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Archive for the ‘caccia’ Category

ACCOLTA L’ISTANZA DELLE ASSOCIAZIONI AMBIENTALISTE. WWF ITALIA e LIPU BIRDLIFE ITALIA: “LA REGIONE HA SBAGLIATO A CEDERE ALL’ARROGANZA DELLA LOBBY VENATORIA”

Roma, 16 settembre 2022 – Con Decreto cautelare emesso nella giornata di oggi, 15 settembre, il Presidente del TAR Campania, Sezione Terza Dott.ssa Anna Pappalardo, ha accolto l’istanza presentata dalle Associazioni Lipu BirdLife Itala e WWF Italia, difese dall’Avv. Maurizio Balletta e ha sospeso l’apertura della caccia, che la Regione aveva fissato al 18 settembre, per le specie Alzavola, Canapiglia, Codone, Folaga, Porciglione, Germano reale, Gallinella d’acqua, Marzaiola, Fischione, Mestolone, Beccaccino e Frullino e al 21 settembre per le specie Fagiano e Quaglia. Il TAR ha inoltre fissato l’udienza collegiale all’11 ottobre. Il ricorso è stato presentato a seguito della pubblicazione, da parte della Regione, di una delibera che ha modificato il Calendario venatorio precedentemente pubblicato, non al fine di aumentare le misure a tutela della biodiversità ma per anticipare la caccia ad alcune specie di uccelli, così cedendo alle richieste delle associazioni venatorie che dopo avere pubblicato comunicati e trasmesso lettere ai vari organi regionali, erano giunte addirittura ad impugnare al TAR il calendario venatorio, salvo poi ritirare il ricorso a seguito della modifica adottata dalla Regione. Il TAR ha motivato la sua decisione proprio sulla base della “estrema gravità ed urgenza consistenti nella “concreta ed imminente esposizione a pericolo delle specie faunistiche prima dei termini naturali fissati nel calendario venatorio originario”. “Esprimiamo la nostra soddisfazione – dichiarano le associazioni ricorrenti, WWF Italia e Lipu BirdLife Italia – per questo importante risultato e biasimiamo l’atteggiamento tenuto dalla Regione Campania che testimonia quanto la politica non sia in grado di resistere alle pressioni di certi ambienti, anche se queste si pongono in contrasto con i principi costituzionalmente protetti di tutela della biodiversità e dell’ambiente. Non possiamo che stigmatizzare il comportamento prepotente arrogante tenuto dalle associazioni venatorie che partendo dall’assunto secondo cui la fauna selvatica, che è patrimonio di tutti, sia un bene di esclusiva proprietà dei cacciatori, hanno dato vita a una campagna di pressione fortissima. Richiamiamo le istituzioni al ruolo che a loro compete che è quello di difendere e tutelare il patrimonio comune e non di utilizzarlo come merce di scambio elettorale – concludono le associazioni”.  

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Associazioni: “Un risultato straordinario che conferma la necessità della nostra azione a tutela della biodiversità. La fauna selvatica non può essere merce di scambio elettorale”. Roma, 7 settembre 2022

Con Decreto n. 199/2022, il Presidente del Tribunale Amministrativo Regionale dell’Umbria ha disposto la sospensione dell’avvio della stagione venatoria che la Regione aveva fissato al 18 settembre, così accogliendo totalmente la domanda cautelare avanzata dalle associazioni ricorrenti: WWF Italia, Lipu, Legambiente Umbria, LAV, LAC ed ENPA. Il provvedimento è stato motivato dalla necessità di scongiurare “il paventato pericolo che l’apertura al 18 9.2022 possa arrecare danni irreversibili al patrimonio faunistico” anche alla luce del fatto che “gli interessi di natura sportiva-privata […] appaiono tuttavia recessivi rispetto alla protezione faunistica”. “Si tratta di un risultato straordinario – affermano le associazioni – che conferma il ruolo delle associazioni di protezione ambientale chiamate, di fatto, a svolgere un’attività di tutela di un bene dello Stato che proprio lo Stato, attraverso i suoi organi decentrati, mette a rischio con provvedimenti che spesso si rivelano illegittimi. E’ inammissibile che la fauna selvatica continui ad essere merce di scambio elettorale e che gli uffici regionali debbano essere sottoposti a pressioni fortissime da parte dei rappresentanti politici del mondo venatorio, mirate semplicemente a fare concessioni ad una categoria di potenziali elettori senza tenere conto dei rischi per la biodiversità e delle responsabilità, anche penali ed erariali, che singoli funzionari sono costretti ad assumere”. Le specie nei cui confronti la Regione aveva autorizzato la caccia, in contrasto con il parere rilasciato da ISPRA e che dunque non potranno essere abbattute, quantomeno fino alla udienza che il TAR ha fissato al 4 ottobre, sono: quaglia, beccaccia, alzavola, marzaiola, germano reale, beccaccino, canapiglia, codone, fischione, folaga, frullino, gallinella d’acqua, mestolone, porciglione, tordo bottaccio, tordo sassello, cesena, fagiano e starna, nonché la piccola selvaggina. 

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WWF: ENNESIMO ATTO CRIMINALE CONTRO IL LUPO, PER UNA PACIFICA COESISTENZA OCCORRE PUNIRE I COLPEVOLI E LAVORARE SU PREVENZIONE E DIFFUSIONE DI CORRETTE INFORMAZIONI. Roma, 6 settembre 2022

Un lupo è stato ucciso e decapitato in Valchiavenna. La testa del predatore è stata appesa come trofeo ad un cartello stradale all’ingresso della frazione di Era, nel comune di Samolaco (SO) in Lombardia, insieme ad un lenzuolo sopra il quale è stato scritto: “I professori parlano, gli ignoranti sparano”. Un atto criminale e macabro che vede, oltre all’ennesimo delinquenziale episodio di bracconaggio verso il lupo, la triste esibizione della sua testa e un chiaro messaggio contro la presenza del predatore e contro chi cerca di favorire una pacifica coesistenza con le attività umane. Questa la denuncia del WWF Italia, che auspica che le indagini portino ad individuare i responsabili dell’atto criminale, e che finalmente si arrivi a condanne esemplari verso gli autori. Nonostante ancora oggi centinaia di lupi in Italia ogni anno siano vittime di atti di bracconaggio, le condanne ai bracconieri negli ultimi decenni si contano sulle dita di una mano. E l’impunità e la cattiva informazione alimentano questo fenomeno, purtroppo in aumento soprattutto nelle aree di recente ricolonizzazione, dove il lupo è tornato stabilmente solo negli ultimi anni. Il monitoraggio nazionale, conclusosi nella primavera del 2021, ha stimato la presenza di circa 3300 lupi in tutto il territorio nazionale. Nonostante un trend demografico positivo e l’espansione spaziale degli ultimi decenni, con la specie che è tornata a rioccupare in maniera naturale numerosi contesti dai quali era stata eradicata dalla persecuzione umana, ancora oggi lacci, trappole, esche avvelenate, colpi da arma da fuoco rallentano il processo di naturale ricolonizzazione in atto in buona parte del Paese. Il WWF Italia ribadisce inoltre che le uccisioni non favoriscono la risoluzione della problematica delle predazioni a danno del bestiame domestico, come dimostrato da numerosi studi scientifici internazionali. Uccidere un lupo dunque è, oltre che un atto criminale, anche inutile per risolvere i conflitti con il settore zootecnico. La strada da seguire è chiara ed occorre un impegno costante da parte di tutti gli attori in gioco (istituzioni locali e nazionali, forze dell’ordine e associazioni di categoria) per liberare completamente il campo dall’illegalità e ottenere così risultati concreti e positivi. Per arrivare ad una pacifica coesistenza occorre lavorare su più fronti. Indagini rapide ed efficaci, punizioni esemplari per gli autori di tali crimini e diffusione di corrette informazioni sulle buone pratiche di convivenza sono i passi fondamentali per combattere l’illegalità e permettere a lupo e uomo di coesistere sugli stessi territori. 

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ORSA F43: WWF, PERDITA DI UNA FEMMINA È UN DANNO BIOLOGICO NON INDIFFERENTE. ACCERTARE DINAMICHE EPISODIO E LAVORARE SU PREVENZIONE PER EVITARE FENOMENI DI ABITUAZIONE. Roma, 6 settembre 2022

L’orsa F43 è morta la notte scorsa in val di Concei, a Ledro in Trentino, durante un’azione di cattura per la sostituzione del radiocollare che portava da circa un anno. Dai primi accertamenti, secondo quanto riferito dalla Provincia Autonoma di Trento (PAT), «è emerso che l’animale è deceduto a seguito della posizione assunta nella trappola tubo nel momento in cui l’anestetico ha fatto effetto». L’orsa F43, una femmina nata nel 2018, secondo la Provincia, aveva confermato nel corso dell’ultimo anno alcuni comportamenti problematici, per i quali veniva monitorata in modo intensivo da Luglio 2021. Sempre secondo la PAT, l’orsa ha frequentato alcuni centri abitati, alimentandosi presso pollai e cassonetti dei rifiuti organici, ed è stata oggetto di azioni di dissuasione al fine di tentare di modificare tali comportamenti, che l’hanno portata a mostrare in almeno tre occasioni comportamenti di abituazione alla presenza umana. Durante le operazioni di cattura di animali selvatici esiste sempre un grado di rischio, ma auspichiamo che la necroscopia faccia chiarezza sulle dinamiche che hanno portato alla morte di F43. Su una popolazione trentina di orsi che conta, tra giovani e adulti, circa 80 esemplari (stima del 2021), la perdita di una femmina in età riproduttiva rappresenta infatti un danno biologico non indifferente. Il WWF sottolinea anche come sia sempre più prioritaria, oltre a un monitoraggio intensivo degli individui che mostrano comportamenti abituati, confidenti o problematici, la messa in sicurezza delle fonti alimentari di origine antropica (cassonetti dell’organico e pollai in primis), la cui presenza è alla base dell’insorgenza di tali comportamenti. L’abbondanza di risorse di facile accesso presso i centri abitati è un problema che da troppo tempo rimane irrisolto in molte aree del Trentino. La presenza di animali selvatici che mostrano abituazione verso l’uomo e che frequentano assiduamente centri abitati è sempre originata da errati comportamenti umani, come dimostrato da numerose esperienze nazionali e internazionali. Pur riconoscendo l’utilità di un attento monitoraggio e di azioni di dissuasione sugli orsi che mostrano simili comportamenti, bisogna agire seriamente per prevenire questo fenomeno, diffondendo l’utilizzo di cassonetti anti-orso in tutto l’areale del plantigrado e mettendo in sicurezza altre risorse che risultano attrattive per gli orsi.

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SOS ELEFANTI IN AFRICA MINACCIATI DA DISTRUZIONE DELL’HABITAT E BRACCONAGGIO. A CAUSA DELLE ZANNE NE VENGONO UCCISI OLRE 20MILA L’ANNO.

L’elefante di savana e quello di foresta hanno subìto un drammatico declino negli ultimi decenni. Nuove tecnologie e lotta al bracconaggio le strategie per salvaguardare gli ultimi 415.000 pachidermi. Questi giganti sono “giardinieri”, “ingegneri” e amici del clima. Roma, 11 agosto 2022

Cartella – https://www.dropbox.com/sh/4h0944a1dr7imx2/AACLUvYkvHnhfnG0tSWyh6FIa?dl=0%20.

 “Adotta un elefante” per sostenere i progetti WWF a tutela della speciehttps://sostieni.wwf.it/adotta-un-elefante.html?_gl=1*3s8dzg*_up*MQ..&gclid=Cj0KCQjwuaiXBhCCARIsAKZLt3l4uICsYnlk5FY6pb0HyOhA6erOARbjVnGShVQyZ01RX-hUiw-MVX4aArwNEALw_wcB.

Gli elefanti non solo svolgono un ruolo chiave nell’economia di diverse nazioni e nell’immaginario collettivo di moltissime persone in tutto il mondo, ma hanno soprattutto un’importanza fondamentale per gli ecosistemi. Il 12 agosto è la Giornata mondiale dedicata a questi giganti, veri e propri “giardinieri”. Non solo, infatti, disperdono e aiutano la germinazione di molti semi, mangiando più di cento frutti di alberi differenti, e permettendo la diffusione di specie arbustive arboree in ambienti aridi come quelli della savana, ma sono anche dei potenti bulldozer in quanto calpestano cespugli, abbattono alberi e creano sentieri e radure. La loro azione facilita la presenza di alberi a crescita lenta con alta densità di legno, che sequestrano più carbonio dall’atmosfera rispetto alle specie di alberi a crescita rapida, il cibo preferito dagli elefanti. Inoltre con la loro azione da “ingegneri” modificano l’ambiente, creando spazi e habitat idonei alla presenza di molte altre specie.

Le specie di elefanti in Africa Non tutti sanno che in Africa esistono due specie di elefante: il più famoso elefante di savana (Loxodonta africana) e il meno conosciuto e di dimensioni ridotte, elefante di foresta (Loxodonta cyclotis). Le due specie sono state valutate separatamente dalla IUCN nella “Red List” delle specie minacciate di estinzione per la prima volta nel 2021. In precedenza le due specie venivano considerate come una sola, classificata come “vulnerabile”. Oggi l’elefante di savana è classificato come “in pericolo” e l’elefante di foresta risulta addirittura inserito tra le specie in “pericolo critico”, ovvero con elevato rischio di estinzione a breve termine. Il numero di pachidermi di entrambe le specie nel continente africano è drasticamente diminuito: dai 12 milioni stimati circa un secolo fa ai 415.000 individui riportati nell’ultimo censimento su larga scala. Se la popolazione dell’elefante di savana ha subìto una riduzione del 60% negli ultimi 50 anni, va ancora peggio per l’elefante di foresta, la cui popolazione negli ultimi vent’anni è passata da 270.000 esemplari a meno di 75.000. Alcuni dati sottolineano come gli elefanti di foresta siano dunque davvero in una situazione critica. La popolazione infatti, tra il 2002 e il 2011, nella sola area centro-africana, ha subito un declino del 62% e una riduzione del proprio areale del 30%. Questo drammatico declino è ulteriormente peggiorato dal 2011 al 2015 con una perdita di popolazione fino al 90% in alcuni territori.

Le minacce. Ma anche l’elefante di savana è in pericolo a causa dall’effetto delle attività umane. Gli effetti della crisi climatica, con il conseguente aumento in numero e intensità delle ondate di caldo e siccità, provoca la scomparsa di grandi aree umide e la necessità di sempre più grandi spostamenti per trovare acqua. Poi c’è il bracconaggio, che resta ad oggi la causa principale del declino di entrambe le specie di elefanti africani: nonostante dal 1989 la CITES abbia regolato il commercio d’avorio e dal 2018 la Cina, primo mercato al mondo per richiesta, ne abbia vietato commercio e detenzione, si stima che proprio a causa delle zanne ogni anno vengano uccisi oltre 20.000 elefanti. Negli ultimi anni il fenomeno delle uccisioni illegali si è ulteriormente esteso per la sempre più diffusa presenza di gruppi terroristici, che spesso gestiscono il commercio illecito di parti di animali selvatici, che rappresenta una importante fonte di guadagno per queste organizzazioni criminali. Oltre al mercato dell’avorio, oggi molti elefanti vengono uccisi a causa del conflitto che il plantigrado può creare con le attività (in primis agricoltura) di alcune comunità locali. Oltre alle uccisioni dirette, tra le cause del declino c’è anche la perdita di habitat dovuta all’intensificazione di attività antropiche come l’agricoltura o la realizzazione di infrastrutture. Un recente studio dimostra inoltre come una delle principali minacce per gli elefanti africani sia il fatto che a causa dell’uomo queste specie occupano meno di un quinto dello spazio idoneo disponibile. In tutto il continente africano ci sono ancora 18 milioni di km2 di terra idonei ad ospitare popolazioni vitali di elefanti, dei quali però appena il 17% è effettivamente abitato dai pachidermi. I risultati mostrano che circa il 60% del continente è potenzialmente abitabile dagli elefanti, ai quali però non è data la possibilità di espandersi, a causa principalmente di bracconaggio e distruzione dell’habitat.

I risultati delle azioni di conservazione. Nonostante queste tendenze allarmanti, gli studi dimostrano che gli sforzi di conservazione in alcuni contesti si stanno dimostrando efficaci. La lotta al bracconaggio e una pianificazione territoriale migliore che promuove la coesistenza uomo-fauna sono la chiave per la conservazione di questa specie iconica. Grazie a queste politiche alcuni elefanti di foresta si sono stabilizzati in aree protette ben gestite, come quelle del Gabon, della Repubblica del Congo o dell’area Kavango-Zambesi. Nelle strategie di conservazione è importante anche il ruolo della scienza. Recentemente un gruppo di ricerca delle Università di Bath, Oxford e Twente ha brevettato un algoritmo che potrebbe essere in grado di supportare le azioni di salvaguardia della specie. L’algoritmo permette ad un satellite di scansionare ampi territori in brevi periodi di tempo e raccogliere molto materiale fotografico. Questa nuova tecnologia è in grado da un lato di migliorare il monitoraggio e i censimenti, non mette in pericolo le persone nel processo di raccolta dati ed è meno invasiva per gli animali, e dall’altro è un utile strumento per il rilevamento delle carcasse ed eventuali azioni di bracconaggio. Nuove tecnologie, azioni di sensibilizzazione, lotta al bracconaggio e una maggiore attenzione all’habitat del mammifero terrestre più grande del pianeta sono le strategie che possono aiutarci a salvare gli elefanti. Per il WWF è necessario intervenire subito, rafforzando le azioni di tutela. Ognuno di noi può fare la sua parte per sostenere i progetti WWF a tutela degli elefanti, attraverso l’adozione simbolica sul sito WWF. Scopri di più.

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APPLICATO PER LA PRIMA VOLTA IL NUOVO ART.9 DELLA COSTITUZIONE, FERMATA LA CACCIA ALLA TORTORA E AL CONIGLIO SELVATICO. ASSOCIAZIONI: “LA FAUNA SELVATICA NON E’ MERCE DI SCAMBIO ELETTORALE, LE REGIONI CAMBINO ROTTA E LO STATO VALUTI LE RESPONSABILITA’ ANCHE PENALI ED ERARIALI DI POLITICI E TECNICI” – Roma, 25 luglio 2022

Il Tribunale Amministrativo regionale per la Sicilia ha emesso una ordinanza con cui, in accoglimento della istanza cautelare presentata dalle associazioni Enpa, Lac, Legambiente Sicilia, Lndc Animal Protection, Lipu e WWF Italia, difese dagli avvocati Antonella Bonanno e Nicola Giudice, ha sospeso il Calendario Venatorio 2022/23, l’atto con cui si indicano, tra l’altro, le specie cacciabili, i periodi e le modalità per lo svolgimento dell’attività venatoria. “Un risultato importantissimo – dichiarano le associazioni – pur trattandosi di un provvedimento cautelare, il TAR ha motivato la decisione fissando punti saldi destinati a rafforzare i principi di tutela della fauna selvatica in Italia. Ancora oggi, dopo anni di sconfitte giudiziarie e di danaro pubblico sperperato, le regioni continuano ad interloquire solo con chi chiede caccia senza limiti e ad emanare atti chiaramente illegittimi, puntualmente impugnati dalle Associazioni di protezione ambientale, unico baluardo di legalità, in assenza del quale si consentirebbe ai cacciatori di operare in violazione delle norme di tutela della biodiversità. E’ ora di dire basta. I livelli politici e burocratici hanno chiare responsabilità, anche penali ed erariali, e dovranno essere chiamati a risponderne”. La sospensione riguarda una serie di punti tra cui l’anticipazione dell’apertura della caccia alla tortora selvatica, specie a rischio e per la quale la Commissione Europea, in linea con lo studio Carboneras-Arroyo ha chiesto “prelievo zero” di fatto garantito in Italia lo scorso anno, solo grazie ai ricorsi delle associazioni. Essendo però particolarmente gradita dai cacciatori, questa specie è oggi oggetto di un debolissimo piano di gestione, che neanche tiene conto delle recenti richieste di moratoria della Commissione europea”, approvato dalle regioni con il complice avallo del MiTE che pretenderebbe di tutelarla consentendone addirittura la caccia prima dell’inizio generale della stagione venatoria. Oggetto di sospensione anche l’autorizzazione della caccia al coniglio selvatico “senza le prescrizioni e limitazioni necessarie per il prelievo sostenibile con particolare riferimento anche al divieto di uso di pallini di piombo” e l’autorizzazione allo svolgimento delle attività di allevamento e addestramento cani sin dal 15 agosto che comporta “potenzialità di disturbo in una delle più importanti fasi della fenologia delle specie” ovvero la nidificazione. I giudici siciliani, per la prima volta in questa materia, hanno applicato il nuovo articolo 9 della Costituzione, ribadendo, in armonia con la giurisprudenza precedente, che “nella contrapposizione tra i contrapposti interessi, appare meritevole di maggior tutela quello perseguito dalle associazioni ricorrenti [interesse generale di tutela della fauna selvatica] rispetto a quello ludico-sportivo perseguito dalle associazioni controinteressate resistenti”. Molto importante anche il riconoscimento del ruolo di ISPRA, il massimo organo scientifico dello Stato nelle materie ambientali che oggi è oggetto di forti e deprecabili pressioni e strumentalizzazioni politiche e istituzionali volte a ridurne la terzietà e a contestarne l’autorevolezza, a cui il TAR risponde chiaramente riconoscendo ISPRA come “unico soggetto dotato di competenze scientifiche cui la legge assegna un ruolo primario nella materia di che trattasi”.

Questo è un comunicato congiunto di ENPA, LAC, Lndc Animal protection, Legambiente, LIPU e WWF Italia.

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A RISCHIO LA TUTELA DELLA BIODIVERSITÀ IN ITALIA. ASSOCIAZIONI: “ATTACCO SENZA PRECEDENTI. SMASCHERATO IL GRANDE BLUFF DELLA POLITICA A SERVIZIO DEI CACCIATORI. IL DECRETO SE APPROVATO AGGRAVERÀ L’EMERGENZA CINGHIALI E PSA. IL GOVERNO NON SI FACCIA STRUMENTALIZZARE” – Roma, 14 luglio 2022

Stamane alcuni assessori regionali alla caccia hanno convocato una conferenza stampa a margine della Conferenza delle Regioni sul tema del “controllo faunistico” per chiedere al Governo l’approvazione di un Decreto che modifica la legge sulla tutela della fauna selvatica (L. 157/1992) estendendo i periodi di caccia e azzerando le garanzie di tutela. “Si tratta – affermano le associazioni ENPA LAC LAV Legambiente LIPU e WWF Italia – di un attacco senza precedenti alla norma che fissa i principi costituzionali di tutela della biodiversità che in contrasto con quanto dice la scienza e la logica, consegnerebbe il controllo della fauna selvatica, che è patrimonio indisponibile dello Stato, a privati cittadini, in palese conflitto di interesse. E’ assurdo come ancora una volta parte della politica dimostri di essere a totale servizio dei cacciatori e piuttosto che riconoscere il fallimento della governance di questo settore, continui ad alimentare un sistema a cui sono imputabili la gran parte delle responsabilità per i danni subiti dalla collettività, inclusi gli agricoltori. Sono le Regioni, infatti, tra le principali responsabili di aver promosso e favorito concessioni continue a favore dei cacciatori, origine e causa principale, tra l’altro, dell’aumento dei cinghiali in Italia, scavalcando volutamente la Legge nazionale 157 del 1992 sulla tutela della fauna. Altrettanto responsabili sono alcuni parlamentari che fanno da sponda a queste politiche egoistiche e dannose per soli interessi elettorali e di potere. Il Governo non si faccia strumentalizzare e garantisca il rispetto della Costituzione e dei principi UE”. Da anni il tema dei danni alle produzioni agricole imputati ai cinghiali viene strumentalizzato per introdurre surrettizie forme di caccia anche all’interno di parchi naturali ed oasi di protezione faunistica. Oltre allo stravolgimento della Legge 157 del 1992, cancellando ogni parere scientifico e ogni obbligo di applicazione dei metodi ecologici dando vita ad una caccia senza limiti, anche nei confronti di specie super-protette a livello europeo come orsi e lupi, quello a cui mirano le Regioni è la sottrazione agli Enti parco della autonoma facoltà di organizzare ed autorizzare, sulla base di propri regolamenti previsti dalla Legge 394/91, il “controllo” degli ungulati e della fauna all’interno delle aree protette. Le stesse Regioni che hanno acconsentito alle richieste dei cacciatori fino ai primi anni 2000 immettendo cinghiali di ceppo centro-europeo per avere una preda più prolifica e grossa da cacciare e rivendere e che da decenni affidano ai cacciatori la risoluzione del problema, oggi cercano di attribuire a qualche ministero i risultati fallimentari dell’inefficienza dei propri assessorati, che non si sono mai adoperati per una gestione faunistica basata sulla scienza, limitandosi a favorire il giro enorme di interessi che gravita intorno alla caccia al cinghiale in braccata che causa danni enormi e favorisce la diffusione e la proliferazione del cinghiale. Queste amministrazioni, piuttosto che chiedere di ripristinare i corpi di polizia provinciale competenti per legge ad effettuare le attività di controllo e che sono stati azzerati da riforme del passato, invocano quindi ancora una volta la carabina per tutti e ovunque. “Sono le regioni – concludono le associazioni – che devono rispondere delle loro scellerate e pessime politiche venatorie e rendere conto agli agricoltori e alla collettività del fallimento delle loro azioni che, come testimonia la situazione attuale, hanno solo alimentato e continuato ad aggravare la situazione”.

Questo è un comunicato congiunto di ENPA, LAC, LAV, Legambiente, LIPU e WWF Italia.

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Associazioni: è l’ennesimo vergognoso regalo ai bracconieri, il Governo intervenga.

Roma, 25 maggio 2022 – Il Consiglio Regionale della Lombardia nella giornata di ieri ha approvato una proposta di legge che consente ai ristoranti di far consumare ai clienti alcuni piatti “tradizionali” a base di piccoli uccelli come la polenta e osei e lo spiedo bresciano.  La nuova norma è concepita per aggirare il divieto di vendita della selvaggina e consentirà ai cacciatori di cedere gratuitamente ai ristoranti o alle sagre gli esemplari uccisi durante la caccia: piccoli uccelli migratori dal peso di pochi grammi. “E’ evidente – affermano le associazioni ENPA, LAC, LAV, Legambiente, LIPU e WWF Italia – come questa norma sia solo un trucco per eludere un divieto necessario a prevenire fenomeni di illegalità come il traffico illecito di uccelli morti e di richiami vivi, il furto di nidiacei o l’uccisione di specie protette. Tutti crimini di cui la Regione Lombardia detiene un triste primato, proprio a causa della domanda di uccelli selvatici alimentata dalla “tradizione” di cibarsi di questi animali. E’ anche facile intuire come questa norma rischi di creare i presupposti per la diffusione di un mercato sommerso di vendita di fauna selvatica occultata da donazione gratuita a danno degli imprenditori onesti e delle finanze pubbliche, aggravando, peraltro, l’onere a carico delle autorità pubbliche deputate al controllo”. Questo ennesimo attacco alla tutela della biodiversità da parte della Regione Lombardia avviene, per un gioco del destino, proprio il giorno in cui la Corte Costituzionale dichiara l’incostituzionalità di una legge lombarda, a firma dello stesso consigliere regionale autore della legge votata ieri, nella parte in cui impediva alle autorità di vigilanza il controllo sugli uccelli utilizzati come richiami vivi. Il traffico illecito di richiami vivi è infatti una pratica fortemente diffusa in questa regione proprio per via della caccia “tradizionale” da appostamento fisso ai piccoli uccelli migratori destinati al mercato della ristorazione. “Ricordiamo – concludono le associazioni – che l’Italia è sottoposta ad una particolare attenzione da parte della Commissione Europea proprio a causa del diffuso e grave fenomeno dei crimini contro gli uccelli selvatici e che il nostro Paese ha assunto precisi impegni volti ad adeguare il sistema normativo di prevenzione e repressione di questi fenomeni. E’ inammissibile che nelle regioni a più alto tasso di illeciti contro gli uccelli selvatici, come la Lombardia, le istituzioni pubbliche non sappiano fare altro che emanare leggi e provvedimenti amministrativi di segno contrario rispetto all’obiettivo di tutela della biodiversità, oggi tradotto in principio fondamentale dell’ordinamento costituzionale. Questa pratica, attuata solo per meri fini elettorali e per soddisfare le lobby della caccia e delle armi, espone l’intero Paese al rischio di una pesante procedura di infrazione.  Chiediamo dunque al Governo di intervenire e ai cittadini lombardi di pretendere che i propri rappresentanti si occupino del bene comune e non degli interessi di pochi”.  

Questo comunicato è inviato dall’Ufficio stampa WWF Italia in nome e per conto delle associazioni indicate. 

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CINGHIALI E PESTE SUINA – “Decisione surreale: ciò che rappresenta il problema è spacciato come soluzione. La caccia al cinghiale amplifica i problemi, contraddice le conoscenze scientifiche e infrange la Costituzione”. Roma, 19 maggio 2022

Le associazioni Lipu e WWF Italia esprimono stupore e preoccupazione dopo aver appreso dell’intenzione del Ministero della Transizione Ecologica di presentare, in sede di Conferenza Stato Regioni, una proposta per affrontare la questione della peste suina Africana e della presenza diffusa del cinghiale, attraverso l’estensione a fine febbraio della caccia in braccata al cinghiale, stravolgendo la legge quadro sulla protezione della fauna. “All’indomani delle incongrue dichiarazioni del sottosegretario alla Salute Costa, il fatto che anche il Mite, che dovrebbe essere competente in materia, disconosca le evidenze scientifiche sulle conseguenze negative della braccata, desta stupore e particolare allarme”. Le ricerche scientifiche hanno ormai unanimemente riconosciuto che i metodi e le forme collettive di caccia al cinghiale, come la braccata e la battuta, sono tra le cause principali della proliferazione, diffusione e dispersione del cinghiale in Italia. Infatti, l’uso delle mute dei cani e la totale assenza di selettività negli abbattimenti in braccata o battuta destabilizzano le dinamiche gerarchiche dei nuclei familiari di cinghiali, aumentando il numero di femmine che si riprodurrà nella stagione successiva. Prova ne sia l’aumento del numero e dell’entità dei danni alle colture agricole, degli incidenti stradali, della mobilità dei nuclei familiari di cinghiali e della loro presenza nei centri abitati, determinato non certo dall’assenza di caccia in braccata ma, esattamente al contrario, proprio dal ricorso alla braccata e alla battuta, che letteralmente fanno “scappare” i cinghiali a causa dell’inseguimento con le mute di cani. Per assurdo, quello che ad oggi si è rivelato il problema principale, per il Mite diventa dunque una surreale soluzione, il che è ancora più grave in presenza del problema della peste suina africana, che, almeno in teoria, è la ragione primaria dell’iniziativa assunta dal Mite. A ciò si aggiunga il fatto che la braccata e la battuta sono metodi di caccia che esercitano un impatto forte, diretto e indiretto, su molte altre specie protette. Estendere queste pratiche a fine febbraio, in un periodo in cui varie specie si trovano già nel delicato periodo riproduttivo o di migrazione pre-riproduttiva, significherebbe arrecare ulteriori e potenzialmente gravi danni alla già sofferente biodiversità. “La verità – concludono LIPU e WWF – è che il provvedimento proposto, che stravolgerebbe la legge 157/92, non fa altro che soddisfare le richieste del mondo venatorio, spalleggiato da alcune associazioni rappresentative di quello agricolo, capovolgendo la realtà: invece di vietare in tutta Italia queste deleterie forme di caccia, le amplifica. Ancora una volta, insomma, il Mite dimostra di prestare il fianco al mondo venatorio, dimenticando la sua missione conservazionistica, scientifica e di tutela, e contravvenendo al principio fondamentale di tutela della biodiversità, oggi rappresentato anche a livello costituzionale. Con queste scelte il Ministero si sta assumendo la responsabilità, non solo di non risolvere il problema della peste suina, ma anche quella di continuare a favorire l’aumento dei cinghiali e di conseguenza i danni alle colture. Se la sente davvero, il Ministero della Transizione Ecologica, di assumersi questa responsabilità?”.

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I CRIMINI DI NATURA MINACCIANO SICUREZZA, SALUTE ED ECONOMIA, CON SEMPLICI AZIONI RESPONSABILI POSSIAMO RIDURRE I TRAFFICI ILLEGALI DI SPECIE PROTETTE.

Roma, 2 maggio 2022 – Qui foto e scheda di approfondimento –

https://www.dropbox.com/scl/fo/yxdejf1bkknrsya06v7jf/h?dl=0&rlkey=7xi97uh8xtlluw0rcwi11abvw.

I crimini di natura non hanno soltanto un impatto fortemente negativo sulla biodiversità ma rappresentano anche una minaccia per la sicurezza, la salute e l’economia. Il traffico illegale di specie selvatiche alimenta il bracconaggio e uccide persone, oltre che animali. Sono più di 1100 i ranger che hanno perso la vita per la difesa della biodiversità negli ultimi 10 anni, secondo la Federazione Internazionale dei Ranger. Tali crimini sono spesso connessi ad altre illegalità come il riciclaggio di denaro e la corruzione. Il WWF Italia ha pubblicato un report in cui analizza gli impatti dei crimini di natura e dei traffici di specie animali e vegetali protette in cui è incluso un “Decalogo per i viaggiatori responsabili” mirato ad incoraggiare un turismo più responsabile e sostenibile. Raccomandazioni principali nei viaggi esotici: non comprare souvenir non certificati, frutto di commercio illegale di fauna e flora protette, non raccogliere souvenir in natura per la smania di riportare conchiglie o altri ricordi, non alimentare il mercato delle foto ricordo con animali selvatici detenuti illegalmente da privati senza scrupoli. I crimini contro la fauna e flora selvatiche danneggiano fortemente l’economia dei paesi emergenti, basti pensare che le entrate legate al turismo portate da un singolo elefante durante la sua vita sono superiori a 1.75 milioni di dollari. In altri termini, un elefante vale 10 volte più da vivo che da morto. Il traffico illegale di animali è inoltre un potenziale vettore di malattie zoonotiche come, denunciato dal WWF in vari report pubblicati dal 2020 a oggi. Rientrano in questa categoria numerose malattie come HIV, influenza aviaria, ebola e, con buona probabilità, il COVID-19. Le vittime. Le specie più trafficate al mondo sono state tra il 2014 e il 2018 il palissandro, specie di albero tropicale utilizzata massicciamente per i mobili (31.7%) seguito da elefanti, massacrati per l’avorio delle loro zanne (30.6%) e pangolini (13.9%), le cui scaglie sono usate nella medicina tradizionale. Ogni anno sono più di 20.000 gli elefanti uccisi proprio per alimentare questo mercato, mentre tra il 2014 e il 2018 il numero di confische di scaglie di pangolino è aumentato di 10 volte (UNODOC 2020). Tra le specie predilette dai criminali ci sono il rinoceronte (già estinto quello di Giava) e la tigre. Nel primo caso, il corno può arrivare a valere 95.000 dollari al Kg al mercato nero. Ciò significa che ogni singolo animale ha un potenziale valore che va dai 750.000 al milione di dollari. La tigre è invece oggetto di uccisioni illegali finalizzate ad alimentare il la produzione di medicine tradizionali e pellicce, ma anche trofei. In altri casi questi animali sono catturati vivi e destinati ad essere detenuti in cattività. Attualmente restano meno di 4000 tigri in natura. Altre specie vittime del bracconaggio per il commercio illegale sono quelle ittiche come lo storione (secondo un’indagine del WWF un terzo della carne di storione e dei prodotti a base di caviale in quattro paesi chiave per lo storione – Bulgaria, Romania, Serbia e Ucraina – sono stati venduti illegalmente) e l’anguilla, la cui pesca illegale degli individui giovani (le cieche) ha messo a rischio la specie. Negli ultimi 30 anni il numero di anguille europee è crollato di oltre il 90%, a causa soprattutto della pressione enorme dovuta al traffico illegale destinato al mercato asiatico. Dal 2009 questa specie una volta molto comune è stata inserita nella Lista Rossa della IUCN come “A rischio critico”. L’Italia è il Paese in Europa con la maggiore ricchezza di biodiversità. Ma è anche un Paese ad alto tasso di criminalità ambientale. Siamo tra i maggiori importatori di pelli di rettili per l’industria della moda, nonché di legnami di pregio per l’arredamento. Nel mercato globale del legno tropicale e dei suoi prodotti, quello europeo rappresenta il primo a livello mondiale, con una decina di milioni di metri cubi di legname tropicale importato dall’Africa, dall’Asia e dal Sudamerica. Tra i crimini di natura più diffusi nel nostro Paese ci sono i reati contro gli animali selvatici come la cattura di piccoli uccelli con l’utilizzo di armi da fuoco o trappole artigianali, – migliaia di piccoli uccelli, soprattutto insettivori, uccisi con ogni mezzo illegale per le famigerate “Polenta con gli osei” nel bresciano e bergamasco – o l’uccisione a scopo “ricreativo” e tradizionale di rapaci in migrazione sullo Stretto di Messina. In Calabria resiste la tradizione alimentare dei ghiri, nei giorni scorsi 90 di questi piccoli mammiferi sono stati trovati nei congelatori e sono stati sequestrati ben 67 fucili da caccia, trappole e reti da uccellagione. Da segnalare anche una grave forma di bracconaggio ittico che interessa da alcuni anni il Po: di recente sono stati sequestrati 1200 metri di reti illegali e due quintali di pesce pescato illegalmente in provincia di Rovigo. In Sicilia aquila di Bonelli e capovaccaio, sempre più rare, sono minacciate da una forma di prelievo subdola, il sequestro dei pulli, prelevati direttamente dal nido da parte dei bracconieri per rifornire illegalmente il mercato di collezionisti, allevatori e falconieri. Sul mercato nero, ciascun esemplare può valere fino a 25.000 €. Queste azioni stanno mettendo a serio rischio proprio le popolazioni di rapaci più rare d’Italia: il WWF con il recente Progetto Life ConRaSi ha messo in piedi serie azioni di conservazione e sorveglianza per combattere questo crimine. Proprio in questi giorni due giovani aquile di Bonelli sono state sequestrate a un privato a Porto Empedocle.

Avorio di casa nostra. Nelle ultime settimane sono state portate a termine due importanti operazioni che testimoniano come l’Italia sia non solo un Paese di transito ma rappresenti anche la destinazione finale di traffici internazionali di specie animali e vegetali protette, o loro parti. I primi giorni di aprile, i Carabinieri Forestali del nucleo CITES di Palermo hanno sequestrato quattro enormi zanne grezze di elefante detenute illegalmente in una struttura ricettiva della città siciliana ed esposte al pubblico. Pochi giorni prima, il 18 marzo, i Carabinieri Forestali del nucleo CITES di Modena hanno sequestrato 172 manufatti in avorio, per un valore stimato superiore ai 200.000 euro, offerti in vendita nell’ambito di una importante rassegna fieristica che si tiene a Parma. Nel corso dell’operazione sono state denunciate 11 persone. In entrambi i casi, il WWF Italia ha dato mandato ai propri avvocati di predisporre gli atti necessari alla costituzione di parte civile, al fine di sostenere la pubblica accusa. 

L’impegno WWF. La lotta ai crimini contro natura è oggi una delle principali sfide del WWF in ogni angolo del mondo: le battaglie vengono condotte tanto sul campo quanto, attraverso sensibilizzazione e azioni di policy, tra cui la creazione di una task force dedicata al contrasto del traffico illegale di specie (IWT) riconosciuta dalle Nazioni Unite. Il WWF ha contribuito all’istituzione, in accordo con l’IUCN, del network TRAFFIC (Trade Record Analysis of Fauna and Flora in Commerce), programma internazionale che monitora il commercio di specie selvatiche e l’applicazione della CITES. In Italia, il WWF ha istituito ormai da diversi anni un corpo di Guardie Volontarie WWF, nuclei con presenza capillare sul territorio. Per fronteggiare l’uccisione illegale di mammiferi o uccelli con trappole, lacci o esche avvelenate, il WWF organizza specifici campi di sorveglianza per volontari. Proprio in questi giorni è in corso quello di Ischia contro il bracconaggio primaverile ai piccoli uccelli migratori.

Progetto SWiPE. Per contrastare i criminali di natura è necessario creare banche dati aggiornate e dettagliate, rafforzare la vigilanza, adeguare gli strumenti sanzionatori e puntare sulla formazione delle istituzioni pubbliche. Un esempio virtuoso, nato proprio per sopperire a queste lacune è rappresentato dal progetto europeo LIFE SWiPE (Successfull Wildlife Crime Prosecution in Europe), attraverso il quale il WWF lavora in Italia da oltre un anno per favorire il contrasto ai crimini contro la fauna selvatica, promuovendo e rafforzando il coordinamento con magistrati e forze dell’ordine. 

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