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Greenpeace Italia, Legambiente e WWF – ASSOCIAZIONI CHIEDONO CARTE E RISPOSTE SU TRIVELLAZIONI OFFSHORE – IL GOVERNO CHIARISCA SU DISMISSIONI, MORATORIA, NORME, VIA E BANCA DATI 

Roma, 12 aprile 2019 – Fuori le carte e le risposte su quale sia la strategia del Governo per limitare effettivamente l’estrazione degli idrocarburi a cominciare dal mare. Chiedono Greenpeace ItaliaLegambiente e WWF che dichiarano il loro sconcerto per la mancanza di una chiara strategia governativa a questo proposito, condizionata anche dalle resistenze pro-fossili all’interno dello stesso Governo. Le tre associazioni ambientaliste dichiarano “Abbiamo finora fatto proposte normative per emancipare il nostro Paese e i nostri mari dai combustibili fossili e abbiamo contribuito alla individuazione di un programma per il decommissioning per oltre 30 piattaforme offshore, ma stiamo ancora attendendo risposte concrete dal Ministero dello Sviluppo Economico e dal Ministero dell’Ambiente che affrontino efficacemente il rischio per l’ambiente, per la navigazione e per le attività turistiche e della pesca rappresentato innanzitutto da quegli 88 impianti (piattaforme e pozzi sottomarini offshore) localizzati nella fascia di interdizione delle 12 miglia marine, il 47,7% dei quali (42 su 88)  non hanno mai avuto una Valutazione di Impatto Ambientale e che presentano un’età media di 35-40 anni (il 48% ha 40 anni), che, per la stragrande maggioranza, sono concentrati nelle mani di ENI o Edison che ben possono affrontare un programma di dismissione dei pozzi improduttivi e più  rischio”. Le Associazioni chiedono conto di dove sia finito il programma, frutto anche dell’intenso lavoro di lobby delle tre associazioni, concordato dai due Ministeri, a cui si aggiunge il Ministero dei Beni Culturali, con Assomineraria, relativo alla dismissione di 34 piattaforme offshore (di cui 26 nella fascia offlimits delle 12 miglia) non produttive o con pozzi prevalentemente “non eroganti” da anni. Le Associazioni considerano non sufficiente la minimoratoria di 18 mesi per redigere un Piano delle aree, atteso da anni, che per obbligo comunitario deve essere sottoposto a Valutazione Ambientale Strategica, decisa con il decreto “semplificazioni “(decreto legge 135 del 143/12/2018, convertito in legge due mesi dopo, legge n. 12 dell’11 febbraio 2019) in assenza di indirizzi chiari per la decarbonizzazione dell’economia e di chiari segnali sullo smantellamento progressivo delle piattaforme situate nell’area offlimits delle 12 miglia. Le Associazioni hanno presentato precise proposte, non accolte, per lo smantellamento definitivo delle norme pro-petrolieri dello Sblocca Italia (decreto legge n. 133/2014) ma non solo, che ancora sono vigenti relative a: 1. il titolo concessorio unico per la ricerca e la coltivazione di idrocarburi, che consente ai petrolieri di avere un iter autorizzativo inarrestabile anche se sorgessero rilevanti impatti ambientali; 2. ristabilisca il divieto introdotto nel 2008 alle trivellazioni offshore Alto Adriatico per scongiurare il rischio subsidenza; 3. l’eliminazione delle scandalose franchige/esenzioni dal pagamento delle royalties per le aziende petrolifere che producono sino a 80 milioni di metri cubi di gas e 50mila tonnellate di petrolio in mare, 25 milioni di metri cubi e 20mila tonnellate l’anno a terra. Le Associazioni ritengono insufficienti gli indirizzi contenuti nel Decreto del Ministero dell’Ambiente del 19 febbraio scorso per uniformare la Valutazione di Impatto Ambientale per le piattaforme offshore e chiedono una modifica normativa al Testo Unico Ambientale (D.lgs. n. 152/2006 e successive integrazioni) in cui siano valutati contestualmente i grandi rischi di incidente rilevante per la sicurezza e l’ambiente, ora non considerati. Le Associazioni criticano la ristrutturazione della banca dati del Ministero dello Sviluppo Economico sulle istanze di ricerca prospezione e coltivazione e sulle concessioni di idrocarburi in mare che è diventata meno accessibile al cittadino comune e disponibile per la consultazione solo a persone esperte.

Il presente comunicato viene inviato dall’Ufficio Stampa del Wwf Italia anche per conto delle altre associazioni citate.

 

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A MATERA L’EVENTO CENTRALE ITALIANO. Sabato 30 marzo alle 20,30 torna l’appuntamento mondiale con l’Ora della Terra. In centinaia di Paesi, Italia compresa, 60 minuti simbolici di buio e tante iniziative per un futuro sostenibile. L’evento centrale italiano sarà a Matera con l’Earth Hour Concert di Danilo Rea.

Cartella foto edizione 2018 – https://www.dropbox.com/sh/sseqzh06gtm1b8e/AAD95MWD0RapTkJrriq-Az-ga?dl=0.

Roma, 14 marzo 2019

Torna Earth Hour, la più grande mobilitazione planetaria in tema di cambiamenti climatici. Quest’anno lo slogan è #Connect2Earth a significare lo stretto legame tra uomo e natura, tra cambiamenti climatici e perdita di biodiversità, il capitale naturale sul quale poggia la nostra stessa vita. Gli obiettivi concreti sono fermare la perdita di biodiversità e dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030 a livello globale. L’evento WWF, giunto alla sua dodicesima edizione, lo scorso anno ha fatto registrare numeri da record: 188 paesi coinvolti, 18.000 monumenti storici o simboli spenti, oltre 3 miliardi di messaggi veicolati sui social, più di 250 Ambasciatori e influencer votati alla causa. In Italia sono stati più di 400 i comuni che hanno partecipato, spegnendo le proprie luci grazie alla collaborazione di centinaia di volontari sul territorio e la preziosa collaborazione di ANCI. Quest’anno l’appuntamento centrale per l’Italia si svolgerà a Matera, città Capitale Europea della Cultura 2019 e già sito UNESCO dal 1993, dove l’evento è realizzato in collaborazione con il Comune. In programma lo spegnimento simbolico, dalle 20,30 alle 21,30, di uno dei luoghi iconici della Città dei Sassi, l’area di S. Pietro Caveoso e della Rupe dell’Idris, con una prima esibizione dal vivo aperta a tutti del pianista Danilo Rea sulla proiezione di immagini di natura e satellitari in collaborazione con l’ASI (Agenzia Spaziale Italiana). Il programma proseguirà poi alle 21 con l’Earth Hour Concert presso il Conservatorio di Musica E.R. Duni di Matera con la partecipazione speciale del pianista Danilo Rea (concerto gratuito su prenotazione alla email Ufficioeventi@wwf.it – fino ad esaurimento posti). Sono già centinaia i comuni che hanno aderito a Earth Hour 2019 con eventi e spegnimenti simbolici che, come ogni anno, mirano a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e dei decisori politici sull’urgenza di agire per fermare il cambiamento climatico. Hanno già aderito tra gli altri Milano, Palermo, Napoli, Bologna, Firenze, Venezia, Trieste, Reggio Calabria e Perugia. Come ogni anno saranno tantissime le iniziative e gli eventi un po’ in tutta Italia, organizzati dai volontari e dai gruppi attivi WWF. “Per l’Italia il 2018 è stato l’anno più caldo da quando esistono le registrazioni scientificamente attendibili nel nostro paese (dal 1800 cioè da 219 anni). A livello globale, gli ultimi cinque anni sono stati i più caldi mai registrati.  Serve una forte inversione di rotta per fermare sia il cambiamento del clima, sia il declino dei sistemi naturali che supportano la vita di noi tutti. Siamo la prima generazione che ha una chiara idea del valore della natura e dell’enorme impatto che abbiamo provocato sul funzionamento degli ecosistemi e sulle singole specie. Possiamo però essere anche l’ultima in grado di agire per invertire questo trend” ha detto Donatella Bianchi, Presidente WWF Italia. Patrocini: Earth Hour 2019 ha ricevuto la Medaglia del Presidente della Repubblica, il patrocinio della Presidenza del Consiglio, della Camera dei Deputati, della Fondazione Matera 2019, del Comune di Matera, di ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani), Agenzia Spaziale italiana. Anche le scuole saranno coinvolte, grazie a uno specifico Protocollo d’intesa siglato da WWF e MIUR. Anche per questa edizione, Sofidel sarà il main partner dell’evento. L’azienda, nota soprattutto per il brand Regina, è al fianco del WWF da oltre 10 anni nell’ambito del programma Climate Savers e nel 2017 ha rinnovato il suo impegno sottoscrivendo il Manifesto S.O.S. del WWF ispirato ai 17 Obiettivi di Sostenibilità dell’ONU, sposando dunque la visione di lungo periodo promossa dall’Associazione che considera il nostro Pianeta come luogo comune per realizzare un benessere equo e sostenibile e che riconosce la centralità del capitale naturale. Negli anni, Sofidel è stata al fianco del WWF in numerose attività di sensibilizzazione e ingaggio, tra cui il programma educativo “Mi Curo di Te – Il gesto di ognuno per il Pianeta di tutti” dedicato ai temi Acqua, Clima e Foreste. Per programmi aggiornati e appuntamenti: www.oradellaterra.org.

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AMBIENTALISTI APERTI AL CONFRONTO CON FORZE SOCIALI E GOVERNO SUL FUTURO ENERGETICO DEL PAESE – Roma, 8 febbraio 2019

Una battaglia di retroguardia a spese del Paese quella sostenuta da aziende e sindacati di categoria in difesa delle trivellazioni, basata su valutazioni economiche ampiamente fittizie e su tre grandi mistificazioni. Lo sostengono

GreenpeaceLegambiente e WWF, che ricordano, innanzitutto, come: non esista alcun provvedimento di blocco dell’estrazione di idrocarburi gassosi o liquidi in Italia, ma solo la sospensione per 18 mesi di poche decine di permessi di prospezione e ricerca in vista della definizione di un Piano delle aree, che era stato previsto già dal 2014 e poi, inspiegabilmente cancellato nel 2016; non esiste, quindi, alcuna ricaduta di massa sui livelli occupazionali nel settore della produzione di oil and gas in Italia; non esiste nel nostro Paese un ricco e diversificato settore dedicato alla estrazione di idrocarburi, ma, a fronte di riserve di idrocarburi comunque scarse,  presenta un una situazione di assoluta predominanza in capo a quella che sostanzialmente è ancora una azienda di Stato, cioè all’ENI e alle sue associate che controllano l’85% delle piattaforme petrolifere offshore e l’assoluta maggioranza delle trivellazioni a terra. Le tre associazioni, in vista anche della mobilitazione sindacale del 9 febbraio, confermano il loro impegno nel contribuire alla sicurezza ambientale ed energetica del Paese, che è possibile solo emancipandolo dalle fonti fossili e si dichiarano pronte al confronto con le forze sociali, in particolare con i sindacati sul futuro energetico del Paese e sulle nuove frontiere economiche ed occupazionali in campo energetico. Le tre associazioni chiedono inoltre al Governo che la redazione del Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee (PiTESAI), previsto dal decreto semplificazioni, sia coerente con l’obiettivo della decarbonizzazione fissato dalla Strategia Energetica Nazionale (SEN), con le indicazioni che emergeranno dal Piano Energia e Clima, in attuazione dell’Accordo di Parigi e con il corretto recepimento della nuova direttiva comunitaria sulle rinnovabili (c.d. RED2). Greenpeace, Legambiente e WWF riguardo alle prospettive del settore energetico e il peso su Sistema Italia del settore delle trivellazioni oil and gas, ricordano che il settore è ormai in declino, condannato anche dai rischi crescenti di risarcimenti per i danni causati dal cambiamento climatico. Sono questi rischi, e la crescita impetuosa di tecnologie innovative (una partita dalla quale l’Italia rischia di auto escludersi con un clamoroso harakiri) che stanno spingendo gli investitori lontani dalle fonti fossili. Abbiamo già perso tempo per immaginare una prospettiva di lungo respiro per riqualificare i lavoratori del settore oil &gas: continuando a promettere vita eterna a un comparto in agonia non gli faremo di certo un favore. Ci saremmo aspettati una maggiore reazione da parte del sindacato quando, negli scorsi anni, in Italia sono stati distrutti migliaia di posti di lavoro nel settore delle energie rinnovabili, causati da interventi legislativi miopi e perfino retroattivi, ai danni di centinaia di piccole e medie aziende italiane. Il presente comunicato congiunto viene inviato dall’Ufficio Stampa del WWF Italia anche per conto di Legambiente e Greenpeace.

Scheda tecnica. Greenpeace, Legambiente e WWF ricordano alle forze sociali quali siano le prospettive del settore energetico e il peso sul Sistema Italia del settore dell’estrazione di idrocarburi liquidi e gassosi.

Prospettive del settore energetico. In Italia, nonostante la contrazione degli incentivi (che ha portato un taglio netto di 2 miliardi circa tra il 2016 e il 2017, da 14,4 mld del 2016 ai 12,5 mld del 2017), il GSE/Gestore dei Servizi Energetici registra nel 2018 la performance molto positiva delle fonti rinnovabili che già nel 2015, con il raggiungimento di una quota del 17,7%, ha consentito di raggiungere e superare, con 5 anni di anticipo, il target al 2020 del 17% di penetrazione sui consumi energetici complessivi, mentre le rinnovabili coprono già il 31% del consumo interno lordo di energia elettrica 2017. Un settore in pieno sviluppo quelle delle rinnovabili e dell’efficienza energetica in Italia nel quale nei prossimi anni si prevedono investimenti per 145 miliardi di euro, come attesta la SEN 2018. Questo quando, come ci ricorda l’OCSE, l’Italia è un Paese che produce piccoli volumi di gas naturale e petrolio e che, come ricordato da dati storici prodotti dal Ministero dello Sviluppo Economico nei nostri fondali marini ci sono 10,3 milioni di tonnellate di petrolio di riserve certe, che stando ai consumi attuali, coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 7 settimane, mentre quelle di gas a mare coprirebbero un fabbisogno di circa 6 mesi. E se si attingesse anche alle riserve di petrolio presenti nel sottosuolo, concentrate soprattutto in Basilicata, le riserve di greggio a mare e a terra verrebbero consumate in appena 13 mesi.

Il peso sul Sistema Italia dei trivellatori. Il settore delle trivellazioni in Italia è ampiamente favorito da meccanismi fiscali, che sia l’OCSE che la Banca Mondiale chiedono di cancellare, di abbattimento dei costi di produzione che ricadono su tutti i cittadini. Nel nostro Paese le aziende estrattive a mare non pagano royalty (10%) entro 80.000.000 Smc (metri cubi standard), e entro 50.000 tonnellate di petrolio (7%), mentre a terra non si pagano le royalty (10%) entro 25.000.000 Smc e entro 20.000 tonnellate petrolio (10%). Questo comporta, come rilevato ad ultimo nel 2015 dalle associazioni che: su 123 concessioni operanti delle 202 presenti in terra e in mare in Italia solo 30 superavano la franchigia oltre la quale si dovevano versare le royalty e che tra il 2017 e i primi tre trimestri del 2018 la franchigia è stata applicata solo al 27% della produzione italiana di gas offshore e al 22% circa della produzione offshore di petrolio. Si aggiunga, poi, che il settore gode anche di incentivi per le ricerche di prospezione e per la coltivazione dei cosiddetti giacimenti marginali e per la coltivazione dei cosiddetti giacimenti marginali e agevolazioni sul gasolio utilizzato nelle attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi. Si aggiunga poi che il costo annuale delle concessioni nel nostro Paese, prima dell’aumento di 25 volte previsto nel decreto semplificazioni era di circa 100/200 volte inferiore a quello applicato in Olanda per le attività di prospezione e ricerca e di circa 12 volte per le concessioni produttive. Il prelievo fiscale su queste attività si aggira tra il 50 e il 68%, quando in Norvegia (maggiore produttore europeo di idrocarburi) si aggira attorno al 78% e nel Regno Unito tra il 68 e l’82%.

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Roma, 6 febbraio 2019 – Il ricorso della Regione Sardegna rispetto al decreto ministeriale che dà attuazione allo scenario di “phase out completo”, ossia l’uscita dalla produzione di energia elettrica dal carbone, il combustibile più inquinante e una delle prime cause del riscaldamento globale, non solo è dannoso per il percorso dell’Italia verso la piena attuazione dell’Accordo di Parigi sul clima ma rappresenta un’evidente frenata verso l’innovazione e la necessaria e giusta transizione della Sardegna verso politiche energetiche compatibili con il futuro. Colpisce che mentre l’intera comunità scientifica internazionale esorti all’azione contro i cambiamenti climatici in atto, ci sia chi abbia l’obiettivo di bloccare il percorso italiano per l’uscita dal carbone, prevista con la Strategia Energetica nazionale per il 2025. Rispetto a questo scenario sarebbe logico che la Regione Sardegna e Enel (che da quello che si legge sui giornali penserebbe a dei ricorsi) predisponessero rispettivamente un piano per una giusta transizione che non lasci nessuno indietro e piano che conduca alla chiusura degli impianti inquinanti entro la scadenza decisa dalla SEN e ribadito dalla Proposta di Piano Nazionale Integrato Energia e Clima. Opporsi, oggi, al percorso verso un sistema energetico sostenibile e amico del clima non solo introduce un ostacolo nella transizione dalle fonti fossili a quelle rinnovabili ma è anche contro gli interessi dei cittadini sardi. Non esistono, infatti, ragioni tecniche che impediscano con un così adeguato preavviso (la chiusura è prevista nel 2025) di predisporre soluzioni tecniche e che permettano di transitare dal carbone alle rinnovabili garantendo, al contempo, il mantenimento dei livelli occupazionali e delle garanzie sociali. Già oggi la Sardegna è in surplus di produzione energetica visto che consuma circa 8,4 TWh (miliardi di kWh) mentre ne produce ben 13,3 TWh: questo significa che esporta molta più energia di quanta ne utilizzi. La Sardegna ha dinanzi una sfida ed opportunità che sarebbe assurdo non cogliere. L’assenza di altre infrastrutture energetiche sul gas e la necessità di chiudere le vecchie centrali a carbone può fare dell’isola un vero e proprio “laboratorio della decarbonizzazione” che, puntando sulle rinnovabili, sull’efficienza energetica, sui trasporti sostenibili, su una rete elettrica intelligente ed evoluta e su moderni sistemi di accumulo, spinga l’isola verso un futuro fatto di sviluppo sostenibile e di nuova e stabile occupazione.

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ANNUNCIO MISE DIMOSTRA CHE LA ‘STRADA FRANCESE’ SULLA SOSPENSIONE ERA REALISTICA E PRATICABILE – Roma, 9 gennaio 2019

Ritenevamo che il governo potesse dare, visto il precedente della moratoria adottata dal 2016 dalla Francia, un chiaro segnale politico-istituzionale per sospendere le trivellazioni offshore e l’annuncio di oggi del MiSE ci dà ragione: la proposta del WWF era quindi realistica e praticabile. I 3 anni di sospensione devono servire, però, a smontare l’apparato normativo del decreto Sblocca Italia che favorisce le trivellazioni. Se confermata la moratoria può essere un primo chiaro segnale sulla strada della decarbonizzazione e per la tutela del Mediterraneo, sottoposto all’inquinamento da petrolio (si stima che ogni anno vengano riversate nel nostro mare 600mila tonnellate di petrolio) e da plastica (il 95% dei rifiuti rinvenuti in mare è composto da plastiche). Il Mediterraneo, infatti, è un bacino prezioso per la sua biodiversità visto che nell’1% circa delle acque dei mari del mondo ospita circa 17.000 specie marine, che costituiscono il 7,5% delle specie su scala globale.

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Roma, 7 gennaio 2019 – Volere è potere, mai come nel caso delle concessioni petrolifere la politica deve dimostrare coerenza con gli impegni assunti in campagna elettorale e considerare la questione nel suo complesso a cominciare dalla riforma del quadro normativo. Precedenti, anche recenti, come lo stop nel 2016 del progetto Ombrina Mare di fronte alla Costa Teatina in Abruzzo, dimostrano che quando c’è la volontà politica si può fare molto e che si può intervenire anche sul singolo caso. Se il governo vuole davvero perseguire la via dell’uscita dai combustibili fossili indicata nel programma di governo e richiesta dall’Accordo di Parigi sul clima, deve disinnescare l’articolo 38 del cosiddetto decreto Sblocca Italia, che ha facilitato gli iter autorizzativi per le trivellazioni di idrocarburi a mare. Il WWF chiede che il governo adotti subito un provvedimento di moratoria generalizzato come quello assunto sin da 2016 dal governo francese e tuttora vigente e intervenga con una modifica urgente di carattere normativo: una modifica coerente con una strategia di decarbonizzazione che preveda anche un piano di progressive dismissioni delle piattaforme già autorizzate e di stop a quelle nuove. Senza un piano delle aree inoltre, previsto nel 2014 poi cancellato alla fine del 2015, ci troveremo sempre a discutere di singole concessioni senza affrontare il problema sul piano strategico. Per non parlare del 48 per cento di impianti offshore entro le 12 miglia dalla costa, oggi fascia off limits per le nuove trivellazioni: semplicemente insostenibili. Sono ben 44 su 94 gli impianti offshore (piattaforme o teste di pozzo) autorizzati prima del 1986 e quindi mai sottoposti alla Valutazione di Impatto Ambientale (entrata in vigore proprio quell’anno). Così come è necessario lavorare per introdurre il divieto di utilizzo per le ricerche in mare di una pratica pericolosa come l’air gun. “Mentre siamo tutti impegnati a difendere il mare dalla plastica con una fortissima mobilitazione anche istituzionale è un paradosso che non si riesca a mettere uno stop al pericolo che, proprio per il mare e la sua biodiversità, rappresentano le trivellazioni. Chiediamo al governo di mettere fine a questo gioco perverso che, tra l’altro rappresenta un ulteriore pugno nello stomaco per gli oltre 13 milioni di cittadini che si sono chiaramente espressi all’ultimo referendum sulle trivelle”, dichiara la presidente del WWF Italia Donatella Bianchi.

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