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Archive for the ‘difesa animali’ Category

Domenica 25 settembre World Rivers Day. UNA BUONA NOTIZIA DAL MONITORAGGIO NAZIONALE FINANZIATO DAL WWF. Ma la specie resta in pericolo, in Italia si stima la presenza di 800-1000 individui. Roma, 23 settembre 2022

Immagini – https://www.dropbox.com/scl/fo/kat6bh104o8gm6xwz0usu/h?dl=0&rlkey=7nck0g7o4ca1kj97fdvt22gyu.

Un nuovo nucleo di lontra è stato scoperto lungo il fiume Garigliano, e parte dei suoi maggiori affluenti (provincia di Frosinone) nell’ambito di un progetto per il censimento della lontra promosso e finanziato dal WWF Italia. Il progetto si concentra nelle regioni dove ancora questo raro mustelide risulta ancora assente o con scarsi segnali di presenza da monitorare (Val d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Liguria, Toscana, Emilia Romagna, Marche, Umbria e appunto Lazio) o è riapparso solo recentemente (Friuli Venezia Giulia, Trentino- Alto Adige). La scoperta è stata fatta questa estate dal biologo Simone Giovacchini, responsabile dei censimenti nel Lazio. Il WWF ne dà notizia in vista del World Rivers Day, la Giornata Mondiale dei fiumi che si celebra domenica 25 settembre. Si tratta della prima segnalazione della specie dal 2000, anno in cui è stata dichiarata estinta nella regione. Questo monitoraggio arriva a circa 40 anni dal precedente e ad oltre 10 dal Piano di Conservazione per la lontra (PACLO) curato da ISPRA. Per farlo, il WWF ha attivato il prezioso supporto scientifico dell’Università del Molise, che vanta alcuni dei maggiori esperti mondiali sulla specie come la professoressa Anna Loy, con cui è stato redatto un protocollo standardizzato raccomandato dall’Otter Specialist Group dell’IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura). Il censimento è coordinato da referenti regionali che stanno controllando i siti selezionati a scala nazionale all’interno di celle di griglia di 10x10km, anche con il supporto di volontari e appassionati. Obiettivo dell’indagine è quello di raccogliere informazioni aggiornate sulla presenza della specie nelle aree periferiche all’areale attuale, concentrato nel centro-meridione, ma anche sui fattori di disturbo antropico che limitano le possibilità di espansione. La lontra euroasiatica (Lutra lutra), che per sopravvivere ha bisogno di habitat fluviali integri e in buona salute, è ancora oggi una delle specie più rare del nostro Paese. Dopo aver rischiato, nel secolo scorso, l’estinzione in Italia, da qualche anno è in lenta ma costante ripresa. Grazie anche alle politiche nazionali ed europee di conservazione, di cui il WWF è stato protagonista, si è assistito alla riunificazione dei due nuclei meridionali – gli unici vitali del Paese – alla ripresa in alcune regioni confinanti e al timido ritorno nell’area alpina, legato all’espansione della specie da Austria e Slovenia e a qualche segnale nel versante francese/ligure. Nonostante questo, la popolazione italiana di lontra è ancora oggi tra le più minacciate e isolate d’Europa, essendo ancora assente in gran parte del suo areale storico, soprattutto nelle regioni centrali e settentrionali della penisola. In Italia si stimano tra gli 800 e i 1000 individui di lontra, un numero ancora ben al di sotto del limite vitale minimo. Il WWF in Italia è stato il primo a dare l’allarme sullo stato della lontra negli anni ’80, dando vita al Gruppo Lontra Italia e coordinando il primo e unico monitoraggio nazionale dalla primavera del 1984 all’autunno del 1985, in cui emerse che solo il 6% dei 1300 siti monitorati erano effettivamente occupati dalla specie. Infine il Manifesto del Gruppo Lontra Italia, sottoscritto nel 1993, che portò a identificare, tra le altre cose una serie di centri Lontra tra cui quello dell’Oasi WWF di Penne. Proprio le Oasi del WWF sono state un’azione fondamentale per la conservazione della specie, come quelle di Serre-Persano, Grotte del Bussento e Lago di Conza in Campania, Pantano di Pignola e Policoro in Basilicata, Cascate del Verde in Abruzzo, e il sostegno alla realizzazione di importanti aree protette come il parco nazionale del Cilento-Vallo di Diano e Monti Alburni. La lontra, saperne di più –https://www.wwf.it/specie-e-habitat/specie/lontra/.

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NEL MONDO CIRCA 30oMILA BALENE, DELFINI E FOCENE VITTIME OGNI ANNO DEL BYCATCH. In un nuovo rapporto WWF alcuni casi studio su zifio e balenottera comune nel Santuario Pelagos realizzati grazie anche al progetto WWF “Vele del Panda”.

Roma, 25 agosto 2022 – Le foto e i video in cartellina multimediale sono di Emanuele Quartarone.

Cartella – https://www.dropbox.com/sh/uqcj81spiq99901/AAC2INT9mgAA34SiNm8YbA8Xa?dl=0

La campagna WWF GenerAzione Marehttps://www.wwf.it/cosa-facciamo/campagne/generazionemare/.

I cetacei (balene, delfini e focene) per raggiungere le aree di alimentazione e riproduzione, percorrono i corridoi blu, vere “autostrade” lungo gli oceani che gli permettono di muoversi fra aree diverse ma ecologicamente interconnesse. Quel movimento tra habitat critici è essenziale per la loro sopravvivenza, ma è soprattutto quando attraversano questi corridoi di migrazione che devono affrontare minacce e forti impatti dovuti alle sempre più crescenti attività antropiche. Le popolazioni appartenenti alle diverse specie sono, infatti, colpite dall’aumento del traffico navale e dell’inquinamento acustico in maniera diretta. Cambiamento climatico, inquinamento chimico e da plastica hanno invece un impatto indiretto sui loro habitat e sulle loro prede. Nel frattempo, si stima che circa 300.000 tra balene, delfini e focene vengano uccisi ogni anno a causa del bycatch, intrappolati negli attrezzi da pesca e nelle pericolose reti fantasma.

Attingendo alle ultime prove scientifiche ottenute da anni di ricerche dedicate alla raccolta di dati relativi alla distribuzione dei cetacei (soprattutto balene), il WWF e i suoi partner, tra cui l’Università della California Santa Cruz e Oregon State University e diversi altri enti di ricerca che hanno condiviso i loro database, hanno mappato le rotte migratorie delle balene distribuite in acque internazionali, nazionali, in zone costiere e pelagiche, che rappresentano per loro aree chiave per l’alimentazione (feeding ground), la riproduzione (mating ground) e la crescita dei cuccioli (nursing ground). Tra le aree chiave ci sono Oceano Pacifico orientale, Oceano Indiano, Oceano Meridionale, la porzione sud-ovest e settentrionale dell’Oceano Atlantico e, infine, il Mar Mediterraneo. Anche nel Santuario Pelagos, nato per la protezione dei mammiferi marini del Mediterraneo, però, ogni anno muoiono moltissimi cetacei. Quanti è impossibile saperlo con precisione, ma per farsi un’idea basta sapere che solo in questa area di si concentra oltre il 17% del traffico marittimo mondiale.

L’ATTIVITÀ DI RICERCA E CITIZEN SCIENCE DEL WWF

Poter integrare, attraverso progetti di citizen science, attività di ricerca e monitoraggio dedicate alla megafauna del Santuario Pelagos e del Mediterraneo permette di identificare e confermare nuove aree di importanza per l’alimentazione e la riproduzione dei cetacei e delle altre specie nel Mare Nostrum, e, di conseguenza, di implementare e creare progetti per la conservazione e la tutela di questi giganti del mare. Il WWF lo fa attraverso Vele del Panda: un progetto nato nel 2019 focalizzato sulla tutela e salvaguardia della fauna marina che integra l’attività di ricerca con la citizen science, con il coinvolgimenti di appassionati e turisti. Si tratta di un progetto organizzato con WWF Italia, WWF Travel, Sailsquare e inserito nella Campagna WWF GenerAzioneMare. L’obiettivo è quello di raccogliere dati sulla presenza ed il comportamento dei cetacei in alcune aree chiave per la megafauna mediterranea, coinvolgendo skipper e turisti che veleggiano nel nostro mare. Accompagnato daricercatori e guide whale watching, chi partecipa alle crociere di ricerca è coinvolto in attività di avvistamento e foto-identificazione dei cetacei, sia nel Santuario Pelagos, sia nelle zone del Mediterraneo meridionale caratterizzate dai profondi canyon, dove le correnti favoriscono il fenomeno dell’upwelling (cioè la risalita delle acque profonde di grandi masse di acqua fredda, densa e ricca di nutrienti) che ne fa zone di alimentazione per i grandi cetacei. 

LO ZIFIO NELL’ARCIPELAGO TOSCANO

Il caso studio della tesi di laurea in Scienze Naturali svolta presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” dal naturalista e guida whale watching Ludovico Sebastiani sullo Zifio (Ziphius cavirostris), conferma l’importanza dei monitoraggi a lungo termine per identificare i cambiamenti nell’utilizzo degli habitat e la distribuzione spaziale della specie. Lo Zifio è un cetaceo odontocete (cioè dotato di denti), considerato l’unico della famiglia Ziphiidae regolarmente presente nel Mediterraneo ma specie Vulnerabile secondo la IUCN e in passato considerata specie rara o carente di informazioni (Data Deficient – IUCN) a causa del suo comportamento elusivo. In due anni di attività di ricerca sulle Vele del Panda WWF, Sebastiani -insieme a tutti i componenti del team di guide whale watching WWF coordinati dalle ricercatrici Laura Pintore e Joelle Montesano- ha realizzato un catalogo foto identificativo che ha permesso di accertare la presenza dello zifio e di atri cetacei nell’Arcipelago Toscano, dimostrando l’importante valore ecologlico dell’area, per la quale si raccomanda l’implementazione delle misure di conservazione. Questo caso studio evidenza l’importanza dei monitoraggi a lungo termine per identificare i cambiamenti nell’utilizzo degli habitat e quindi la distribuzione spaziale della specie, la necessità di raccogliere dati ai fini conservativi e di prendere in considerazione un ampliamento della superficie del Santuario Pelagos, includendo la zona dove si sviluppano i canyon sottomarini a sud dell’Arcipelago Toscano. https://www.youtube.com/watch?v=5TBq2F0Ld2w

Nel video qui sopra i ricercatori Laura Pintore e Ludovico Sebastiani svolgono attività di fotoidentificazione e raccolta dati durante l’avvistamento di alcuni zifi a bordo della Blue Panda, barca ambassador del WWF nel Mediterraneo, durante una crociera di navigazione nel santuario Pelagos. I dati raccolti si uniranno a quelli del progetto “Le Vele del Panda”.

LA BALENOTTERA COMUNE NEL MAR LIGURE ANCHE IN AUTUNNO

C’è un nuovo studio preliminare sull’acustica che riguarda la balenottera comune del Mediterraneo (Balaenoptera physalus (Linnaeus, 1758)). A realizzarlo è stata Laura Pintore, etologa ed esperta cetacei del WWF Italia, grazie al progetto di Dottorato di Ricerca in collaborazione con l’Università degli Studi di Torino e finanziato dal WWF Italia, che ha dimostrato la regolare presenza della balenottera comune nel Mar Ligure, anche nel periodo autunnale. Attraverso la tecnica del Passive Acoustic Monitoring: il monitoraggio acustico passivo attraverso l’utilizzo di idrofoni fissi, è stato possibile dedurre che -a differenza di quanto detto da studi precedenti-, non tutti gli individui migrano verso il Mediterraneo meridionale durante l’autunno e l’inizio dell’inverno, rimanendo nella zona anche durante l’autunno per l’alimentazione o la riproduzione. I risultati hanno mostrato poi che la presenza acustica delle balenottere comuni è più alta durante l’autunno rispetto ai mesi estivi. Un risultato inaspettato perché le più grandi aggregazioni conosciute nella zona sono state registrate durante l’estate, con un’alta variabilità interannuale.

Scopri di più quihttps://www.wwf.it/pandanews/animali/la-balenottera-comune-nel-mar-ligure/.

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DISTRUZIONE DELL’HABITAT E BRACCONAGGIO MINACCIANO LA SOPRAVVIVENZA DEL LEONE. WWF: LAVORARE SU COESISTENZA E ACCETTAZIONE SOCIALE PER DARE UN FUTURO ALLA SPECIE. Le popolazioni di leone, specie simbolo di forza e resistenza, sono diminuite di quasi il 50% negli ultimi 20 anni. Roma, 9 agosto 2022

Cartella – https://www.dropbox.com/sh/qf5e95e2m5jzycl/AADoP19xf70fnd_YqPoLmGbya?dl=0.

Il programma “Adotta un leone” per sostenere i progetti WWF a tutela della speciehttps://sostieni.wwf.it/adotta-un-leone.html?_gl=1*126i20*_up*MQ..&gclid=CjwKCAjwlqOXBhBqEiwA-hhitPlGsT0VChIE5VUdEWE9u_C8vUP-gGMm0vrPVIbURWMnY4jHSo9sOxoCRmAQAvD_BwE.

Le popolazioni di leone presenti in Africa hanno perduto il 90% del loro areale originario e il numero di individui è calato drasticamente nell’ultimo secolo, passando da 200.000 individui agli inizi del ‘900 a meno di 30.000 rimasti oggi nel continente. Nella Giornata mondiale del leone, che si celebra ogni anno il 10 agosto, il WWF lancia l’allarme per il futuro di questa specie iconica, da sempre simbolo di forza e resistenza. La riduzione dei leoni in Africa, infatti, non sembra arrestarsi e dai dati più recenti emerge che, solo negli ultimi 20 anni, la popolazione ha subito un declino del 43%.

Le minacce. La IUCN classifica la specie come “vulnerabile” ma in continuo calo numerico. Tra le minacce principali la perdita e il degrado dell’habitat, causati principalmente dall’incremento della popolazione umana e dalla sempre maggiore diffusione delle infrastrutture. Ma a mettere a serio rischio la sopravvivenza della specie ci sono anche altri fattori, come la diminuzione di alcune delle sue prede elettive, il conflitto diretto e indiretto con l’uomo (causato in primis dalle predazioni a danno del bestiame domestico) e il bracconaggio, legato anche al commercio illegale di pellicce e altre parti del corpo, nonostante la specie sia inserita dal 1975 nella CITES (la convenzione internazionale che regola il commercio di animali e piante e loro parti). Infatti gli ultimi dati mostrano un aumento della richiesta sul mercato di ossa e altre parti di leone, utilizzate per la medicina tradizionale cinese, in sostituzione dei prodotti derivanti dalla tigre, sempre più difficili e costosi da reperire. Altra minaccia, che mette a rischio la conservazione sul lungo termine di questo felino è l’aumento degli accoppiamenti tra consanguinei e la conseguente perdita di diversità genetica, causate dalla frammentazione dell’habitat e dalla presenza di popolazioni sempre più piccole e isolate tra loro. Oggi si stima che il leone occupi solo il 10% del suo areale originario.

Le aree di distribuzione. I leoni sono presenti in 27 paesi africani, ma solo in 7 di questi si contano popolazioni con più di 1000 individui. La specie è invece ormai estinta in 26 Stati del suo areale di origine. Conservare i leoni non significa solamente salvaguardare una specie, ma molto di più. Gli ecosistemi africani dove vive il leone generano beni e servizi che garantiscono il benessere di più di 300 milioni di persone nell’Africa sub-sahariana, fornendo servizi essenziali come l’acqua per le città in rapida crescita. Le aree che ospitano questa specie, infatti, hanno una maggiore capacità di erogare servizi ecosistemici. Nello specifico, i leoni contribuiscono direttamente ai servizi ecosistemici innanzitutto perché sono animali iconici in grado di attrarre ogni anno milioni di turisti nelle aree dove vive, contribuendo dunque a muovere le economie di molti Paesi africani. I leoni sono anche legati all’erogazione indiretta di altri servizi ecosistemici. Gli habitat dove essi vivono contribuiscono infatti alla tutela delle sorgenti, vitali per la fornitura di acqua potabile alle comunità locali, così come il mantenimento degli habitat dei leoni, come foreste e savane alberate, contribuisce allo stoccaggio del carbonio. Analogamente, queste aree garantiscono il sostentamento alimentare delle comunità locali e contribuiscono alla protezione dagli eventi estremi causati dal cambiamento climatico. Alcuni studi stimano che le aree di presenza del leone forniscano circa l’11% dei servizi ecosistemici legati al controllo dell’erosione, alla protezione delle coste e alla mitigazione degli effetti delle alluvioni. I leoni incarnano anche importanti valori legati alla cultura africana. Riconoscere e gestire l’ampia gamma di valori legati alla conservazione dei leoni aiuta a costruire comunità resilienti e a predisporre le basi per la giusta coesistenza. 

La convivenza fra attività umane e leoni. Il report WWF-UNEP di luglio 2021 sui conflitti tra uomo e fauna selvatica dimostra come la convivenza tra attività umane e leoni sia possibile. Esempio positivo di gestione dei conflitti è l’amministrazione dell’area protetta di Kavango Zambezi in Sud-Africa, dove un approccio integrato ha prodotto prima una diminuzione e poi l’azzeramento del numero di uccisioni illegale di leoni. Quasi 20 leoni venivano uccisi ogni anno all’interno dell’area protetta prima del 2013, anno in cui l’amministrazione ha iniziato ad intraprendere un percorso di convivenza sostenibile. Il cambio di rotta e la mitigazione del conflitto è stata possibile grazie a specifici recinti di protezione per il bestiame e sistemi di illuminazione, atti ad allontanare i leoni dagli allevamenti. Questi strumenti di prevenzione, messi in campo all’interno dell’area protetta, dimostrano come una soluzione non cruenta al conflitto esiste.

All’interno del parco è ospitato circa il 15% della popolazione di leoni africani. Dal 2020 il WWF, in collaborazione con gli operatori del Parco e il Dipartimento per i Parchi nazionali e la fauna selvatica DNPW, ha intrapreso una ricerca scientifica, dotando di collare radiotrasmittente alcuni individui del felino, con il fine di ottenere maggiori informazioni sul comportamento e le abitudini della specie e poter così conoscere e prevenire al meglio le occasioni di conflitto con l’uomo. Solo agendo sull’arresto della distruzione del suo habitat, sulla prevenzione dei conflitti e sulla sensibilizzazione delle comunità locali potremo dare un futuro al felino più iconico del Pianeta. Ognuno può fare “la parte del leone” 

adottando simbolicamente un leone e sostenendo i progetti che il WWF porta avanti per la tutela della specie.

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29 luglio, Giornata mondiale della tigre. In Nepal il numero di tigri è raddoppiato, arrivando a 355 individui. Lo mostrano i risultati del National Tiger and Prey Survey pubblicati oggi. L’aumento storico del 190% dal 2009 a oggi è il risultato della protezione di habitat e corridoi ecologici, della collaborazione con le comunità locali e della lotta al commercio illegale di cui purtroppo le tigri sono vittime. A settembre i Paesi dell’area di distribuzione delle tigri si riuniranno per discutere gli impegni da prendere per la conservazione della tigre nei prossimi 12 anni. Roma, 29 luglio 2022

Cartella – https://www.dropbox.com/sh/kl3ygdq45369sz6/AAAB0LwqY8Po3dkr6L606RXOa?dl=0%20.

Link per adottare una tigre e sostenere le azioni WWF a tutela della specie

https://sostieni.wwf.it/adotta-una-tigre.html.

Dal 2009 ad oggi la popolazione di tigri in Nepal è raddoppiata, aumentando del 190% con 355 individui stimati e il WWF è particolarmente felice per questo storico successo. Questi risultati sono stati annunciati oggi dal Primo Ministro Sher Bahadur Deuba durante la presentazione degli studi e del censimento nazionale sulle tigri condotti in Nepal e conclusisi nel 2022. I risultati dimostrano l’importanza di mantenere e proteggere rigorosamente gli habitat principali, di collaborare con le comunità per garantire il successo della conservazione a lungo termine e di espandere gli interventi di conservazione affinché abbraccino anche corridoi e habitat non inclusi nell’attuale sistema di aree protette. Per completare il censimento sono stati monitorati 18.928 kmq – oltre il 12% del Paese – in 16.811 giorni. I risultati degli studi e del censimento fanno sperare bene sul futuro a lungo termine delle tigri in Nepal. L’obiettivo di raddoppiare le tigri in natura, noto anche come Tx2, è stato fissato dai governi nel 2010 durante il vertice internazionale di San Pietroburgo dedicato alla conservazione delle tigri. Con questo annuncio il Nepal è il primo Paese a pubblicare il numero aggiornato delle tigri, cosa che avviene proprio durante l’anno dedicato dal calendario cinese alla tigre. Il WWF Nepal è stato partner dell’indagine, condotta dal Dipartimento dei parchi nazionali e della conservazione della fauna selvatica, con il supporto anche di altre organizzazioni impegnate nella conservazione della natura (National Trust for Nature Conservation e ZSL Nepal). Il WWF-Nepal è stato inoltre direttamente coinvolto come partner tecnico nell’impostazione del censimento e nell’analisi dei dati. Sebbene il futuro delle tigri nei grandi territori nepalesi continui ad essere in pericolo di fronte alle tante minacce, li risultati del monitoraggio dimostrano l’importanza delle misure di conservazione attuate dal governo, dal WWF e dalle altre organizzazioni che operano con l’obiettivo di salvare le tigri dall’estinzione. Ghana S. Gurung, Direttore generale del WWF-Nepal, ha dichiarato: “Questa vittoria per la conservazione è il risultato della volontà politica e degli sforzi concertati delle comunità locali, dei giovani, dei diversi organi di controllo e dei partner per la conservazione, sotto la guida del governo del Nepal”.Stuart Chapman, leader della Tigers Alive Initiative del WWF, ha aggiunto: “Il raddoppio della popolazione di tigri del Nepal è un risultato straordinario e il frutto di uno sforzo di conservazione sostenuto anche dal WWF per molti anni. Questo paese ha saputo mettere in atto una strategia di conservazione molto efficace, che ci ha permesso di raggiungere questo storico traguardo. C’è molto da imparare dalla ripresa della popolazione di tigri in Nepal. Speriamo che l’esempio venga seguito da tutti”.

Link al video su YouTubehttps://www.youtube.com/watch?v=-8g6mS-fN8g.

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2022, TORNA L’ANNO DELLA TIGRE NEL CALENDARIO CINESE. PICCOLI SEGNALI DI SPERANZA PER IL PIÙ GRANDE FELINO DEL PIANETA. DOPO IL TRACOLLO LA POPOLAZIONE È CRESCIUTA DI QUASI IL 20% NEGLI ULTIMI 12 ANNI. IL WWF E LE NUOVE SFIDE: RIDURRE I CONFLITTI, LAVORARE CON LE COMUNITA’ LOCALI PER SALVARE LA TIGRERoma, 28 luglio 2022

Cartella – https://www.dropbox.com/sh/kl3ygdq45369sz6/AAAB0LwqY8Po3dkr6L606RXOa?dl=0%20.

Link per adottare una tigre e sostienere le azioni WWF a tutela della specie https://sostieni.wwf.it/adotta-una-tigre.html.

Dopo 12 anni, nel 2022 torna l’anno della tigre nel calendario cinese e il 29 luglio si celebra la Giornata mondiale dedicata al più grande felino del Pianeta.Nel 2010 è nata la Global Tiger Initiative ed è stato convocato il primo incontro internazionale per la conservazione della tigre, il Tiger Summit di San Pietroburgo. Un momento di svolta e di impegno politico per la conservazione della specie, che ha visto uniti i governi dei 13 Paesi appartenenti all’areale della tigre e la comunità globale di conservazione.Rispetto ai circa 100.000 individui stimati agli inizi del secolo scorso, nel 2010 si contavano solo circa 3.200 tigri, e i trend demografici sembravano lasciare poche speranze. La distruzione delle foreste e il bracconaggio avevano eliminato circa il 95% dell’habitat storico e ridotto del 97% le popolazioni naturali del felino.Negli ultimi 12 anni, però, la popolazione di tigri è cresciuta quasi del 20%. Un grande successo di conservazione, ma solo nel prossimo decennio potremo davvero dire se siamo nella giusta direzione per salvare la tigre dall’estinzione.Oggi si contano tra 3.726 e 5.578 tigri, distribuite in maniera disomogenea in 11 differenti paesi (India, Nepal, Bhutan, Bangladesh, Russia, China, Myanmar, Thailandia, Malesia, Indonesia e Cambogia). Nonostante una situazione ancora a elevato rischio (la specie è inserita tra le specie minacciate dalla IUCN), piccoli segnali di speranza sono arrivati con le politiche di conservazione messe in atto dal 2010 ad oggi. In India oggi vive la popolazione più numerosa, con 2226 tigri censite. Tra Cina e Russia si contano circa 450 esemplari di tigre dell’Amur, una sottospecie unica ormai a forte rischio di estinzione, mentre in Indonesia sopravvivono solo circa 400 tigri di Sumatra. In alcuni paesi ahimè si contano invece solo pochi sporadici individui. Il recente report del WWF “Living with Tigers”, realizzato per l’anno della tigre, descrive da una parte il notevole successo di conservazione, che ha consentito alle popolazioni di tigre di aumentare, grazie alla Global Tiger Initiative del 2010, dall’altra le criticità ancora presenti e sulle quali sarà necessario lavorare nel prossimo decennio per garantire un futuro a questa specie e una coesistenza pacifica con l’uomo.L’obiettivo dell’accordo passato era di raddoppiare la popolazione globale della specie entro il 2022.  Nonostante l’incremento numerico a livello globale, questa ripresa è stata molto diseguale nelle diverse aree geografiche, con l’aumento più significativo in Asia meridionale. Questo dato è particolarmente importante, dato che si tratta di una delle aree più densamente popolate del Pianeta.Ma il WWF è convinto che la conservazione della tigre sarà garantita solamente lavorando anche con le comunità locali. Infatti è probabile che molte delle tendenze associate al rapido cambiamento in questi paesi asiatici portino sempre più tigri e umani a condividere spazi e risorse. Gli interessi delle comunità locali sono, in diverse aree, in continua evoluzione.Esiste un rischio molto reale che la tolleranza dei locali nei confronti delle tigri possa diminuire nei prossimi anni se non si interviene ora. Per avere successo nelle politiche di conservazione della tigre occorre integrare lo sviluppo dei popoli indigeni e gli interessi delle comunità locali. E occorre cominciare a lavorarci da ora.Un momento cruciale per ridefinire un piano di conservazione per questa specie, che prenda in considerazione tutte le nuove sfide, sarà il 2° Global Tiger Summit del 5 settembre 2022 a Vladivostock, in Russia. I Capi di Stato e i ministri dei Paesi ricadenti nell’areale delle tigri si riuniranno con altri leader mondiali e con organismi intergovernativi, ONG ed esperti di conservazione, per definirla strategia e gli obiettivi per la conservazione della tigre per i prossimi 12 anni.

Link al video su YouTubehttps://www.youtube.com/watch?v=-8g6mS-fN8g.

Nel report WWF alcune strategie e buone pratiche necessarie per garantire una coesistenza pacifica tra l’uomo e le tigri.

Le aree di distribuzione – Si stima che nel 2020 quasi 47 milioni di persone vivessero all’interno dei confini dell’area di – distribuzione della tigre, e altri 85 milioni di persone in un range di 10 km dalla stessa area. E queste popolazioni umane sono in deciso aumento, con una crescita del 7,5% dal solo 2015 ad oggi. I cambiamenti demografici in questi paesi inevitabilmente influiranno sulla politica di conservazione delle tigri. Il report del WWF sottolinea come le nuove politiche per favorire la coesistenza diventeranno inefficaci se non terranno conto del rapido cambiamento che si sta verificando nell’areale della tigre in Asia. La crescita demografica ed economica, il cambiamento climatico, l’agricoltura e l’espansione delle infrastrutture sono tra i molti fattori destinati ad alterare in modo significativo gli adattamenti della tigre e dell’uomo e dunque le interazioni tra la tigre e la nostra specie.

Le politiche di conservazione e il ruolo delle comunità locali – Il report affronta anche un altro tema di fondamentale importanza, purtroppo spesso sottovalutato: il coinvolgimento, nello sviluppo e nell’attuazione delle politiche di conservazione di questa specie, delle popolazioni umane che vivono a stretto contatto con le tigri Le comunità andrebbero coinvolte in tali sforzi come partner a pieno titolo e alla pari. Le aree indigene ben conservate rappresentano una grande opportunità anche per il loro notevole potenziale per la conservazione delle tigri. I governi dovrebbero da un lato accelerare il riconoscimento formale di tali aree, e dall’altro creare le condizioni idonee che consentano alle comunità interessate di creare nuove aree di conservazione. Queste azioni, inoltre, avvicinerebbero probabilmente i governi alla realizzazione di importanti impegni internazionali, come ad esempio contribuire all’obiettivo 30×30 (30% di aree protette entro il 2030). L’aumento di aree ben conservate porterebbe anche ad un significativo aumento della connettività ambientale nell’areale della tigre, anche al di fuori del tradizionale sistema di aree protette. È fondamentale poi che le comunità che convivono con le tigri, reali custodi di questi ecosistemi unici, possano beneficiare in maniera più concreta e diretta dell’importante ruolo che già svolgono nel preservare questa specie. Per arrivare davvero ad una gestione sostenibile di questi territori, occorre dare valore al ruolo delle popolazioni locali, che sono solitamente i migliori amministratori delle loro terre.

La riduzione dei conflitti – Ma senza la riduzione dei conflitti non si può raggiungere una reale e pacifica coesistenza tra uomo e tigre. Un aspetto troppo spesso sottovalutato è proprio la comprensione del conflitto, dai fattori che lo generano fino agli atteggiamenti e alle aspettative delle comunità in relazione alle tigri e al loro potenziale impatto sui beni delle persone, in primis il bestiame. Il WWF qui sottolinea i cinque elementi che dovrebbero ispirare la progettazione di qualsiasi programma di gestione dei conflitti uomo-tigre. Prevenzione, risposta, mitigazione, monitoraggio e politica di gestione del conflitto. Mappare le aree a più elevato rischio, definire le migliori modalità di prevenzione dei danni al bestiame, creare squadre specializzate negli interventi rapidi a sostegno delle aree a più elevato conflitto, sono solo alcune delle azioni sulle quali è necessario lavorare per definire programmi di gestione davvero efficaci.

Nel report “Living with Tigers” il WWF sottolinea anche la necessità di meccanismi di finanziamento sostenibili per rafforzare e migliorare i risultati della coesistenza a lungo termine. Ad esempio, è fondamentale considerare di inserire la presenza della tigre come indicatore nei regimi di pagamento per i servizi ecosistemici. Il legame tra l’habitat della tigre e le foreste di stoccaggio ad alto contenuto di carbonio e altri importanti servizi ecosistemici fornisce un’ampia giustificazione per approfondire questi potenziali più seriamente. Seguire nuovi approcci che mettano al centro della conservazione di questa specie unica anche gli interessi delle comunità locali è dunque fondamentale, e farà la differenza tra successo o fallimento nella salvaguardia del felino più grande del Pianeta.

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I VERI PREDATORI SIAMO NOI E METTIAMO ANCHE A RISCHIO LA NOSTRA SALUTE. L’Italia è il terzo più grande importatore al mondo per i prodotti di carne di squalo, alimentando un commercio e una pesca eccessiva globale che hanno portato il 37,5% delle specie di squali e razze a livello mondiale a rischio di estinzione. Evitare il consumo di queste carni fa bene alla salute umana tanto quanto agli ecosistemi marini – Roma, 15 luglio 2022

Cartella – https://www.dropbox.com/sh/u3niaxvsbu13x2y/AACRsCpD2VjMD1Of019_gXs0a?dl=0.

Link al report “Safesharks e Medbycatch: tutelare gli squali per salvare il Mediterraneo”https://www.dropbox.com/s/c732tpqk3jjfmvv/WWF_report%20squali%2022%20WWF%20def.pdf?dl=0. 

Specie tanto temute quanto importanti per gli equilibri dei nostri mari, squali e razze hanno un ruolo cruciale per l’ecosistema marino. La loro presenza mantiene le reti alimentari marine in equilibrio e contribuisce indirettamente anche alla lotta al cambiamento climatico. Purtroppo l’essere umano è il principale predatore di queste specie, tanto che il consumo di carne di squalo sembra essere aumentato a livello globale, raddoppiando dagli anni ’90, a discapito della salute dei mari e anche della nostra. Secondo il Food Balance Sheet della FAO, nel 2017 circa il 3% del consumo totale pro capite di prodotti di pesca e acquacoltura è composto da squali e razze. Ma come ricorda il WWF, lo squalo non dovrebbe essere parte della nostra dieta, né la nostra sicurezza alimentare dipende dalle sue carni, almeno non in Europa. A seguito del lancio del report “SafeSharks e Medbycatch: tutelare gli squali per salvare il Mediterraneo” il WWF, nell’ambito delle sue campagne Food4Future GenerAzione Mare, apre un focus sul ruolo del consumatore italiano e su quanto sia semplice dare un contributo alla salvaguarda di specie così preziose per i nostri mari, tutelando allo stesso tempo la nostra salute. Nel mondo, ogni anno vengono uccisi fino a 100 milioni di squali e razze tanto che alcune popolazioni sono declinate del 95%: oggi il 37,5% delle popolazioni di squali e razze nel mondo è a rischio di estinzione, con gravi conseguenze su tutto l’ecosistema marino. Ma la sopravvivenza di queste specie a livello globale, è minacciata soprattutto dalle abitudini di consumo e dalla elevata richiesta di carne di squalo, che alimenta un mercato globale di cui l’Italia è protagonista, spesso poco trasparente e tracciabile. Tra il 2009 e il 2021, l’Italia è risultata essere il terzo più grande importatore di prodotti di squalo a livello globale, con circa 98mila tonnellate di prodotti di squalo importati, di cui 1712 tonnellate di pinne, per un valore totale di circa 377 milioni di USD (di cui circa 9 milioni USD per le pinne). In Italia, la maggior parte delle importazioni proviene dalla Spagna, con 53mila tonnellate di prodotti di squalo importati dai nostri vicini tra il 2009 e il 2021. La scomparsa degli squali dal nostro ecosistema potrebbe avere drastiche conseguenze sull’intera catena alimentare marina e su alcuni servizi ecosistemici che il Mar Mediterraneo ci fornisce, danneggiando quindi anche il nostro stesso benessere. La nostra vita, e il nostro stile di vita, dipendono quindi anche dalla salute degli squali. Sì, perché uno dei rischi principali per la salute umana che può derivare dal consumo di squali e razze è legato alla contaminazione chimica delle loro carni, che possono contenere ad esempio metalli pesanti, inquinanti organici persistenti (POP) e perfino plastiche. Ad esempio, la verdesca è fortemente impattata dall’indigestione dei rifiuti che finiscono in mare e nelle sue carni sono stati rilevati livelli di mercurio e di composti organici alogenati al di sopra di quelli consentiti dall’Unione europea per i prodotti ittici. Nello squalo smeriglio sono state trovate significative quantità di microplastiche, di contaminanti organici persistenti (PCB, PBDE) e di metalli pesanti (come il mercurio, piombo e nichel), un problema questo della contaminazione che si aggiunge alla pesca eccessiva e che potrebbe aggravare ulteriormente la situazione per una specie considerata “in pericolo critico” dalla IUCN (Unione mondiale per la Conservazione della Natura), sia nell’Atlantico nord-orientale sia nel Mar Mediterraneo. Il WWF consiglia a tutti i consumatori di evitare il consumo di squali e razze e a tal fine familiarizzare con i nomi comuni delle specie, leggere attentamente le etichette e non acquistare mai prodotti privi di adeguata etichettatura. “Gli squali sono i ‘guardiani del mare’ perché svolgono un ruolo chiave nel mantenere l’equilibrio della rete alimentare marina. Devono perciò essere tutelati e trattati con cura e rispetto, e non dovrebbero essere mangiati! Anche perché oltre ad essere a rischio di estinzione possono essere un problema anche per la nostra salute essendo specie spesso molto contaminate da sostanze tossiche  afferma Giulia Prato, Responsabile Mare del WWF Italia -. È necessario porre un limite alla pesca eccessiva di squali e razze e al loro commercio massivo a livello globale evitando di acquistare carne di squalo e prodotti derivati ma anche formando pescatori, commercianti e autorità deputate al controllo sull’identificazione delle specie e la legislazione vigente, ed esigendo un’etichettatura corretta e più trasparente non solo per salvaguardare la sopravvivenza degli squali, ma anche per tutelare la salute umana”. Nell’ambito del progetto SafeSharks è stato realizzato un inventario di prodotti e rivenditori di carne di squalo lungo le coste Italiane (in particolare sulle province di Bari, Brindisi e Lecce) per valutare il rischio di etichettatura sbagliata. Solo il 35,7% delle pescherie esponeva etichette con il nome scientifico e/o nome comune dello squalo, mentre nessun banco nei mercati aveva etichette e in più, spesso le specie erano confuse tra loro. Squali e razze vengono spesso venduti senza la pelle, oppure in tranci e filetti, e per i consumatori è difficile rendersi conto di cosa stiano acquistando. A ciò si aggiunge il problema delle frodi alimentari. La più comune riguarda proprio la verdesca venduta spesso come pesce spada. In un recente studio è stato scoperto che su 80 campioni prelevati da venditori al dettaglio e grossisti di diverse tipologie, in ben 32 casi la verdesca e lo squalo mako venivano commercializzati come pesce spada. Il consumatore rischia quindi di mangiare carne di squalo non solo per ignoranza, ma anche per frode. “Per evitare di consumare uno squalo è importante controllare attentamente le etichette del pesce che, per legge, deve essere tracciabile ed etichettato. Inoltre è importante che tutti consumatori comincino a familiarizzare con la nomenclatura delle diverse specie: verdesca, gattuccio e palombo sono tutte specie di squali – raccomanda Eva Alessi, Responsabile Sostenibilità di WWF Italia -. E’ indispensabile evitare l’acquisto dei prodotti senza etichetta, o con etichettatura incompleta, che non possano essere né identificati né tracciati. E ricordarsi che lo squalo purtroppo non è presente solo al supermercato o dal pescivendolo, ma anche come ingrediente di molti prodotti di bellezza comuni o integratori alimentari, sotto il nome di “squalene”, una sostanza estratta dal fegato dello squalo.” Il WWF ha lanciato un monito ai consumatori perché nelle proprie scelte di prodotti ittici si faccia sempre attenzione all’importanza della trasparenza delle etichette.

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WWF: OLTRE IL 50% DELLE SPECIE DI SQUALI E RAZZE NEL MEDITERRANEO È MINACCIATO DI ESTINZIONE. Pubblicato il nuovo report WWF: “Safesharks e Medbycatch: tutelare gli squali per salvare il Mediterraneo”. Nell’Adriatico Meridionale, in media, ogni sette pesci spada viene sbarcata una verdesca pescata accidentalmente, ma il 90% di quelle rilasciate sopravvive. Roma, 14 luglio 2022 Link al report “Safesharks e Medbycatch: tutelare gli squali per salvare il Mediterraneo”https://www.dropbox.com/s/c732tpqk3jjfmvv/WWF_report%20squali%2022%20WWF%20def.pdf?dl=0. 

Cartella – https://www.dropbox.com/sh/u3niaxvsbu13x2y/AACRsCpD2VjMD1Of019_gXs0a?dl=0.

Il 14 luglio è la Giornata mondiale degli Squali e il WWF lancia l’allarme: più del 50% delle specie di squali e razze nel Mediterraneo è minacciato di estinzione e dalla salute di questi animali iconici – in IL 14 LUGLIO È LA GIORNATA MONDIALE DELLO SQUALO molti casi predatori all’apice della catena alimentare- dipende il benessere degli ecosistemi marini e delle altre specie. Grazie ai progetti SafeSharks e Medbycatch, che il WWF ha portato avanti in questi anni in Italia e nel Mediterraneo, è stato possibile raccogliere dati essenziali per conoscere meglio queste specie così affascinanti e poter valutare quali siano le misure di gestione della pesca più adeguate da poter raccomandare. Questi dati si trovano nel nuovo report WWF: “SafeSharks e Medbycatch: tutelare gli squali per Salvare il Mediterraneo”, pubblicato oggi nell’ambito della campagna 

#GenerAzioneMare, che raccoglie anche raccomandazioni per istituzioni e consumatori sull’importanza di salvaguardare squali e razze per la tutela del Mediterraneo.

Squali e razze sono indicatori della salute degli oceani. Purtroppo però, il 37.5 % delle specie di squali e razze nel mondo sono a rischio estinzione, dato che supera il 50% se riferito alle specie del Mediterraneo, con gravi conseguenze su tutto l’ecosistema marino. Questa situazione è provocata dalla pesca eccessiva, sia diretta (tra cui anche molta pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, per finalità sia alimentari che cosmetiche), sia indiretta a causa delle catture accidentali (bycatch) per cui queste specie finiscono vittime involontarie delle attività di pesca. SafeSharks e Medbycatch sono due progetti internazionali, portati avanti in Italia insieme a Coispa Tecnologia & Ricerca, nati per migliorare le conoscenze sui tassi di cattura accidentale di specie vulnerabili in Mediterraneo e ingaggiare pescatori e autorità per garantire buone pratiche di gestione e mitigazione delle catture accidentali. I due progetti hanno coinvolto i pescatori di Monopoli, che praticano la pesca con palangaro (lunga lenza di grosso diametro con inseriti a intervalli regolari spezzoni di lenza più sottile portanti ognuno un amo) al pesce spada nell’Adriatico meridionale, rendendoli attori fondamentali nelle fasi di ricerca e raccolta dei dati. La raccolta dati ha rivelato che le verdesche (Prionace glauca) rappresentano, in media, il 15% del pesce sbarcato: ogni sette pesci spada – in media- viene sbarcata una verdesca.

Ma ridurre un tale impatto è possibile. All’interno del progetto infatti, il monitoraggio mediante tag satellitari, applicati sulle verdesche accidentalmente pescate e poi successivamente liberate con il supporto dei pescatori, ha permesso di verificare che il 90% delle verdesche rilasciate sopravvive. Il rilascio in mare può quindi essere una valida misura gestionale per migliore lo stato delle popolazioni di verdesca. L’utilizzo degli ami circolari, testati al posto dei tradizionali ami a forma di J, sembra inoltre influire sulle condizioni degli animali alla cattura e potrebbe contribuire a migliorare la probabilità di sopravvivenza nel caso siano liberati. Grazie ai dati raccolti dai tag è anche emerso che le verdesche durante il giorno preferiscono nuotare in acque anche molto profonde fino oltre i 600 metri, mentre durante la notte cacciano in superficie, anche a pelo d’acqua. Queste informazioni sono state la chiave per ideare una strategia di mitigazione basata sull’inversione notte-giorno delle operazioni di pesca. Importantissimo risultato del progetto, è stato infatti verificare che per le giornate di pesca in cui l’inversione delle attività di pesca è stata messa in atto, il bycatch di verdesche è stato ridotto a 0. Sebbene siano necessari ulteriori test per valutare i risultati di questa strategia in altre stagioni e gli effetti sulla cattura di pesce spada (i primi dati indicano una riduzione di cattura di circa il 30%), questo è un primo passo importante verso l’identificazione di misure gestionali adeguate. “I progetti SafeSharks e Medbycatch ci hanno permesso di dimostrare che il tasso di cattura accidentale di verdesche in alcune attività di pesca è considerevole e non può essere ignorato, e che misure gestionali efficaci possono essere identificate insieme a ricercatori e pescatori. L’Italia deve implementare quanto prima un monitoraggio adeguato su scala nazionale insieme a concrete misure di mitigazione delle catture accidentali di elasmobranchi, come richiesto dalla Raccomandazione della Commissione Generale per la Pesca in Mediterraneo e Mar Nero del 2021 (GFCM 44/2021/16). Deve anche dotarsi quanto prima di un Piano d’Azione Nazionale sugli Elasmobranchi secondo le linee guida FAO e UE” afferma Giulia Prato, Responsabile Mare del WWF Italia. Per proteggere queste specie nel Mediterraneo e nel mondo, secondo il WWF, è anche necessario poi cambiare le proprie abitudini di consumo, evitandone l’acquisto.

Approfondimento. Safesharks (2018-2021) è stato un progetto internazionale finanziato dalla fondazione MAVA e coordinato da WWF Italia, in collaborazione con l’ente di ricerca COISPA, e l’ONG INCA (Institute for NatureConservation in Albania). Il progetto vuole promuovere una migliore gestione della cattura accidentale(by-catch) degli squali nella pesca in Italia e Albania, con azioni volte ad aumentare la conoscenza sul fenomeno del by-catch nell’Adriatico meridionale, a diffondere buone pratiche per migliorare le probabilità di sopravvivenza dopo la cattura e il rilascio, a valutare il fenomeno della frode alimentare, e a rendere prioritario a livello di istituzioni nazionali (Italia e Albania) l’implementazione di misure di gestione appropriate. Le attività di Safeshark sono potute proseguire grazie al progetto Medbycatch (2019-2022), finanziato da MAVA e coordinato da Birdlife International e di cui WWF è partner insieme a diverse organizzazioni nazionali e regionali (tra cui Accobams, IUCN, GFCM e molte altre). Il progetto sta sviluppando un approccio standardizzato e multi-taxa per studiare e mitigare il fenomeno del bycatch in Marocco, Tunisia, Turchia, Italia e Croazia. Il WWF implementa le attività in Croazia e Italia, qui insieme a Lipu e Coispa Tecnologia&Ricerca.

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A Isola delle Correnti protagonista il piccolo Giuseppe, un bambino di 7 anni che ha visto le tracce e scoperto il nido di una Caretta caretta. Roma, 12 luglio 2022

Link alla pagina Generazione Marehttps://www.wwf.it/cosa-facciamo/campagne/generazionemare/.

Sono 10 i nidi di Caretta caretta che i volontari WWF hanno individuato e tengono sotto sorveglianza in Sicilia. Nella parte orientale dell’isola sono stati censiti allo stato attuale 8 nidi (2 a Gioiosa Marea, Messina, grazie al volontario Domenico Giuttari, 4 a Siracusa e 2 a Randello, Ragusa, qui il WWF ringrazia la Forestale che recinta i nidi), trovati grazie ai monitoraggi dei volontati del WWF e alle attività di sensibilizzazione del pubblico e degli esercenti balneari. Particolari ritrovamenti sono stati quelli di Gioiosa Marea, in cui la stessa notte, due tartarughe sono emerse nella stessa spiaggia a deporre, a distanza di meno di 100 metri l’una dall’altra: una delle due era emersa due settimane prima ed era stata salvata dalle rocce dalla biologa WWF Oleana Prato, Operatrice Progetto Tartarughe marine WWF Italia e dal volontario Luca Tripi. Si era incastrata mentre cercava di riprendere il largo, sfortunatamente senza deporre. Altro nido particolare è quello trovato dal piccolo Giuseppe, di sette anni, che vedendo i poster affissi nel campeggio, facendo a gara col papà, ha trovato il suo primo nido nella spiaggia dell’Isola delle Correnti, Comune di Portopalo, Siracusa. Sono poi seguite tantissime altre segnalazioni di escursioni o avvistamenti di tartarughe vicino la costa, ma, sfortunatamente, non seguite da ritrovamento dei corrispettivi nidi. Agli otto nidi delle province di Ragusa, Siracusa, Messina si aggiungono i due nidi sulla costa occidentale: Menfi (il primo della stagione in provincia di Agrigento) e Gela, dove i volontari del WWF di Licata hanno censito 109 uova grazie anche all’intervento della Capitaneria di porto.

Foto nidificazioni Sicilia

https://www.dropbox.com/s/73bl6xo00z7dz9l/Isola-delle_Correnti_Giuseppe.jpeg?dl=0.

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MISSIONE TARTARUGHE: OGNI ANNO IN ITALIA 25.000 TARTARUGHE MARINE VENGONO CATTURATE DA RETI A STRASCICO E L’80% DELLE CARETTA CARETTA NEL MEDITERRANEO HA INGERITO PLASTICA. Il WWF difende la specie grazie alla sua campagna GenerAzioneMare: ogni estate coinvolti più di 100 volontari nel monitoraggio dei nidi e centinaia di tartarughe marine salvate e curate. Nella giornata mondiale delle tartarughe marine pubblicato il report WWF “Italia, penisola delle tartarughe”. Roma, 14 giugno 2022 – Cartella – https://www.dropbox.com/sh/nf28ua5wby8fuke/AAC_5a6KOJoHlSoqaeW4xKuZa?dl=0%20.

Il nuovo report: Italia, penisola delle tartarughe https://www.youtube.com/watch?v=LjVFpuA8-HM.

La campagna GenerAzioneMarehttps://www.wwf.it/cosa-facciamo/campagne/generazionemare/.

Giugno per il WWF vuol dire ritorno di GenerAzione Mare, la campagna che unisce cittadini, volontari, imprese, comuni, associazioni, aree protette e pescatori per un unico obiettivo: la tutela del capitale blu del Mediterraneo e di chi lo abita. Fra le specie simbolo di GenerAzione Mare ci sono le tartarughe marine, che nidificano nelle coste italiane e vivono nei nostri mari. Il 16 giugno, in occasione della Giornata mondiale delle tartarughe marine (World sea turtle day) il WWF pubblica il nuovo report “Italia, penisola delle tartarughe”, che racconta vita e minacce di questa specie, ma anche tutti i progetti che il WWF porta avanti e i risultati ottenuti per la loro tutela. Nel report anche un Vademecum di comportamento per i turisti che nel corso dell’estate dovessero incontrare una tartaruga in difficoltà o scoprire tracce lungo la spiaggia. Il Mediterraneo ospita tre specie di tartaruga marina: la tartaruga comune (Caretta caretta), la tartaruga verde (Chelonia mydas) e, sebbene più rara, la tartaruga liuto (Dermochelys coriacea). Queste nidificano soprattutto sulle coste orientali del bacino, mentre la tartaruga comune Caretta caretta è l’unica che nidifica regolarmente lungo le coste italiane (soprattutto nelle regioni meridionali). Negli ultimi cinque anni (2016-2021) è stato registrato un aumento nel numero dei nidi che, tuttavia, rappresentano solo alcune decine di unità dei circa 8 mila dell’intero Mediterraneo. I mari intorno all’Italia, invece, rivestono una grande importanza per la popolazione di Caretta caretta del bacino: quello Adriatico, per esempio, è importante area di alimentazione per la specie.

LE MINACCE – Il Mediterraneo è zona chiave per le tartarughe e hotspot di biodiversità, ma anche di minacce antropiche. È il mare che si sta scaldando più velocemente ed è “invaso” dai rifiuti: ogni anno, 570 mila tonnellate di plastica finiscono in mare. Questi due fattori, insieme alle attività da pesca intensiva e all’impatto con i natanti, agiscono su tutte le fasi del ciclo vitale delle specie di tartarughe marine, che nella lista Rossa della IUCN, compaiono come a rischio di estinzione (tranne la tartaruga a dorso piatto, Natator depressus, ancora classificata come Carente di Dati). Nel Mediterraneo oltre 150.000 tartarughe ogni anno vengono catturate accidentalmente da ami da pesca, lenze e reti e oltre 40.000 muoiono. Solo in Italia, ogni anno 25.000 tartarughe marine vengono catturate da reti a strascico.

LE AZIONI DEL WWF – Il WWF Italia si occupa della conservazione delle tartarughe marine da oltre 25 anni, lo fa attraverso un’ampia attività di ricerca, monitoraggio, tutela dei nidi, recupero e riabilitazione di tartarughe grazie a specifici progetti approvati ed autorizzati dal Ministero dell’Ambiente, oggi MITE (Ministero della Transizione Ecologica). Le attività riguardano Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata, Veneto e Toscana e, grazie alla collaborazione con i pescatori più sensibili, altri Enti, anche Campania e Lazio. Le numerose e diverse iniziative di conservazione sono state rese possibili dal Network tartarughe, costituito dalla rete di operatori, centri di recupero e volontari costruita negli anni sul territorio. Le attività di monitoraggio, in particolare, sono cresciute negli ultimi anni grazie anche al progetto Life Euroturtles e, ogni estate, coinvolgono centinaia di volontari che, affiancati da operatori esperti, hanno non solo collaborato nella ricerca delle tracce lasciate sulle spiagge dalle tartarughe marine, ma anche nella successiva tutela dei nidi. Queste operazioni hanno coinvolto più di 100 volontari che ogni anno percorrono a piedi circa 5000 km di spiagge. I risultati raggiunti grazie a questi sforzi di monitoraggio sono stati notevoli. Si pensi che in tutt’Italia, solo nel 2020, gli operatori e volontari del WWF Italia sono intervenuti su 108 nidi da cui sono emersi più di 5000 piccoli che hanno raggiunto il mare. La maggior parte dei nidi sono stati identificati in Sicilia, ben 81, seguita dalla Calabria con 26 e dalla Basilicata con 1 nido. Il risultato è da considerarsi particolarmente significativo se si pensa che nel 2019 i nidi ritrovati erano stati 46, 26 nel 2018. Gli operatori del WWF, nel corso degli anni, hanno organizzato anche numerosi eventi di sensibilizzazione, liberazioni di tartarughe e incontri di educazione ambientale che hanno coinvolto centinaia di appassionati e curiosi, creando molteplici opportunità di dialogo sulla conservazione della Caretta caretta.

IL RUOLO DEI CENTRI DI RECUPERO – Cruciale per la tutela delle tartarughe marine anche il ruolo dei centri di recupero, che hanno lo scopo di curare e riabilitare gli animali recuperati con ferite di diversa entità. Le tartarughe ricevono le cure veterinarie di cui hanno bisogno e, se possibile, vengono liberate in mare dopo la guarigione. I centri di recupero del WWF si trovano a Policoro, Molfetta, Torre Guaceto e Capo Rizzuto e trattano circa 500 tartarughe l’anno, con una buona percentuale di individui curati e poi rilasciati in mare. I CRTM raccolgono dati anche grazie alla tecnologia: oltre a marcare tutte le tartarughe rilasciate con un tag satellitare sulla pinna, hanno applicato dei tag GSM (Global System for Mobile communication), che permettono di seguire i movimenti della tartaruga nel corso del tempo in modo efficace e di identificare così le loro rotte, i loro habitat chiave, le aree di alimentazione e riproduzione. Molte sono inoltre le attività organizzate per sensibilizzare il pubblico, non solo sulla biologia e l’ecologia delle tartarughe, ma soprattutto sulle minacce e le iniziative di conservazione. Centinaia di volontari partecipano ogni anno ai campi estivi dedicati al monitoraggio e alla sorveglianza dei nidi di tartaruga in Sicilia, Basilicata, Calabria, Puglia, Toscana e Campania; attività di recupero e studio delle tartarughe si svolgono anche in Alto Adriatico: in Friuli grazie al coordinamento dell’Oasi WWF di Miramare, e in Veneto. Adottando simbolicamente una tartaruga sul sito WWF si potranno sostenere i Centri di Recupero WWF che ogni anno curano centinaia di individui in difficoltà.

GLI EVENTI IN PROGRAMMA – Per celebrare la Giornata mondiale delle tartarughe marine sono previsti diversi eventi: il 16 giugno verranno liberate al largo del Porto di Bari 2 Caretta caretta ristabilitesi dopo un periodo di cure nel Centro di Recupero WWF di Molfetta (Bari). Le tartarughe saranno scortate dai mezzi navali della Guardia di Finanza Puglia. Domenica 19 giugno un’altra tartaruga marina, curata presso il Centro di Recupero WWF di Policoro (Potenza) tornerà in mare grazie ai volontari del WWF e sempre domenica 19 a Marsala (Trapani) si potranno conoscere tutti i segreti di questi splendidi rettili marini nell’incontro organizzato, dalle 10.00 alle 12.30 presso il South Beach, dal WWF Sicilia. Agli appuntamenti di domenica 19 giugno si aggiunge anche la giornata Plastic Free in kayak a Maratea, con ritrovo alle ore 9.00 presso Spiaggia Nera.

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