oHnz7qQE2rlJy5pIkO0A.

Nonostante il ruolo rilevante assegnato al gas naturale negli ultimi due decenni nell’ambito delle strategie di decarbonizzazione, l’attenzione nei confronti del metano, il suo principale componente, un potente gas serra, è stata abbastanza limitata. Le conoscenze su sorgenti, modalità emissive e impatti climatici e ambientali sono in rapida evoluzione, insieme alla consapevolezza che, per le sue specificità il metano merita un particolare attenzione nelle politiche di mitigazione climatica. Il WWF ha commissionato al GHGMI-I un documento che riassume il quadro delle conoscenze a livello globale, analizza le informazioni relative al metano nell’inventario nazionale dei gas-serra e, sulla base di alcuni scenari di emissione, fornisce indirizzi per la per la riduzione delle emissioni in Italia in vista della revisione del Piano Nazionale Energia e Clima. Il webinar di presentazione si terrà martedì 19 luglio dalle ore 11:00 alle ore 12:00 sulla piattaforma Zoom.

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WWF: IMPEGNO CONCORDE DI ISTITUZIONI, AMBIENTALISTI E PESCATORI PER ARGINARE L’INQUINAMENTO DA PLASTICA DEI NOSTRI MARI – Roma, 7 aprile 2022

Dopo l’approvazione da parte della Commissione Ambiente della Camera, in sede legislativa, e in attesa dell’ultimo passaggio al Senato, è sempre più vicino il momento in cui il nostro Paese sarà dotato di uno strumento come la Legge Salvamare che porrà un argine efficace innanzitutto all’inquinamento da plastica, che nel Mediterraneo è responsabile del 90% dei danni provocati alle specie marine, con un pacchetto di norme che finalmente, cogliendo le richieste del WWF e del mondo della pesca, classifica i rifiuti accidentalmente pescati come rifiuti solidi urbani, favorisce l’economia circolare e rafforza la collaborazione tra istituzioni e società civile nell’organizzazione di campagne di pulizia e di sensibilizzazione. Decisiva, per il WWF, è la classificazione dei rifiuti accidentalmente pescati come semplici rifiuti urbani (RSU), che facilita le modalità di conferimento a terra e lo smaltimento consentendo, finalmente, di superare i problemi operativi e i rischi a carico in particolare dei pescatori che con senso di responsabilità intendono contribuire allo sforzo comune di pulizia dell’ambiente marino. Importante è anche che si preveda di varare entro sei mesi un decreto del Ministero della Transizione Ecologica che favorisca il riciclo della plastica e degli altri materiali recuperati in mare, stabilendo criteri e modalità per cui questi rifiuti cessano di essere classificati come tali. La legge riconoscerà e valorizzerà – sottolinea ancora il WWF – il contributo determinante che la società civile fornisce da anni alla pulizia delle nostre spiagge e dei nostri fondali, prevedendo la possibilità di organizzare campagne di pulizia delle nostre acque, grazie ad una più stretta ed efficace collaborazione tra i Comuni, i Ministeri competenti (MiTE e MiPAAF), le associazioni ambientaliste, le organizzazioni dei pescatori, i diving club e i diportisti. Per rendere subito operativa la nuova normativa, sarà fondamentale l’organizzazione di campagne di sensibilizzazione, promosse dalle autorità portuali e dai comuni, per i pescatori e gli operatori del settore sulle modalità di conferimento dei rifiuti accidentalmente pescati o volontariamente raccolti. Questo permetterà di rendere più semplici ed efficaci tantissime iniziative di cittadini, comunità locali, pescatori, sub che insieme al WWF si attiveranno contro l’inquinamento da plastica in natura. Il WWF ricorda come fino a mezzo milione di tonnellate di rifiuti di plastica finiscano nel Mar Mediterraneo ogni anno, dove possono rimanere per decenni o addirittura secoli: si stima che questo tipo di inquinamento sia destinato a crescere, in quanto la produzione di rifiuti di plastica nella regione potrebbe quadruplicare entro il 2050. Meno visibili, ma ancora più insidiose, sono le minuscole particelle note come microplastiche, che raggiungono concentrazioni record nei fondali del Mediterraneo di 1,9 milioni di frammenti per metro quadrato. Il 90% dei danni provocati dai rifiuti alle specie marine è dovuto alla plastica.

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LO RIVELA IL PRIMO SONDAGGIO GLOBALE PROMOSSO DA WWF E PLASTIC FREE FOUNDATION. In vista dei prossimi incontri internazionali delle Nazioni Unite – Unea e Unep – tra fine febbraio e 4 marzo – Roma, 22 febbraio 2022.

 In media circa il 90% delle persone intervistate in 28 paesi ritiene che avere un Trattato globale sulla plastica sia importante per affrontare efficacemente la crisi dell’inquinamento da plastica; inoltre, l’85% desidera che produttori e rivenditori siano ritenuti responsabili del fine vita degli imballaggi in plastica. L’opinione degli italiani intervistati è tra le top ten: siamo al 6’ posto con una percentuale del 94% degli intervistati a favore del trattato. Lo rivelano il WWF e la Plastic Free Foundation che hanno commissionato all’Ipsos un’indagine su oltre 20.000 cittadini tra i 17 e i 74 anni intervistati a fine 2021: si tratta del primo sondaggio completo e globale sulla necessità di un trattato per affrontare l’inquinamento da plastica. Questi risultati dovrebbero rafforzare ulteriormente l’urgenza di stabilire standard globali elevati per affrontare tutte le fasi del ciclo di vita della plastica e definire la strada per porre fine all’inquinamento da plastica entro il 2030. I riflettori, infatti, ora sono puntati sugli Stati Membri che dovranno avviare negoziati alla prossima Assemblea delle Nazioni Unite per l’ambiente prevista a fine febbraio. Al Governo italiano il WWF chiede di correggere le disposizioni introdotte nella normativa italiana di recepimento della direttiva comunitaria ‘SUP’ sulla plastica monouso, rafforzando, come è stato chiesto dalla Commissione Europea, le misure che disincentivano il monouso e sostengono il ricorso a imballaggi riutilizzabili.

I risultati del sondaggio. I risultati rendono evidente una schiacciante richiesta pubblica per un’azione ambiziosa e coordinata. Resta l’incognita su quanto questo forte sostegno pubblico globale si tradurrà nell’adozione di un Trattato globale efficace e giuridicamente vincolante: al momento sono oltre 150 gli stati membri delle Nazioni Unite che hanno formalmente chiesto un Trattato, ma a meno che questi appelli non siano seguiti dalla decisione di istituire un trattato di ampia portata che affronti tutto il ciclo di vita della plastica, non potremo risolvere la crisi dell’inquinamento da plastica. I paesi dell’America Latina sono in testa con il 93% degli intervistati che riconosce l’importanza di un Trattato globale sulla plastica, seguiti dai cittadini europei coinvolti dall’indagine e quelli dell’area asiatica del Pacifico. La percentuale di persone che pensano che un Trattato sia importante è più alta in Messico (96%), Cina (95%) e Perù (95%), Italia al sesto posto con il 94% degli intervistati a favore. Inoltre, circa tre quarti del campione di intervistati pensa che la plastica monouso debba essere bandita il prima possibile e l’82% afferma di voler acquistare prodotti la minore quantità c possibile di imballaggi in plastica. “La crisi della plastica minaccia di sfuggirci di mano ed è giunto il momento che i governi di tutto il mondo se ne facciano carico proponendo una loro leadership. Migliaia di cittadini nel mondo hanno espresso la propria opinione. L’onere e l’opportunità spetta ora ai governi: adottare un Trattato globale sulla plastica – che sia legalmente vincolante e stabilisca regole e regolamenti globali che affrontino l’intero ciclo di vita della plastica – in modo da poter eliminare l’inquinamento da plastica nell’ambiente entro il 2030. Non possiamo permetterci nulla meno”, ha affermato Marco Lambertini, Direttore Generale WWF International. “Sappiamo che i cittadini sono estremamente preoccupati per l’inquinamento da plastica ma l’azione individuale non è sufficiente. Servono regole e obiettivi chiari e ambiziosi in grado di cambiare il nostro rapporto con la plastica in modo da tutelare sia la nostra salute che quella dell’ambiente. Questo sondaggio è un chiaro invito, da parte di persone provenienti da ogni angolo del mondo, ai propri governi affinché agiscano subito”, ha affermato Donatella Bianchi, Presidente di WWF Italia.

Un messaggio anche per produttori e rivenditori. Il sondaggio ha anche rilevato che l’85% degli intervistati desidera che produttori e rivenditori siano ritenuti responsabili della riduzione, del riutilizzo e del riciclo degli imballaggi di plastica. Queste richieste sono in linea con un approccio che guarda all’intero ciclo di vita di questo materiale, unica strategia per risolvere l’inquinamento da plastica alla radice. Perù e Ruanda hanno proposto agli Stati membri delle Nazioni Unite di prendere in considerazione questa analisi prima dei negoziati previsti dal 21 in ambito UNEA e nel 1-2 marzo a conclusione della sessione di alto livello dell’Assemblea delle Nazioni Unite per l’ambiente. A seguito di una crescente attenzione alla questione dell’inquinamento da plastica iniziata all’UNEA nel 2014, 156 nazioni, o tre quarti degli Stati membri delle Nazioni Unite, hanno ora espresso pubblicamente sostegno per un trattato globale sulla plastica.

In Italia ancora attese. Il nostro Paese è stato sinora tra i primi in Europa, nel contrastare l’inquinamento da plastica, ricorda il WWF: è stato vietato l’utilizzo di shopper di plastica per la spesa dal primo gennaio 2011, dall’inizio del 2018 è stato vietato l’uso di sacchetti di plastica per gli alimenti, dal primo gennaio 2019 è vietato l’uso di bastoncini di plastica e ovatta per usi igienici e dal primo gennaio 2020 l’uso di microplastiche nella cosmesi da risciacquo. Ma negli ultimi due anni ci sono stati preoccupanti segnali in controtendenza: la Commissione Europea ha inviato una comunicazione ufficiale all’Italia in cui si contestano le deroghe contenute nella normativa di recepimento nel nostro Paese della Direttiva SUP, sulla plastica monouso (D.Lgs. n. 196/2021) e nella Manovra 2022 è stata rimandata ancora di un anno la decorrenza della plastic tax (introdotta con la legge di bilancio 2020). Il WWF chiede innanzitutto che il Governo corregga al più presto le disposizioni introdotte nella normativa italiana che sono in contrasto con la direttiva comunitaria SUP, rafforzando, come chiesto dalla Commissione Europea, le misure che disincentivano il monouso e sostengono il ricorso a imballaggi riutilizzabili. Il WWF auspica infine che, dopo gli ultimi, attesi passaggi tra Camera e Senato, sia approvata al più presto la Legge Salvamare che: classifica i rifiuti accidentalmente pescati come rifiuti solidi urbani (facilitando il conferimento a terra e il loro smaltimento), favorisce l’economia circolare e rafforza la collaborazione tra istituzioni e società civile nell’organizzazione di campagne di pulizia e di sensibilizzazione. Inoltre, il testo della Legge Salvamare all’esame della Camera prevede che sia introdotto l’obbligo di riportare nelle etichette dei prodotti tessili e d’abbigliamento il possibile rilascio di microfibre al lavaggio. Essendo il Mediterraneo il mare ad oggi più inquinato al mondo da questo tipo di plastica, osserva il WWF, la nuova disposizione, se approvata, avrebbe lo scopo di informare e sensibilizzare l’opinione pubblica, sostenendo la necessità di investire nella ricerca e nell’innovazione in tessuti più sostenibili e soluzioni tecnologiche per la mitigazione del problema.

Una crisi crescente. La consapevolezza dell’opinione pubblica e la preoccupazione per la crisi della plastica sono aumentate poiché il problema del consumo eccessivo e dell’inquinamento di plastica è cresciuto in modo esponenziale: i modelli suggeriscono che continuando con l’attuale modello di produzione-utilizzo si avrà il raddoppio della produzione di rifiuti di plastica e la triplicazione della diffusione di plastica negli oceani entro il 2040, rispetto al 2016 livelli. È noto che 2144 specie di microbi, piante e animali sono interessate dall’inquinamento provocato dalla plastica, mentre i costi sociali, ambientali ed economici di quella prodotta nel solo 2019 sono stimati in almeno 3,7 trilioni di dollari USA (+/-1 trilione di dollari USA) nel corso del suo periodo di ‘vita’. 

La petizione globale. Oltre 2 milioni di persone in tutto il mondo hanno firmato la petizione del WWF chiedendo un trattato globale e oltre 100 aziende e più di 700 organizzazioni della società civile hanno  sostenuto la richiesta di un trattato. La campagna globale sulla plastica – https://unplasticstreaty.org/. Il sondaggio completo in inglesehttps://www.dropbox.com/s/a9ih8u4a9nl6p3g/RISING%20TIDES%20Final%2011%20Feb_R.pdf?dl=0.

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IN MOLTE AREE, TRA CUI IL MAR MEDITERRANEO, È GIÀ STATA SUPERATA LA SOGLIA MASSIMA DI INQUINAMENTO PERICOLOSO DA MICROPLASTICHE. L’appello in vista della prossima Assemblea delle Nazioni Unite per l’Ambiente – UNEA (28 febbraio-2 marzo) perché si adotti finalmente un Trattato globale legalmente vincolante. Roma, 8 febbraio 2022 Cartella – https://www.dropbox.com/sh/rp5ww6ksa1s4rw8/AABuv77mcIXKSZ3hh4PlMTlda?dl=0%20.

Link al report tradottohttps://www.dropbox.com/sh/wqnx050q4vbpcak/AACt2s2y0VOKm8Rf_swh30cda?dl=0.

Un nuovo report del WWF analizza oltre 2.590 studi sull’inquinamento da plastica negli oceani e fornisce l’analisi completa degli impatti che sta causando sulle specie e sugli ecosistemi marini: una vera e propria crisi planetaria, secondo la definizione data dalle Nazioni Unite. Secondo il report è probabile che la crescita prevista dell’inquinamento da plastica comporterà in molte aree rischi ecologici significativi che indeboliranno gli attuali sforzi per proteggere e aumentare la biodiversità, se non si interverrà ora per ridurre la produzione e l’uso della plastica a livello globale. Basti pensare che la massa (in peso) di tutta la plastica presente sul Pianeta è il doppio della biomassa totale degli animali terrestri e marini messi insieme! Anche se la dispersione globale di plastica in natura fosse eliminata oggi stesso, esiste una “coda lunga” di microplastiche: la loro concentrazione nel 2050 sarebbe comunque doppia rispetto a quella attuale nonostante gli sforzi messi in campo e, alcuni scenari, prevedono un aumento di 50 volte per il 2100. Questo vorrebbe dire che entro la fine del secolo in un’area marina estesa complessivamente almeno quanto due volte e mezzo le dimensioni della Groenlandia si potrebbe raggiungere una concentrazione di microplastica estremamente pericolosa dal punto di vista ecologico. Ciò si basa sulle proiezioni secondo cui la produzione di plastica raddoppierà entro il 2040, con il risultato che i detriti di plastica nell’oceano quadruplichino entro il 2050. La soglia massima tollerabile di inquinamento da microplastica (stabilita a 120mila oggetti per metro cubo) è stata già superata in diversi “hot spots” di inquinamento, incluso il Mar Mediterraneo, la Cina orientale e il Mar Giallo e il ghiaccio marino artico.

EFFETTO PLASTICA SULLA BIODIVERSITÀ

L’inquinamento da plastica causa danni alla vita marina attraverso diversi meccanismi: intrappolamento, ingestione, soffocamento e rilascio di sostanze chimiche tossiche. Sono 2.150 specie marine che sono venute in contatto con la plastica. Fino al 90% di tutti gli uccelli marini e il 52% di tutte le tartarughe marine ingeriscono plastica. La plastica è entrata non solo nella catena alimentare marina, ma sta impattando significativamente la produttività degli ecosistemi marini più importanti al mondo, come le barriere coralline e le foreste di mangrovie. Nella regione asiatica dell’Oceano Pacifico si stima che 11,1 miliardi di oggetti di plastica (soprattutto attrezzi da pesca) siano intrappolati nella barriera corallina ed è previsto che questa quantità possa aumentare del 40% entro il 2025. La plastica che ricopre le barriere coralline non solo può soffocare e rompere le strutture dei coralli, ma le microplastiche possono essere ingerite dai polipi dei coralli alterando le funzioni vitali loro e delle alghe simbionti, distruggendo interi sistemi coralligeni. Particolarmente preoccupante anche il fatto che i coralli intrappolati nella plastica hanno una probabilità fino al 90% più alta di contrarre malattie. Incrementa così il fenomeno del loro sbiancamento (bleaching). Un recente studio sulle foreste di mangrovie dell’isola di Giava in Indonesia ha rilevato come alcune zone siano ricoperte fino al 50% da plastica, con una densità di 27 oggetti di plastica per metro quadrato. L’inquinamento da plastica nei mangrovieti può compromettere non solo la salute di radici e foglie degli alberi di mangrovie, ma anche ridurre la presenza di organismi che vivono in questi ambienti, alterando l’intero ecosistema. L’entità dell’inquinamento da plastica e il suo impatto sulle specie marine e sugli ecosistemi variano notevolmente e i pericoli per la vita marina sono enormi: dai pezzi di plastica nello stomaco, alle trappole mortali intorno al collo, agli additivi chimici della plastica nel sangue. I frammenti di plastica provocano lesioni interne ed esterne, e quasi sempre determinano la morte degli animali marini poiché possono limitare il movimento o la crescita degli individui, ridurre l’assunzione di cibo, compromettere la risposta immunitaria o la capacità riproduttiva. La natura durevole della plastica comporta che l’assorbimento di microplastica e nanoplastica nella catena alimentare marina continuerà e raggiungerà livelli pericolosi pericolosi se non riduciamo oggi la produzione e l’uso della plastica. Questa minaccia pervasiva e in continua crescita per la vita oceanica può essere affrontata solo con un’efficiente soluzione globale e sistemica, che i paesi possono stabilire adottando un trattato globale all’Assemblea 5.2 delle Nazioni Unite sull’ambiente che si terrà dal 28 febbraio al 2 marzo 2022 a Nairobi.

COSA ACCADE NEL MEDITERRANEO

L’Europa (secondo maggiore produttore di plastica dopo la Cina), per esempio, rilascia ogni anno 307-925 milioni di rifiuti nei mari, di cui l’82% è plastica (principalmente frammenti di plastica e articoli monouso (ovvero bottiglie, imballaggi e sacchetti). Secondo una recente analisi ogni anno finiscono nel Mediterraneo 229mila tonnellate di plastiche: è come se ogni giorno 500 container scaricassero in acqua il proprio contenuto. Più della metà di questa plastica proviene da soli 3 Paesi: il 32% dall’Egitto, il 15% dall’Italia e 10% alla Turchia. La situazione appare ancora più drammatica se si guarda al dettaglio delle città più inquinanti del bacino del Mediterraneo: tra le prime 10, ben 5 sono italiane (Roma- che detiene il primato assoluto-Milano, Torino, Palermo e Genova). Fonte principale di immissione della plastica in mare sono le attività costiere e una gestione inefficiente dei rifiuti, che peggiora ulteriormente nel periodo estivo a causa dell’aumento dei flussi turistici e delle relative attività ricreative. Seguono (con il 22%) le attività in mare che, con pesca, acquacoltura e navigazione, disperdono nasse, reti e cassette per il trasporto del pesce. Il Mar Mediterraneo raggiunge 

così un triste primato: nelle sue acque si trova la più alta concentrazione di microplastiche mai misurata nelle profondità di un ambiente marino: 1,9 milioni di frammenti per metro quadrato. Da uno studio recente emerge che almeno 116 specie animali che vivono nel Mediterraneo hanno ingerito plastica. Il 59% sono pesci ossei, tra cui molte si mangiano comunemente: come sardine, triglie, orate, merluzzi, acciughe, tonni. Il restante 41% è costituito da altri animali marini come mammiferi, crostacei, molluschi, meduse, tartarughe e uccelli. Una balena, ad esempio, filtra 700mila litri di acqua ogni volta che apre bocca assumendo una quantità enorme di plastiche e microplastiche che hanno una elevata concentrazione di inquinanti. Tanto che in alcuni mammiferi misticeti, che vivono nel Mediterraneo i livelli di inquinanti organici persistenti o additivi della plastica come gli ftalati sono 4/5 volte superiori a quelli delle balene che vivono in zone meno contaminate del pianeta.

Sempre più plastica viene ingerita dagli organismi marini e può risalire la rete alimentare fino ad arrivare nei nostri piatti.

SCENARI DI UNA CRISI GLOBALE

Realizzato in collaborazione con l’Istituto Alfred Wegener per le ricerche polari e marine (AWI), il report rileva una situazione grave e in peggioramento che richiede un’azione concreta e immediata a livello internazionale. “Tutti i dati suggeriscono che la contaminazione da plastica dell’oceano sia irreversibile. Una volta dispersi nell’oceano, i rifiuti di plastica sono quasi impossibili da recuperare. Si frammentano costantemente e quindi la concentrazione di micro e nanoplastiche continuerà ad aumentare per decenni. Agire a monte dell’inquinamento da plastica è molto più efficace che ripulire in seguito. Se i governi, il mondo produttivo e la società agiscono all’unisono ora possono limitare la crisi planetaria della plastica”, ha dichiarato Eva Alessi, responsabile sostenibilità di WWF Italia. Laddove altre minacce come la pesca eccessiva, il riscaldamento globale, l’eutrofizzazione o il trasporto marittimo si sovrappongono agli “hot spots” di inquinamento da plastica, gli impatti negativi sono amplificati. Per le specie già minacciate, alcune delle quali vivono proprio in questi “hot spots”, come le foche monache o i capodogli nel Mediterraneo, l’inquinamento da plastica è un ulteriore fattore di stress che spinge queste popolazioni verso l’estinzione.

LA PETIZIONE GLOBALE DEL WWF

Cresce la pressione sulla comunità internazionale per un trattato giuridicamente vincolante. Più di 2 milioni di persone in tutto il mondo hanno firmato la petizione del WWF mentre oltre 100 aziende, più di 700 organizzazioni della società civile e 156 paesi, che costituiscono più di tre quarti degli Stati membri delle Nazioni Unite, hanno anche sostenuto la richiesta di un trattato. “Senza dubbio, l’inquinamento da plastica potrebbe diventare un fattore che contribuisce alla sesta estinzione di massa in corso che porterà al collasso diffuso degli ecosistemi e al superamento dei limiti ambientali entro i quali l’umanità può operare in sicurezza. Sappiamo come fermare l’inquinamento da plastica e sappiamo che il costo dell’inazione va a scapito dei nostri ecosistemi oceanici: non ci sono scuse per ritardare un trattato globale sull’inquinamento da plastica. La via d’uscita dalla nostra crisi della plastica è che i paesi accettino un trattato legalmente vincolante a livello globale che affronti tutte le fasi del ciclo di vita della plastica e che ci metta sulla strada per porre fine all’inquinamento marino da plastica entro il 2030″, ha affermato Ghislaine Llewellyn, vice capo degli oceani, WWF.

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Roma, 23 novembre 2021 – WWF Italia e WWF Potenza esprimono la loro soddisfazione per essere stati ammessi entrambi come parte civile nel processo a carico, tra gli altri, di alcuni dirigenti ENI accusati di disastro ambientale per non aver preso provvedimenti per impedire lo sversamento del greggio dal Centro Olio di Viggiano, avvenuto nel 2014 e quantificato in circa 400 tonnellate ad oggi recuperate solo parzialmente.L’ammissione come parte civile, curata per il WWF Italia dall’avv. Massimo Molinari e per il WWF Potenza dall’Avv. Giuseppe Vendegna, dà il giusto riconoscimento a tutta l’azione svolta da più di 20 anni dal WWF a tutela della salute e dell’ambiente in Val d’Agri con esposti, osservazioni nei procedimenti di valutazione ambientale delle singole opere, pozzi, oleodotti, centro olio, interventi sulle istituzioni e di informazione verso i cittadini. Ciò nonostante purtroppo le attività petrolifere in Val d’Agri hanno causato danni ingenti dall’avvio delle stesse alla fine degli anni ‘90 sino ad oggi, a quanto sarebbe emerso nell’udienza di ieri. Secondo un documento dell’Ufficio prevenzione e controllo ambientale della Regione Basilicata, prodotto da parte di un avvocato della difesa, nell’area ci sarebbero “sorgenti primarie di contaminazione ancora attive”.“Il WWF quindi, sia a livello nazionale che locale”, ha dichiarato il Delegato regionale Mario Musacchio, “continuerà  a seguire con molta attenzione le vicende legate alle attività petrolifere in Basilicata, sia dentro che fuori le aule giudiziarie, continuando la propria azione per far si che quanto prima si avvii il processo di uscita della Basilicata dalle attività petrolifere e si parta con un’azione efficace di riqualificazione del territorio con azioni di risanamento e con  nuove attività economiche sostenibili, coerentemente con gli obiettivi nazionali ed internazionali legati alla transizione ecologica oramai in atto”.

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