Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘difesa animali’ Category

Servono misure di conservazione cogenti per limitare l’uso dei pesticidi più pericolosi per gli impollinatori, come previsto da un Decreto ministeriale del 2015 mai attuato dagli Enti Parco. Roma, 8 aprile 2021

Per il terzo anno consecutivo il Ministro dell’Ambiente, oggi della Transizione Ecologica, ha trasmesso ai Parchi Nazionali la sua Direttiva per i progetti a tutela della biodiversità indicando la priorità della conservazione degli insetti impollinatori. Per il WWF si tratta di una iniziativa importante ma non sufficiente per scongiurare il declino degli impollinatori nelle aree naturali protette nazionali. Ad oggi le Direttive 2019 e 2020 hanno dato indicazioni chiare agli Enti Parco Nazionali per la realizzazione di attività di monitoraggio degli apoidei e Lepidotteri, secondo le linee guida definite dalla Commissione Europea e ISPRA, chiedendo anche una mappatura delle minacce e definizione di strategie di difesa con azioni mirate per l’acquisizione presso le aziende agricole di dati relativi all’utilizzo dei prodotti fitosanitari. La direttiva del Ministro per il 2021 esplicita che tali azioni devono collocarsi in coerenza ed attuazione delle misure previste dal Piano d’Azione Nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari e dal Decreto ministeriale del 10 marzo 2015, concernente le linee guida per la riduzione dell’uso di prodotti fitosanitari e dei relativi rischi nei siti Natura 2000 e nelle aree naturali protette, senza però imporre agli Enti Parco un termine per la loro attuazione attraverso misure di conservazione cogenti. Come accertato da uno studio condotto dall’ISPRA, dopo 6 anni dall’approvazione del Decreto del 10 marzo 2015 nessun provvedimento concreto è stato assunto dai Parchi Nazionali per limitare l’uso dei pesticidi nocivi per gli impollinatori. Solo due Parchi Nazionali (PN Cilento e Vallo di Diano e PN Appennino Lucano) hanno adottato sulla carta provvedimenti per vietare l’uso del glifosato, ma senza poi tradurli in atti normativi vincolati aggiornando le proprie misure di conservazione. Nel novembre 2018 WWF e LIPU hanno segnalato ai Ministeri competenti le inadempienze degli Enti gestori dei Parchi Nazionali e delle Regioni rispetto alla limitazione dell’uso dei pesticidi pericolosi per la biodiversità nelle aree naturali protette ed a seguito di questo intervento il testo del nuovo PAN pesticidi prevedeva un anno di tempo per l’adeguamento dei regolamenti e misure di conservazione dei Parchi e siti Natura 2000. Dopo il termine della consultazione pubblica sul testo del nuovo PAN Pesticidi, nel mese di ottobre 2019, si sono però perse le tracce del provvedimento e nel frattempo la Commissione Europea ha presentato il 20 maggio 2020 le sue Strategie UE “Biodiversità 2030” e “Farm to Fork” che indicano l’obiettivo della riduzione del 50% dell’uso dei pesticidi e la priorità di azioni a tutela degli impollinatori. Il WWF ritiene per questo necessario ed urgente un provvedimento del Governo per il divieto e la regolamentazione dell’uso dei pesticidi nelle aree naturali protette statali e per i siti della rete Natura 2000, definendo misure minime di conservazione regolamentari appropriate, in coerenza con gli obiettivi di tutela sito-specifici raccomandati dalla Commissione Europea che su questo tema ha aperto da tempo una procedura d’infrazione contro l’Italia. Per il WWF l’ultima Direttiva del Ministro Cingolani garantirà nei Parchi Nazionali la prosecuzione delle importanti attività di monitoraggio degli impollinatori ma non garantirà, per l’ennesima volta, l’adozione di provvedimenti per la loro tutela attraverso la riduzione dell’uso dei pesticidi, come impongono invece le normative europee. Senza l’adozione di provvedimenti urgenti, limitandoci alle sole attività di monitoraggio, prenderemo atto del declino degli impollinatori restando immobili, senza adottare misure concrete per la loro tutela. Per il WWF sarebbe un grave errore che non possiamo permetterci volendo attuare seriamente le Strategie UE “Biodiversità 2030” e “Farm to Fork” e fermare attraverso interventi concreti il pericoloso declino degli impollinatori, almeno all’interno dei nostri Parchi Nazionali.

Read Full Post »

Dal 2017 ben 28 aquile sono state dotate di dispositivi di tracciamento nell’ambito del Life ConRaSi.

Roma, 6 aprile 2021Bart è un maschio di aquila di Bonelli che, da giovanissimo, vola con un piccolo trasmettitore satellitare montato sul groppone, monitorato h.24 negli spostamenti. E’ nato nel 2017 nella provincia di Catania e, dopo un periodo di dispersione relativamente breve, si è stabilito nella stessa provincia, in un territorio storicamente mai occupato prima dalla sua specie. Bart è, come si suol dire, un miracolato: due anni fa rimase intrappolato per ore in una profonda cisterna, fortunatamente senz’acqua, e fu salvato dall’equipe del LIFE ConRaSi, accortasi, dall’analisi dei tracciati satellitari, di una situazione anomala e probabilmente di pericolo (video quihttps://www.youtube.com/watch?v=QSYepxTIsyY&feature=youtu.be). A quasi due anni d’età Bart aveva già tentato di riprodursi ma, sessualmente immaturo, aveva fallito nell’impresa. Quest’anno, ad inizio stagione riproduttiva, almeno 4 aquile equipaggiate con i trasmettitori dal Life ConRaSi hanno mostrato chiari segnali di occupazione stabile di un territorio. Le verifiche sul campo hanno permesso di constatare la formazione di alcune coppie che hanno costruito i loro nidi e deposto uova. Ai primi di aprile, durante le consuete attività di monitoraggio, gli operatori del Life ConRaSi hanno osservato Bart e la sua nuova compagna prendersi cura di un pulcino. La prima osservazione è avvenuta proprio nel momento in cui il pullo veniva accudito dal padre, premurosissimo. Si tratta del primo pulcino nato in Sicilia da individui di aquila di Bonelli equipaggiati con trasmettitore satellitare. Infatti è dal 2017 che una squadra di tecnici italo-spagnola del Life ConRaSi  ogni anno (tranne nel 2020 a causa della pandemia) ha “marcato” (con anelli colorati alle zampe che ne consentono l’identificazione a distanza  e con trasmettitori satellitari GSM/GPS sulla groppa) 28 giovani aquile, consentendo di raccogliere una quantità di dati sull’area di dispersione dei giovani nati, sulle caratteristiche ecologiche della specie, sui cosiddetti “tassi di sopravvivenza”, rappresentativa degli ambienti mediterranei e a rischio d’estinzione in Italia. Tutte informazioni indispensabili alla scelta delle misure di conservazione più efficaci.

Read Full Post »

Roma, 2 aprile 2021Foto – https://www.dropbox.com/sh/may4xexrxrku7dm/AACdfR0ofxLBlAc6CGR3aJmXa?dl=0.



Una bella notizia per il Capovaccaio in Italia: la Regione Siciliana (Dipartimento dello Sviluppo Rurale e Territoriale-DRSRT) ha messo in funzione, presso alcune delle sue riserve naturali e demani forestali, sei stazioni per l’aiuto alimentare di questo avvoltoio nidificante sull’isola, nell’intento di garantire cibo sicuro per l’allevamento della prole nel periodo aprile – settembre. L’auspicio di questa azione è che contribuisca anche ad aumentare ulteriormente la popolazione riproduttiva siciliana di Capovaccaio in un territorio che ha ancora una buona vocazione per la specie.

Supportata da WWF Italia, Ecologia Applicata Italia, Laboratorio di Zoologia applicata dell’Università di Palermo e il contributo tecnico-veterinario delle ASL territoriali competenti il DRSRT della Regione Siciliana, tramite le sue articolazioni territoriali e nel quadro delle azioni previste dal progetto Life ConRaSi, cofinanziato dall’Unione Europea, ha realizzato queste importanti strutture. L’aiuto alimentare al Capovaccaio riduce la difficoltà, per questo rapace protetto, di reperire in natura animali allevati in modo estensivo morti (o parti di essi), principale nutrimento. 

Infatti, oltre alla rarefazione di quest’attività, l’abbandono all’aperto di bestiame morto è vietato in Italia, ad eccezione delle stazioni di alimentazione autorizzate e controllate, motivo per cui si è ridotta di molto la disponibilità di “carogne” per gli avvoltoi e altri spazzini naturali. Costituendo una fonte alimentare certa, questi carnai possono avere ricadute positive sul successo riproduttivo della popolazione siciliana della specie, che è la più importante a livello nazionale. Inoltre possono aiutare ad aumentare la probabilità di reclutamento di altri esemplari non riproduttori e favorire il transito migratorio. Inoltre queste strutture sono una risposta di lotta all’avvelenamento casuale dovuto al consumo di resti di animali a loro volta uccisi da veleni, oltre all’intossicazione da piombo ed altri metalli pesanti. L’avvelenamento e l’intossicazione da metalli pesanti sono tra le minacce critiche per questo avvoltoio e altri necrofagi. Un modo per mitigarne gli effetti è attraverso la creazione di questi siti di alimentazione, fornendo cibo più sicuro, contribuendo potenzialmente a ridurre il numero di avvoltoi avvelenati nel paese. Infine, questa azione fornisce l’opportunità ai demani forestali coinvolti, di proprietà e gestiti dalla Regione, di avere un ruolo strategico negli sforzi di conservazione di valore internazionale. Il Capovaccaio è un avvoltoio migratore proveniente dall’Africa sub-sahariana, che in Italia nidifica nelle regioni Sicilia, Calabria, Basilicata e Puglia. Più del 70% della popolazione nidificante in Italia, attualmente, è ospitata dalla Sicilia, in cui sono presenti 8 coppie. È tra le 10 specie italiane di uccelli in pericolo critico di estinzione, secondo l’organizzazione internazionale IUCN.

Read Full Post »

SIGLATA LA CONVENZIONE TRA LA PROVINCIA DI TREVISO E L’ASSOCIAZIONE PROGETTO RICCIO EUROPEO.

E’ stata sottoscritta questa mattina, presso gli uffici del Servizio Protezione civile, caccia, pesca, agricoltura e polizia provinciale della Provincia di Treviso, la convenzione con la quale l’Ente pubblico affida il servizio di recupero e cura degli animali selvatici feriti ai sensi dell’articolo 5 della L.157/92, all’associazione Progetto Riccio Europeo. Si tratta di un evento epocale, per la prima volta, infatti, il servizio dedicato agli animali selvatici viene affidato a un’associazione ambientalista che si adopererà per garantire le cure adeguate, la rimessa in libertà oppure la detenzione fino a morte naturale, nel caso in cui siano riscontrate gravi menomazioni che rendono impossibile la vita in natura degli animali selvatici recuperati. Per poter assolvere a questo importante incarico, che richiede competenze specifiche e grande impegno di personale, l’associazione Progetto Riccio Europeo si avvarrà del supporto dei dottori Benini e Vecchiato, veterinari esperti in animali selvatici e dei volontari delle maggiori associazioni presenti sul territorio provinciale: LAV, LEIDAA, OIPA, WWF e con l’appoggio inoltre della LIPU. L’accordo sottoscritto con la Provincia di Treviso prevede che le associazioni opereranno per i prossimi quattro mesi, garantendo una reperibilità telefonica di quattordici ore per ogni giorno della settimana e l’intervento tempestivo su tutto il territorio provinciale e comunque non superiore alle venti ore. “Siamo consapevoli che ci attende un grande lavoro e un notevole impegno – dichiarano i rappresentanti di LAV, LEIDAA, OIPA, PRE e WWF – soprattutto in questo periodo che coincide con la stagione riproduttiva della maggioranza degli animali selvatici, ma siamo anche certi che l’entusiasmo dei nostri volontari unito alla professionalità dei nostri veterinari, potranno assicurare dignità e vita a tanti animali altrimenti destinati a sofferenza e morte.” Da oggi quindi saranno le associazioni a rispondere al numero unico del CRAS 320.4320671 al quale confluiscono le chiamate dei cittadini che rilevano la presenza di animali selvatici in difficoltà sul territorio provinciale. La rete dei volontari delle associazioni, diffusa su tutto il territorio provinciale, provvederà a prendere in carico il caso nel più breve tempo possibile, compatibilmente con altri interventi contemporanei, così da garantire soccorso e cure tempestive nel pieno rispetto del benessere degli animali. Per informazioni rivolgersi a Michela Dugar, Cras Treviso tel. 320-4320671.

Read Full Post »

SI TRATTA PROBABILMENTE DI UN SUBADULTO DI CIRCA 10 METRI. WWF: “Nel Mediterraneo ancora troppi pericoli per i cetacei: collisioni, plastica, inquinamento chimico e acustico”.

Roma, 30 marzo 2021Qui le foto dei resti della balenottera https://www.dropbox.com/sh/memkskhk46idzo2/AADLvwHl_XNufh2-pGtuRzPVa?dl=0.

La carcassa di una giovane balenottera comune in avanzato stato di decomposizione è stata rinvenuta stamane sulla spiaggia antistante la Riserva Naturale e Oasi WWF “Le Cesine”. Sul posto sono intervenuti: polizia municipale del Comune di Vernole, la Capitaneria di Porto di San Cataldo, i carabinieri della Forestale, l’Asl di Lecce e gli operatori dell’Oasi WWF Le Cesine. Il recupero è stato realizzato da ditta incaricata dal Comune di Vernole (LE). I resti ossei verranno inviati all’istituto zooprofilattico per le analisi di rito volte a determinare le cause di morte e l’eventuale presenza di patogeni. “Ovviamente non conosciamo le cause di morte, ma nel Mediterraneo vi sono ancora troppe minacce per i cetacei – sottolinea il WWF – Il traffico navale rappresenta un rischio per le collisioni, che possono lasciare questi grandi cetacei gravemente feriti o menomati. Il 6% degli esemplari fotoidentificati in mare e circa il 20% di quelli spiaggiati presentano tracce di collisione. Poi la plastica: nel nostro mare, ogni anno finiscono 570.000 tonnellate di plastica, infine l’inquinamento acustico e chimico”. La balenottera è soggetta all’inquinamento da plastica, sia di micro che di macro-plastiche, che viene ingerita insieme al krill. Accumulandosi nell’apparto digerente, i rifiuti plastici impediscono l’assorbimento di nutrienti e possono quindi potenzialmente essere causa di deperimento degli individui. L’inquinamento chimico, poi, può provocare intossicazioni e irritazioni croniche dei tessuti sensibili, oppure accumularsi nei tessuti delle specie con conseguenze fisiologiche importanti. Infine l’inquinamento acustico provocato dall’intenso traffico navale, sommato a quello proveniente da altre sorgenti rumorose come sonar e prospezioni, può impedire la comunicazione a lunga distanza tra gli individui, ostacolandone così le attività sociali. La balenottera comune è il Misticete (cioè cetaceo senza denti) più diffuso nel Mar Mediterraneo ed è il secondo animale sul nostro pianeta per grandezza (dopo la balenottera azzurra). L’adulto può raggiungere una lunghezza di 25 metri e un peso di 80 tonnellate. Nonostante la dimensione, è un animale veloce. Nuota infatti fino a 40 km all’ora2. Per lo studio e l’osservazione dei cetacei ripartirà nei mesi estivi il progetto “Le vele del panda” di WWF e WWF Travel, che unisce le attività di osservazione e censimento di stenelle, balenottere e altre specie alla citizen science, grazie alla presenza a bordo di un numero limitato di persone che possono unire turismo naturalistico con il supporto alle attività di ricerca (wwftravel.it).

Read Full Post »

LA PRESENZA DELLA SPECIE INDICE DELLA SALUTE DELL’ECOSISTEMA. Per arrivare a questa stima ci sono voluti 4 anni, un team di oltre 500 persone tra cui scienziati e cittadini, 1475 foto trappole distribuite su 29 montagne a cui si aggiungono i dati raccolti grazie a 15 leopardi delle nevi dotati di radiocollare. Roma, 17 marzo 2021

Foto e video https://www.dropbox.com/sh/ruckgari7cg7wrl/AABu5R5_oL52jm2YwxDDkdsza?dl=0.

Sono circa 953 (la stima è fra gli 806 e i 1127 individui) i leopardi delle nevi adulti censiti in Mongolia grazie alla prima indagine nazionale del Paese su questa straordinaria quanto sfuggente specie. A portare avanti questo censimento è stato il WWF-Mongolia, che insieme a Snow Leopard Conservation Foundation, Snow Leopard Trust, Irbis Mongolia Center – e con il sostegno del Ministero dell’Ambiente e del Turismo della Mongolia- ha completato con successo uno studio su tutto l’habitat della specie per valutare l’attuale presenza e la dimensione della popolazione di leopardi delle nevi in Mongolia. Questa ricerca, iniziata nel 2017, è stata possibile grazie a più di 40 spedizioni sul campo, che hanno coinvolto oltre 500 persone: ricercatori delle organizzazioni partner, l’Università Nazionale della Mongolia e l’Accademia Mongola delle Scienze, ranger delle aree protette statali, ma anche semplici cittadini. Nel corso dello studio, 15 leopardi delle nevi sono stati dotati di radio collare per permetterne il monitoraggio da parte degli esperti e sono state posizionate ben 1475 foto trappole su 29 montagne, fornendo importanti prove fotografiche della presenza di questi elusivi grandi felini, in tutto il loro habitat. Alla fine dell’indagine, è stato stimato che in Mongolia vivono circa 953 leopardi delle nevi adulti, distribuiti su circa 328.900 km quadrati nell’area dell’Altai – Sayan e Khangai Mountains. Conosciuto anche come il “fantasma delle montagne” per la sua incredibile capacità di sfuggire e mimetizzarsi, il leopardo delle nevi è un indicatore importantissimo della salute dell’ecosistema. La presenza di una popolazione sana di questo grande felino in Mongolia dimostra quindi che gli ecosistemi di alta montagna sono ben conservati, il che è fondamentale perché questi sono fonte di acqua per milioni di persone a valle. Tsogtsaikhan P., capo del Dipartimento di Fauna, Flora e Risorse Naturali del Ministero dell’Ambiente e del Turismo della Mongolia ha sottolineato: “È fondamentale determinare quanto sia grande la popolazione mongola di leopardi delle nevi e come sia distribuita, per capire in futuro come gestire al meglio gli sforzi di conservazione. Grazie all’iniziativa del WWF-Mongolia, la stima della popolazione di leopardo delle nevi nel paese è stata condotta con successo. In rappresentanza del governo della Mongolia, il Ministero dell’Ambiente e del Turismo della Mongolia ha fornito un supporto strategico per l’indagine. Sulla base dei risultati, saremo in grado di sviluppare e attuare azioni decisive per proteggere gli ecosistemi di biodiversità di alta montagna”. Gantulga B., ufficio Conservazione del WWF-Mongolia, ha aggiunto: “L’indagine sulle tracce del leopardo delle nevi ha coinvolto un’area di 406.800 chilometri quadrati in 10 province della Mongolia, potenziale habitat per la specie.  Si tratta di una delle più grandi indagini mai fatte su questo grande felino. La valutazione delle immagini scattate dalle foto trappole ha prodotto risultati scientifici solidi e affidabili sul leopardo delle nevi, cruciali per un’efficace pianificazione della conservazione della specie e del suo habitat, ovvero gli ecosistemi di alta montagna. I risultati dello studio aiuteranno a identificare e implementare le nostre attività di conservazione efficaci nelle aree in cui i leopardi delle nevi sono in pericolo”. Complessivamente, all’interno dell’areale della specie che si estende lungo le principali catene montuose dell’Asia e che abbraccia 12 stati, si stimano da 3920 a 6930 leopardi delle nevi. Nel 2017, il Global Snow Leopard and Ecosystem Protection Program e 12 governi e partner nell’areale del leopardo delle nevi si sono riuniti e impegnati a stimare lo stato della popolazione di questo felino minacciato nei successivi 5 anni. In precedenza, nel 2016, il Bhutan è stato il primo paese a completare un’indagine a livello nazionale, seguito da una valutazione su larga scala in Russia. L’indagine nazionale della Mongolia è in linea con l’impegno globale e rappresenta un punto di riferimento per valutare la dimensione della popolazione del leopardo delle nevi in altri paesi.

Read Full Post »

Read Full Post »

Sabato 27 febbraio è la Giornata Mondiale dell’Orso Polare. Alla fine dell’estate 2020 la seconda minore estensione del ghiaccio polare dagli anni ’70. Roma, 26 febbraio 2021

Cartella – https://www.dropbox.com/sh/b0erlqahte8a1g1/AABfPLB45kAKy1ibp3G7eKqXa?dl=0.

Se il riscaldamento globale continuasse con il trend attuale, nel 2035 il mare Artico potrebbe essere privo di ghiacci nei mesi estivi. Per l’orso polare, la cui sopravvivenza dipende dalla presenza di ghiaccio marino, sarebbe una condanna senza appello. Il ghiaccio artico è infatti parte integrante della vita di questo animale incredibile e maestoso, predatore dell’Artico a cui si dedica una Giornata Mondiale il 27 febbraio di ogni anno. Oggi nel mondo si stima la presenza di un numero di orsi polari che va dai 16.000 ai 31.000 individui, divisi in 19 popolazioni nelle regioni artiche di Europa, Asia e America. La contrazione del loro habitat sta rendendo la specie sempre più a rischio in tutto il mondo. Gli orsi polari trascorrono sul mare ghiacciato la maggior parte della vita (come indica il loro nome scientifico, Ursus maritimus), lo attraversano per percorrere lunghe distanze verso nuove aree e vanno a caccia di foche aspettando che la preda esca fuori dall’acqua. A volte, le femmine scavano nel ghiaccio marino per creare rifugi dove partorire. In Groenlandia e Norvegia, gli orsi polari sono classificati come specie vulnerabile, quindi a rischio estinzione. Il cambiamento climatico ha ridotto la distesa di ghiaccio marino che un tempo si estendeva dal Polo Nord alla Baia di Hudson meridionale. E proprio nell’area meridionale della Baia di Hudson, fra il 2011 e il 2016, è stato stimato un calo della popolazione di orsi polari pari al 17%, con la diminuzione del numero di individui da 943 a 780. Nel 2020, il ghiaccio polare ha raggiunto un nuovo record negativo: negli ultimi 50 anni, solo nel 2012 alla fine dell’estate era stata registrata un’estensione della banchisa polare minore di questa. Un evidente segnale che il riscaldamento globale è purtroppo sempre più forte, e che l’habitat dell’orso polare sta inesorabilmente scomparendo. I ricercatori hanno rilevato come nel novembre 2020, mese in cui il ghiaccio dovrebbe estendersi e irrobustirsi per permettere agli orsi polari di cacciare, si è assistito al fenomeno opposto: il ghiaccio della baia che si era appena formato si è frammentato a causa di temperature troppo alte. Le concentrazioni di ghiaccio marino sono diminuite del 13% ogni decennio dal 1979 a causa dell’aumento delle temperature globali. Le regioni artiche si sono riscaldate due volte più velocemente del resto del mondo, quindi il ghiaccio marino stagionale si forma più tardi in autunno e si rompe prima in primavera. La crisi climatica sta anche aumentando i conflitti tra le comunità locali e gli orsi, che non trovando più cibo e condizioni idonee per cacciare sulla banchisa ghiacciata, sempre più spesso sono costretti a muoversi sulla terraferma vicino ai centri abitati umani, alla ricerca di risorse di facile accesso per sopravvivere. Sono infatti sempre più numerosi gli avvistamenti di orsi in contesti antropizzati, così come le paure e i casi di incidenti e uccisioni di orsi che mostrano comportamenti pericolosi per le persone. Fino agli anni ’70 del secolo scorso, avvistare un orso polare a Churcill, nel Manitoba (Canada), sarebbe stato un evento eccezionale. Oggi, invece, sono sempre più numerosi i casi di avvistamento di orsi, spesso denutriti e in cerca di cibo vicino alla città. Per aiutare il WWF a portare avanti i progetti a tutela degli orsi polari, ognuno di noi può fare la sua piccola parte adottando simbolicamente un individuo della specie: clicca QUI – https://sostieni.wwf.it/adotta-un-orso-polare.html per aiutarci a salvare l’orso polare. Per approfondire la conoscenza di questa specie e di comprendere al meglio gli effetti del cambiamento climatico sulla sopravvivenza degli Orsi visita il portale del WWF One Planet School.

Ghiaccio e livello del marehttps://oneplanetschool.wwf.it/library/ghiaccio-e-livello-del-mare-ipcc.  

Oceano e criosferahttps://oneplanetschool.wwf.it/library/oceano-e-criosfera-in-un-clima-che-cambia.

Riscaldamento globale e Report IPCC

https://oneplanetschool.wwf.it/library/riscaldamento-globale-di-15%C2%B0c-ipcc-special-report.

Gli orsi nel mondohttps://oneplanetschool.wwf.it/library/gli-orsi-nel-mondo.

Clicca QUI per scaricare le foto di Stefano Pozzi: © Stefano Pozzi / IG @steffopolar (in cartellina le indicazioni per l’utilizzo) – https://www.dropbox.com/sh/omng8328z4f2ga9/AACaxBqvWkeD4dZZj518H5Pia?dl=0.

Read Full Post »

WWF: FONDAMENTALE RISPETTARE LE DIRETTIVE EUROPEE E AUMENTARE GLI SFORZI PER UNA PACIFICA COESISTENZA TRA UOMO E GRANDI CARNIVORI. Roma, 24 febbraio 2021

La fauna è un bene indisponibile dello Stato e la gestione delle specie minacciate va operata su base nazionale e internazionale, essendo la materia regolata anche da Direttive Europee e internazionali. Lo precisa il WWF dopo la notizia che le Province Autonome di Trento e di Bolzano hanno definito nuove linee guida relative alla gestione del lupo nel proprio territorio, con l’obiettivo di rendere autonome le decisioni in merito ad eventuali deroghe all’abbattimento di individui problematici. Il documento è ora stato inviato ad Ispra per l’acquisizione del necessario parere. Il WWF pretende e verificherà che le nuove linee guida provinciali rispettino totalmente le Direttive Europee e la piena tutela della specie, e sottolinea anche come la presunta pericolosità del lupo per l’incolumità delle persone ad oggi non rappresenti una problematica, poiché mai negli ultimi decenni si sono verificati casi di aggressione mortale verso esseri umani. Passo fondamentale per la conservazione della specie nel nostro Paese è l’approvazione di un Piano Nazionale di Gestione e Conservazione del Lupo, ancora fermo alla Conferenza Stato-Regioni da quasi 5 anni, che preveda azioni di prevenzione, comunicazione e sensibilizzazione finalizzati a migliorare la coesistenza tra lupo e uomo, prevedendo anche azioni di gestione attiva quando strettamente necessarie (es. per ibridi o individui confidenti) ma senza abbattimenti in deroga. La coesistenza con i grandi carnivori si garantisce, infatti solo, con una corretta informazione e implementando soluzioni concrete ed efficaci per la prevenzione dei danni. È necessario che Regioni e Province Autonome aumentino gli sforzi in tale direzione, per favorire a convivenza tra le attività umane e specie protette come lupi ed orsi e riconoscere il valore della biodiversità (inclusa la presenza di specie chiave per l’equilibrio degli ecosistemi come orsi e lupi) come base di tutte le attività umane.

Read Full Post »

Il Progetto Europeo WolfAlps mira a migliorare la coesistenza tra lupo e attività umane.

Roma, 11 febbraio 2021 – Le dichiarazioni rilasciate da Presidente dell’Ente di gestione delle Aree protette delle Alpi Cozie, Mauro Deidier, lo scorso 25 gennaio, in merito al progetto WolfAlps sono fuori luogo. D’accordo con quanto già espresso dal Direttore dell’Ente di gestione Aree protette Alpi Marittime, Giuseppe Canavese, in risposta alle dichiarazioni del Presidente Mauro Deidier, riteniamo opportuno ricordare che il lupo sia specie protetta è ormai cosa nota non solo fra i tecnici ma anche fra la popolazione. Senza entrare nel merito di quanto già spiega Canavese in modo chiaro sulle modalità di finanziamento dell’Unione Europea, vogliamo sottolineare l’importanza dell’attività scientifica per la tutela e salvaguardia delle Alpi. I progetti come LIFE WolfAlps EU sono alla base dei vari Piani che non solo tutelano le vallate alpine ma mirano ad un loro miglioramento qualitativo, sia dal punto di vista ambientale che economico. A riguardo è importante avere il focus sui reali obiettivi che porteranno ad un miglioramento della qualità della vita nelle zone montane per le diverse attività, primo fra tutti la biodiversità. Secondo il WWF, inoltre è inopportuno e non rispondente a verità dichiarare che gli incaricati all’informazione scolastica sul tema lupo effettuino un “lavaggio del cervello degli scolari”: proprio adesso che la pandemia ci mostra l’importanza di una maggiore conoscenza della natura e dei suoi funzionamenti, inclusi i predatori quali elementi essenziali di ecosistemi in salute. LIFE WOLFALPS EU è un progetto europeo dai grandi numeri. I partner sono 19, i supporter 108 e tra questi i Ministeri di Italia, Francia, Slovenia e Austria, Regioni italiane, Parchi italiani ed europei, Associazioni agricole, ambientaliste e venatorie, Comprensori Alpini e Ambiti Territoriali di Caccia, Aziende Faunistiche, Università. Il monitoraggio della specie, indispensabile per ogni progetto di gestione, impegna solo in Piemonte più di 70 Enti e Istituzione e ben 400 operatori, tra cui molti volontari. Molte Istituzioni ed Associazioni hanno creduto e credono in questo progetto e nei suoi obbiettivi, che mirano a rendere fattibile la convivenza tra uomo e predatore. Il WWF è inoltre attivo per ridurre la mortalità accidentale della specie in aree dense di infrastrutture come la Val di Susa.

Read Full Post »

Older Posts »