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Archive for the ‘caccia’ Category

L’uomo ha gettato via tantissima natura ma la sfida contro l’estinzione si può ancora vincere.

Roma, 18 gennaio 2019Clicca QUI per le immagini della campagna WWF 

https://www.dropbox.com/sh/t8cro7h4j6yy5eg/AACgEWG70yvbQtC7PR_nEmN1a?dl=0.

Pubblicare una foto del 2009 al fianco di una di oggi. La 10 years challenge è la moda nata sui social network come un gioco e diventata, in pochi giorni, un fenomeno virale, con tanto di hashtag. Anche il WWF Italia ha deciso di guardare indietro, a come stava, solo pochi anni fa, la natura del nostro Pianeta, focalizzando l’attenzione su tre specie simbolo.

L’elefante africano è il più grosso mammifero al mondo e le sue zanne d’avorio possono arrivare fino a 2-3 metri di lunghezza. In 10 anni, il commercio dell’avorio è diventato sempre più devastante: sono 144.000 gli elefanti africani che abbiamo perso tra il 2007 e il 2014 e una delle prime cause di morte per questi straordinari mammiferi è proprio il bracconaggio. L’Africa è anche terra di rinoceronti, animali imponenti che rischiano di scomparire per sempre a causa del terribile commercio di corni. Negli anni ’60 la guerra dei corni ha ucciso la metà dei rinoceronti e oggi i bracconieri agiscono in modo sempre più devastante utilizzando elicotteri e armi automatiche. Solo in Sud Africa, in 10 anni sono stati più di 4000 i rinoceronti uccisi e, dal 2007 al 2016, il bracconaggio al rinoceronte è aumentato del 9000%. La situazione è peggiorata in modo sconvolgente anche per il re degli animali. In soli 21 anni (3 generazioni per l’animale), il mondo ha perso il 42% dei leoni che popolavano il continente africano. Secondo le stime dell’IUCN è probabile che in Africa sopravvivano meno di 20.000 leoni, poiché negli ultimi decenni questi grandi felini si sono estinti in ben 12 paesi subsahariani. A minacciare ogni giorno la vita del leone sono la caccia delle popolazioni locali, il bracconaggio e il commercio illegale di chi lo considera come un trofeo. Alla terribile minaccia della caccia e del bracconaggio, per queste tre specie simbolo, si aggiungono deforestazione, aumento della popolazione umana ed estensione dell’agricoltura, elementi che rendono sempre più inagibili i loro habitat. Questa #10yearschallenge mostra che l’uomo ha distrutto tantissima natura, ma che siamo ancora in tempo per vincere la sfida contro l’estinzione. Il WWF si batte da anni per la conservazione degli habitat, porta avanti progetti legati all’ecoturismo per favorire l’educazione ambientale e promuove progetti internazionali per il controllo e la lotta al commercio illegale di specie. E ognuno di noi, sul sito

wwf.it/10yearschallenge, può dare un suo importante contributo.

 

 

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Le attrezzature sono state acquistate grazie alla Campagna di raccolta fondi “SOS Natura d’Italia”. Roma, 16 gennaio 2019Cartella con immagini

https://www.dropbox.com/sh/u5t1s3sfgu0sxqd/AAAmVP-RucIRNxzxhGE70dPRa?dl=0.

Con la campagna di raccolta fondi “SOS Natura d’Italia”, lanciata dal WWF Italia nel 2017 a difesa del lupo, sono stati raccolti 63.000,30 euro. Proprio il lupo, una delle specie simbolo della biodiversità italiana continua ad essere in pericolo a causa del bracconaggio, degli incidenti stradali e dalle continue richieste di legalizzarne gli abbattimenti. Grazie al sostegno dei tanti donatori i fondi sono stati destinati alle attività di riduzione del bracconaggio e delle morti accidentali (36mila euro), in quelle di prevenzione dei danni con cani da guardiania (17.000,30 euro) e di miglioramento della relazione tra uomini e lupo (10mila euro). Dei 36mila euro utilizzati per l’acquisto di attrezzature funzionali alla riduzione del bracconaggio e delle morti accidentali, 10mila (7500 euro di attrezzature, 2mila euro per l’attività di formazione e 500 per sopralluoghi e monitoraggio) sono stati spesi per dotare le guardie volontarie WWF di due droni, consegnati nei giorni scorsi. Queste attrezzature permetteranno di monitorare zone ampie e poco accessibili, in modo da poter identificare atti illegali, auto sospette e bracconieri direttamente tramite le immagini registrate dai droni. Con le termocamere a infrarossi, le guardie WWF potranno fare anche un monitoraggio notturno: è proprio la notte il momento della giornata in cui agiscono i bracconieri e chi compie atti criminosi verso la natura. Già utilizzati in Africa per elefanti e rinoceronti, i droni danno un grande contributo alla salvaguardia della biodiversità. Con questa donazione, saranno abilitate guardie in grado di agire su tutto il territorio nazionale, sia in aree di presenza stabile della specie, sia di ricolonizzazione recente.

 

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Roma, 15 gennaio 2019 – Per riportare l’attenzione della Regione Lazio sul tema dell’area contigua e dell’attività venatoria sul versante laziale della Zona di Protezione Esterna del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (PNALM), è stato necessario il ricorso delle Associazioni ENPA, LAC, LAV e WWF al Consiglio di Stato e la conseguente ordinanza del 14 dicembre 2018 che ha sospeso, per la stagione in corso, l’attività venatoria nelle zone “adiacenti al Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise”, nelle aree critiche dei “Monti Ernici” e “Monti del Cicolano” e “nelle zone speciali di conservazione (ZSC) con la presenza dell’Orso bruno marsicano”. Nei prossimi giorni, la Regione Lazio incontrerà i sindaci del territorio e i rappresentanti del PNALM per avviare il percorso di definizione dell’area contigua nel versante laziale. Il WWF apprezza l’iniziativa, ma ritiene che tale percorso, già nelle fasi di partenza, non possa prescindere dal coinvolgimento delle associazioni ambientaliste che da anni si battono per l’istituzione dell’area contigua e per rendere i calendari venatori più rispettosi della normativa di settore e della fauna. Il WWF chiede, dunque, l’istituzione di un tavolo di coordinamento allargato agli enti e alle associazioni, propedeutico alla definizione dei confini dell’area contigua e dei criteri di gestione della stessa. L’articolo 32 della Legge n. 394/1991, Legge quadro sulle aree protette, prevede che: le regioni, d’intesa con gli organismi di gestione delle aree naturali protette e con gli enti locali interessati, stabiliscono piani e programmi e le eventuali misure di disciplina della caccia, della pesca, delle attività estrattive e per la tutela dell’ambiente, relativi alle aree contigue alle aree protette, ove occorra intervenire per assicurare la conservazione dei valori delle aree protette stesse. I confini delle aree contigue di cui al comma 1 sono determinati dalle regioni sul cui territorio si trova l’area naturale protetta, d’intesa con l’organismo di gestione dell’area protetta. All’interno delle aree contigue le regioni possono disciplinare l’esercizio della caccia, in deroga al terzo comma dell’articolo 15 della legge 27 dicembre 1977, n. 968, soltanto nella forma della caccia controllata, riservata ai soli residenti dei comuni dell’area naturale protetta e dell’area contigua, gestita in base al secondo comma dello stesso articolo 15 della medesima legge. Le aree contigue rivestono una straordinaria importanza ed è grave che la Regione Lazio (come tante altre regioni italiane) non abbia mai provveduto a istituirle dal 1991 ad oggi. È fondamentale regolamentare la caccia nel territorio inserito nel loro perimetro limitandola, come recita la legge, ai soli residenti dell’area protetta e dell’area contigua. Questo perché è necessario contenere il numero dei cacciatori in queste “aree-cuscinetto” che nel Parco in questione hanno ancora più importanza essendo territori dove vive l’Orso bruno marsicano, specie a serio rischio di estinzione (ne sopravvivono solo 50 esemplari). Si ricorda peraltro che, anche se manca l’atto formale, il Tribunale amministrativo del Lazio, con la sentenza n. 8640/2012 ha affermato che l’area contigua, visti i precedenti protocolli firmati tra Regione e Parco, è di fatto istituita per cui devono essere applicati i contenuti dell’art. 32 della Legge n. 394/91. È arrivato quindi il momento di definire in maniera chiara l’area contigua e i suoi confini, senza tentare accordi al ribasso. Il WWF ribadisce che è fondamentale un coordinamento tra le tre Regioni interessate dal Parco (Abruzzo, Lazio e Molise), in modo da garantire una gestione uniforme e condivisa dell’area contigua del PNALM, non solo rispetto all’attività venatoria, ma anche in riferimento agli altri settori su cui questo istituto va a incidere. In Abruzzo la perimetrazione dell’area contigua è stata definita con la Deliberazione di Giunta Regionale n. 480 del 5 luglio 2018: di fatto la sua gestione non è ancora partita, ma nel prossimo calendario venatorio non si potrà più rimandare la sua concreta applicazione. In Molise, invece, l’area contigua è stata definita e approvata già dal 2008, con la Deliberazione di Giunta regionale n. 802 del 29 luglio 2008. La salvaguardia dell’Orso bruno marsicano deve essere l’obiettivo principale e la guida per ogni decisione che riguardi la gestione del territorio, come l’ordinanza del Consiglio di Stato dello scorso dicembre ha ricordato a tutti: l’Orso è una specie protetta e l’interesse di conservare il suo habitat deve ritenersi prioritario, anche sulla “pretesa regionale di garantire più spazi e più occasioni di prelievo alla comunità dei cacciatori nell’esercizio dell’attività venatoria”. A ciò va aggiunto che va tenuta presente anche la sicurezza dei cittadini che sempre più numerosi scelgono di frequentare i sentieri delle aree all’interno e limitrofe al Parco: non si può rischiare di mettere in pericolo, come purtroppo la cronaca spesso ci racconta, chi ama la montagna e la natura e vuole passare il tempo libero, anche con la famiglia, all’aria aperta.

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Un grave incidente sull’A1 causa un morto e diversi feriti, a scatenarlo forse l’attraversamento di una famiglia di cinghiali. Margherita Aina, 4 gennaio 2019 – fonte.

È di poche ore fa la notizia dell’incidente sull’autostrada A1, tra Lodi e Casalpusterlengo, dove sono state coinvolte diverse auto, causando una decina di feriti, e dove un ragazzo ha perso la vita. Si sta ancora indagando sulla dinamica ma sembrerebbe che la causa scatenante sia stata l’attraversamento di una famiglia di cinghiali. Alcuni giornali oggi riportano la ricostruzione dell’incidente fatta dalla polizia stradale. Leggiamo sul Fatto Quotidiano che, secondo la ricostruzione, nello schianto sarebbero rimaste coinvolte tre macchine. Una prima auto avrebbe investito due cinghiali e si sarebbe fermata in strada, una seconda sarebbe arrivata travolgendo le carcasse degli animali e poi colpendo il primo veicolo fermo, mentre la terza vetturauna Polo, avrebbe investito uno dei conducenti sceso per strada, e poi si sarebbe scontrata con le due macchine già ferme. Il conducente di quest’ultima auto è morto sul colpo. L’incidente ha riportato in auge il dibattito sulla diffusione e la pericolosità di questi animali, più volte denunciata dalle associazioni di rappresentanza degli agricoltori, i primi a subire danni alle colture. People For Planet ha affrontato questi temi in diversi articoli. “Negli ultimi dieci anni – ha dichiarato la Coldiretti – il numero dei cinghiali presenti in Italia è praticamente raddoppiato. La sicurezza nelle aree rurali e urbane è a rischio per il loro proliferare con l’invasione di campi coltivati, centri abitati, strade ed anche autostrade dove rappresentano un grave pericolo per le cose e le persone. Non è quindi più solo una questione di risarcimenti ma è diventato un fatto di sicurezza delle persone che va affrontato con decisione. Ora – conclude la Coldiretti – non ci sono più alibi per intervenire in modo concertato tra Ministeri e Regioni ed avviare un piano di abbattimento straordinario senza intralci amministrativi”. Anche Confagricotura è intervenuta con le parole del presidente Massimiliano Giansanti, secondo il quale l’incidente “evidenzia quanto sia necessario intervenire con urgenza per limitare la proliferazione della fauna selvatica. Quanto successo è l’effetto del mancato controllo delle popolazioni di cinghiali che, nonostante gli appelli degli agricoltori, è stato sottovalutato”. Anche il WWF,  in una nota, ha espresso cordoglio per quanto accaduto e ha evidenziato l’effettiva proliferazione esagerata di questo tipo di animali, suggerendo però di affrontare la situazione in maniera non solo emergenziale ma regolando una situazione con una normativa: “attribuire al branco di cinghiali la diretta responsabilità dell’incidente è riduttivo e strumentale, dovranno essere infatti accertate le responsabilità del gestore dell’Autostrada A1 che doveva assicurare la sicurezza rispetto all’ingresso nell’asse viario di persone o animali controllando adeguatamente le recinzioni che di norma devono essere presenti lungo tutte le autostrade. Come devono essere accertate le dinamiche dello scontro e la velocità delle automobili coinvolte”, scrive l’associazione sul suo sito. “Se esiste un problema di squilibrio delle popolazioni di questa specie, ribadisce il WWF, la responsabilità è essenzialmente dell’uomo che per privilegiare specifici interessi economici e politici ha assecondato la volontà di una crescita incontrollata del cinghiale, diventata anche il pretesto per consentire la caccia di selezione all’interno delle aree naturali protette. Per il WWF serve senz’altro “un Piano straordinario per la gestione del cinghiale nel nostro paese che preveda interventi prioritari per mettere in sicurezza le strade a scorrimento veloce con maggior traffico veicolare, attraverso dissuasori e sistemi di allerta già sperimentati, interventi per la prevenzione dei danni alle colture agricole e un programma di contenimento del numero degli animali basato su censimenti seri ed attendibili e l’utilizzo di recinti di cattura in grado di assicurare un prelievo controllato e selettivo degli animali”. Il WWF conclude auspicando e riproponendo il coinvolgimento degli stessi agricoltori e rilanciando l’urgenza di una normativa nazionale sulla gestione della fauna selvatica non basata esclusivamente sull’attività venatoria, “che favorisca ed incentivi gli interventi di prevenzione dei danni all’agricoltura, la messa in sicurezza del sistema viario, ed agevoli il coinvolgimento degli agricoltori nella gestione delle popolazioni del cinghiale”.

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Roma, 14 gennaio 2019 – Il progetto internazionale per salvare questa specie rara e particolarmente protetta rischia di essere vanificato dai bracconieri.

Si chiamava “Dusti” ed è l’ultima vittima del bracconaggio: era un ibis eremita (specie rara e particolarmente protetta) che è stato ucciso in Toscana nei giorni scorsi. Dusti faceva parte del progetto internazionale Valdrappteam che prevede la migrazione controllata di questi rari uccelli per re-insegnare loro la rotta migratoria dopo che la specie era ad un passo dall’estinzione. Progetto al quale collabora da anni il WWF, che “ospita” gli animali nei mesi invernali nell’Oasi della laguna di Orbetello. Purtroppo non si tratta del primo individuo che viene ucciso dai bracconieri: prima di lui a dicembre sempre in Toscana sono stati impallinati mentre volavano assieme Theo e Frieda. Altri due ibis, Flaps e Don Muggele (il primo in Toscana, il secondo nel Lazio) sono scomparsi in circostanze sospette. Le indagini sono attualmente in corso. Il bracconaggio continua ad essere una vera e propria piaga per le specie protette ed in particolare per l’ibis eremita visto che gli sforzi del progetto per salvarlo rischiano di essere vanificati dai bracconieri. Il WWF intanto, attraverso il suo ufficio legale, sta preparando un esposto.

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TORDI E BECCACCE PER INGRAZIARSI I VOTI DEI CACCIATORI. MA LA NEVE BLOCCA LE DOPPIETTE… – Roma, 10 gennaio 2019

Per il secondo anno consecutivo la Regione Basilicata, con deliberazione del 28 dicembre 2018 (durante le vacanze natalizie, evidentemente ritenendo urgente ed improrogabile la questione) ha disposto il prolungamento della stagione venatoria per beccaccia e turdidi. Ancora una volta tale intervento viene adottato con modalità a dir poco discutibili. È evidente, infatti, come le tempistiche del provvedimento, emanato a pochi giorni dalla prevista chiusura del calendario venatorio, siano tali da rendere, di fatto, vana la proposizione di un ricorso all’autorità giurisdizionale finalizzato a dichiarare l’illegittimità della delibera medesima. Il contenuto del provvedimento è sostanzialmente identico, per contenuti e modalità di adozione, a quello già censurato dal Tribunale Amministrativo Regionale nel 2017 e confermato poi dal Consiglio di Stato. Si ricorda, peraltro, che la definizione del calendario venatorio e le sue eventuali estensioni temporali, non possono essere adottati in maniera arbitraria ma debbono presupporre una preventiva valutazione scientifica in ossequio a quando prescritto da ISPRA: valutazione che invece la Regione Basilicata continua sistematicamente a ignorare. La decisione di estendere il calendario venatorio, oltre ad essere illegittima, si pone in palese violazione con i principi di legalità e trasparenza dell’azione amministrativa in quanto è emanata con finalità elusive delle ordinarie procedure prescritte in materia a livello nazionale. Tali valutazioni sono poste a tutela della fauna che è patrimonio indisponibile dello Stato e per questo tutelata anche in sede penale. Una siffatta modalità di azione politico-amministrativa, non può quindi fare altro che comportare un illegittimo e reiterato danneggiamento di tale patrimonio.   In questi giorni il territorio lucano è per la maggior parte innevato. Proprio a causa della neve, che oggi è caduta copiosa, la caccia non è consentita, nonostante la proroga in vigore. Proprio questa situazione meteo rende ancora più necessaria e urgente la revisione della delibera da parte degli uffici preposti, essendo evidente che, in tali precarie condizioni, gli spazi vitali, sia per la beccaccia ma anche per i turdidi, si riducono sensibilmente, con il rischio di esporre tali specie, rese ancora più deboli e vulnerabili, ad una sicura e inutile mattanza, considerata anche l’esiguità dei controlli sul territorio, come peraltro avvenuto lo scorso anno e documentato sui social dagli stessi cacciatori. Un passo indietro da parte della Regione, insieme all’intensificazione dei controlli da parte delle autorità preposte, è, quindi, non solo opportuno ma necessario per tutelare la incolumità pubblica, fungendo da deterrente per coloro i quali, nonostante le avverse condizioni meteo, decidessero di avventurarsi nei boschi per esercitare l’attività venatoria. Per tutti questi motivi, attesa la grave e reiterata condotta tenuta dalla Regione Basilicata, in violazione di tutte le prescrizioni in materia, poste a tutela della fauna e degli habitat, la Lipu ed il WWF Italia si riservano di valutare la opportunità di agire anche in sede penale al fine di salvaguardare l’interesse primario costituito dalla tutela della fauna selvatica.

 

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SI CHIUDE CON PENE ESEMPLARI IL PRIMO GRADO DI GIUDIZIO SU SISTEMA CRIMINALE CONTRO FAUNA SELVATICA – Roma, 9 gennaio 2019

Il Tribunale di Reggio Calabria (sez. G.I.P. – GUP)  ha reso nota la sentenza emessa lo scorso 21 dicembre, in sede di giudizio abbreviato, che chiude il primo grado di giudizio a carico di otto persone accusate di far parte di un’associazione a delinquere, con proiezione transnazionale, finalizzata al traffico illecito di esemplari di volatili protetti e particolarmente protetti con lo scopo di alimentare il mercato illegale dell’avifauna viva per finalità di richiamo e i mercati illegali di quella morta. Il sistema criminale consentiva di catturare, per ogni postazione, non meno di 200/300 esemplari al giorno, per un valore sul mercato clandestino tra i 25 e i 100 euro, a seconda della specie: un cardellino, ad esempio, è stato venduto fino ad 50 euro, il prezzo del Verdone oscillava tra i 25 ai 50 euro; un Frosone dai 60 ai 100 euro; un Verzellino dai 25 ai 50 euro). L’avvocato Angelo Calzone, difensore del WWF Italia (che si era costituito parte civile nel processo, ha espresso piena soddisfazione per le severe condanne degli imputati, che hanno ricevuto pene, in alcuni casi, superiori ai tre anni e fino a 6000 euro di multa. La sentenza ha riconosciuto anche il danno subito dal WWF Italia e condannato gli imputati al pagamento delle spese processuali. Un riconoscimento per l’attività che il WWF Italia svolge dall’inizio degli anni ‘70 sul territorio calabrese e in particolare nella provincia di Reggio Calabria, per la protezione degli animali selvatici e dell’ambiente, attraverso i propri attivisti locali, le guardie volontarie ed i propri qualificati ed appassionati avvocati.  I reati per i quali gli imputati sono stati condannati (associazione a delinquere, maltrattamento di animali, ricettazione compiuti in modo massivo e in violazione della normativa), hanno rappresentano una grave minaccia alla biodiversità mentre l’alterazione delle relazioni esistenti tra le specie viventi e i loro habitat, causata dall’attività illecita, oltre a costituire un pericolo per l’equilibrio dell’ecosistema, ha comportato un danno incalcolabile al patrimonio ambientale.

 

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