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Archive for the ‘biodiversità’ Category

Con la petizione #RestoreNature entro il 5 aprile ognuno potrà mandare il suo messaggio all’Europa.

Firma qui: https://restorenature.eu/it. Roma, 1 aprile 2021 

La natura come la conosciamo sta scomparendo, e la causa è l’uomo con i suoi impatti insostenibili. Deforestazione, agricoltura intensiva e pesca eccessiva hanno spinto un milione di specie animali e vegetali sull’orlo dell’estinzione. Siamo nel mezzo di una sesta estinzione di massa, con specie che scompaiono ad un ritmo 100 volte maggiore del loro tasso naturale, e proprio davanti ai nostri occhi, con conseguenze disastrose per il nostro clima, la nostra salute e il nostro benessere. Proteggere ciò che resta è necessario, ma da solo non annullerà ciò che è stato fatto. Dobbiamo anche ripristinare la natura al suo stato precedente.  In Italia c’è ancora molto da fare a partire dal PNRR, in cui ancora non è stato chiarito quante e quali siano le risorse nella quota di almeno il 37% di interventi green da destinare alla biodiversità. Il WWF ha chiesto al Governo che si prevedano interventi per Riqualificare la Natura d’Italia, che favoriscano le connessioni ecologiche, tutelino e mettano in rete le aree di maggior pregio naturalistico del nostro Paese, a partire dalle aree protette, e valorizzino, quindi, le nostre aree interne, costiere e marine. La Commissione Europea ha promesso che proporrà una nuova legge per rendere il ripristino della natura legalmente vincolante per i paesi dell’UE. Ma ad oggi non esiste una definizione su ciò che questo effettivamente significhi. In questo momento, la Commissione UE sta chiedendo al pubblico di esprimere la propria opinione su come dovrebbe svolgersi il ripristino della natura in tutta l’UE, ma solo fino al 5 aprile 2021. BirdLife Europe, l’European Environmental Bureau e il WWF, tramite il suo European Policy Office hanno lanciato la campagna #RestoreNature, che chiede di ripristinare la natura in tutta Europa e di farlo adesso ora. Il messaggio delle organizzazioni alla Commissione europea è semplice: solo attraverso un cambiamento radicale e il ripristino degli ecosistemi terresti e marini, potremo riavere la biodiversità di cui abbiamo disperatamente bisogno. Recuperare la natura che abbiamo perso ci aiuterà a mitigare gli effetti della crisi climatica, a prevenire la futura diffusione di malattie e garantire la fornitura di servizi ecosistemici essenziali per la nostra vita. Firmando la petizione della campagna #RestoreNature su  QUESTO SITO, i cittadini possono chiedere che l’Unione Europea sviluppi una buona legge che possa aiutare a invertire il destino della natura in Europa, e che permetta di iniziare a ripristinare gli ecosistemi naturali. Si tratta della sopravvivenza delle nostre preziose zone umide, di torbiere, praterie, foreste, pianure alluvionali, fiumi e oceani. Ma si tratta anche del nostro clima, della nostra salute e del nostro futuro. La petizione contribuisce a raggiungere a livello europeo gli obiettivi della campagna ReNature Italy lanciata a febbraio da WWF Italia. 

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Dalle balene alle formiche, nel nuovo report del WWF Italia “Nature 4 Climate” gli eroi sconosciuti del clima. La loro scomparsa amplifica la crisi climatica e sottrae preziosi alleati per il nostro futuro sul Pianeta. Sabato 27 marzo torna L’Ora della Terra, l’evento WWF che invita tutti a spegnere le luci per un’ora, per lanciare un messaggio globale in protezione del Pianeta e per ridurre in nostro impatto sulla natura. Roma, 23 marzo 2021 

Cartella multimediale – https://www.dropbox.com/sh/jd9lvxmq5d2xj4d/AABxqzBMiMfwN6WMI9B3PEi0a?dl=0.

Clicca QUI per scaricare il report Nature 4 Climatehttps://www.dropbox.com/s/5ytm4mf8dbtxol7/Report%20Nature4ClimateDEF.pdf?dl=0.

“Anche se noi umani riuscissimo con azioni virtuose a ridurre sensibilmente i gas serra nell’atmosfera, non risolveremmo la crisi climatica se non avremo portato avanti in parallelo l’impegno per fermare la distruzione della natura”. Può suonare come una minaccia, ma il nuovo report del WWF Italia “Nature 4 Climate” mostra le enormi prospettive di “collaborazione” che esistono tra uomo e natura, nel contrasto al cambiamento climatico. Abbiamo visto quanto la crisi climatica possa impattare sugli equilibri del Pianeta mettendo a rischio le specie e gli ecosistemi naturali da cui dipendono la nostra salute e il nostro futuro. Ma insieme agli ecosistemi, anche le specie animali contribuiscono in maniera incredibile all’assorbimento della CO2 e sono grandi alleati dell’uomo per salvare il suo futuro e quello del Pianeta. Il nuovo report WWF viene lanciato oggi in vista del 27 marzo, giornata di Earth Hour, l’evento globale del WWF che invita tutti i cittadini del mondo a spegnere le luci per un’ora (dalle 20,30 locali) come gesto simbolico di attenzione per il Pianeta e propone le Nature based solutions come risposta vincente alla convivenza tra uomo e natura.

La comunità scientifica internazionale ci dice da anni che dobbiamo fare di tutto per contenere l’aumento medio della temperatura globale entro +1,5°C, se vogliamo scongiurare conseguenze drammatiche e imprevedibili. Questo significa che ci restano meno di una decina di anni per ridurre le emissioni globali nette di carbonio della metà. Ma anche se questo obiettivo, come tutti ci auguriamo, venisse raggiunto, non potremo risolvere la crisi climatica senza proteggere e, dove necessario, ripristinare gli ecosistemi naturali. Gli oceani, le foreste, la rete di acque dolci e salmastre che avvolge il Pianeta, le praterie marine e le savane, svolgono un ruolo cruciale nel determinare la composizione dell’atmosfera, regolare la temperatura della Terra, determinare il ciclo delle piogge, la concentrazione dell’umidità, l’intensità dei venti e tanto altro ancora. Oltre a tutto questo gli ecosistemi svolgono un ruolo cruciale nell’immagazzinare carbonio e sottrarre quindi CO2 all’atmosfera: le torbiere, ad esempio, sono il più cospicuo deposito naturale di carbonio contenendo più di 550 giga tonnellate di carbonio, pari al 42% di tutto il carbonio contenuto nel suolo; le foreste mantengono immagazzinate 289 miliardi di tonnellate di carbonio nella biomassa viva, nel legno morto, nella lettiera e nel suolo;   le praterie di posidonia stoccano una quantità di CO2 equivalente ad un intervallo tra l’11 e il 42% di quella prodotta dai Paesi del Mediterraneo a partire dalla rivoluzione industriale; lo stesso permafrost trattiene carbonio sotto forma di anidride carbonica e soprattutto metano. A questi dati si aggiunge un affascinante approfondimento: anche gli animali sono coinvolti nella regolazione del clima, contribuendo essi stessi a ridurre la quantità di CO2 in atmosfera o facilitando la rigenerazione di foreste e altri organismi in grado di fissare la CO2.  In questa prospettiva il contributo di alcune specie va ben al di là delle nostre aspettative e la loro riduzione o scomparsa potrebbe peggiorare ulteriormente la crisi climatica. Un esempio sono gli orsi e le martore (giapponesi) che nella stagione primaverile-estiva disperdono i semi lungo un gradiente altitudinale di diverse centinaia di metri. Quest’attività risulta essere particolarmente favorevole alle piante: il servizio offerto dagli animali permette loro infatti di colonizzare più velocemente quote più elevate, andando a bilanciare così la progressiva scomparsa dell’habitat alle quote inferiori, dovuta all’innalzamento delle temperature. In maniera più diretta invece operano le balene che in vita accumulano nei loro tessuti una quantità enorme di carbonio che, una volta morte, va a stoccarsi sul fondo degli oceani. Si calcola che ogni grande balena sequestri in media 33 tonnellate di CO2. Purtroppo oggi negli oceani rimane solo un quarto delle balene una volta presenti sul Pianeta. Le balene fertilizzano anche gli oceani, aumentando la produzione di fitoplancton, che non solo contribuisce a fornire almeno il 50% di tutto l’ossigeno dell’atmosfera, ma anche a sequestrare circa 37 miliardi di metri cubi di CO2, circa la quantità di CO2 catturata da 1,7 trilioni di alberi: più o meno l’equivalente di 4 foreste amazzoniche. I ricercatori hanno inoltre valutato che gli animali, influendo in maniera diretta o indiretta sui loro habitat, possono aumentare o diminuire i tassi dei processi biogeochimici (come ad esempio l’assorbimento di CO2) dal 15% al 250%. Ne sono un esempio straordinario le formiche, la cui presenza accelererebbe l’assorbimento naturale della CO2 nei suoli, di ben 335 volte rispetto ad ambienti in cui questi insetti sono assenti. Nel Serengeti, ad esempio, la decimazione degli gnu avvenuta nella metà del secolo scorso portò ad un significativo aumento della vegetazione, e conseguentemente degli incendi che ogni anno consumavano l’80% dell’ecosistema. Questo determinava un significativo rilascio netto di CO2 nell’atmosfera; quando la gestione delle malattie degli gnu e gli sforzi anti-bracconaggio, insieme ad alcuni interventi di reintroduzione locali, hanno aiutato le popolazioni animali a recuperare, sono diminuiti gli incendi e una quota maggiore del carbonio immagazzinato nella vegetazione è stato consumato dagli gnu e rilasciato come letame (anziché come CO2 durante gli incendi), mantenendo il carbonio nel sistema e ripristinando l’ecosistema del Serengeti come un importante serbatoio di CO2. Fra gli eroi sconosciuti del clima terrestre ci sono anche i copepodi (minuscoli crostacei acquatici simili a gamberetti), che rimuovono grandi quantità di carbonio dai corpi d’acqua; gli elefanti, veri e propri “giardinieri” giganti, che non solo disperdono e aiutano la germinazione di molti semi, ma aiutano anche la rigenerazione degli alberi a maggiore capacità di accumulo di carbonio. Chissà quante altre relazioni cruciali esistono tra gli animali e il loro ambiente che ancora non conosciamo. Quello che però sappiamo è che il cambiamento climatico sta indebolendo la capacità dell’ambiente di mitigare ulteriori effetti del cambiamento climatico su vaste aree del Pianeta e anche la scomparsa di animali selvatici sembrerebbe di fatto rafforzare la crisi climatica, riducendo la capacità degli ecosistemi di adattarsi ai rapidissimi cambiamenti in corso. “È necessario adottare subito soluzioni di collaborazione uomo-natura”, afferma Alessandra Prampolini Direttore Generale di WWF Italia. “In questo ambito le Nature-based solutions, soluzioni basate sulla natura, mirano a proteggere, gestire in modo sostenibile e ripristinare gli ecosistemi naturali per produrre benessere per il Pianeta e le persone e sono la soluzione alla lotta alla crisi climatica. Ognuno di noi è chiamato a dare il suo contributo per invertire il trend di perdita di biodiversità in cui siamo entrati da decenni. Earth Hour è l’occasione giusta per dimostrare con un gesto semplice il nostro impegno per il Pianeta e per le generazioni future”.

EARTH HOUR 2021 – Il WWF invita tutti i cittadini del mondo a dare il proprio contributo con un semplice ma importante gesto simbolico: partecipare a Earth Hour spegnendo le luci per un’ora alle 20,30 di sabato 27 marzo e dimostrando il proprio impegno nella lotta al cambiamento climatico. Per tutta la settimana che precede Earth Hour, il consiglio è di seguire il sito wwf.it e i canali social del WWF Italia, dove saranno condivisi tanti contenuti informativi e di intrattenimento a questo evento globale. Sui canali social di WWF verranno raccontate anche le storie degli Earth Heroes: persone che in tutto il mondo hanno trovato soluzioni semplici e costruttive di salvaguardia della natura. La pagina wwf.it/ecotips diventerà il punto di approdo per coloro che vorranno partecipare alla sfida lanciata da WWF su Instagram, con una serie di consigli utili per fare le scelte di comportamento più giuste per la natura, nella vita di tutti i giorni. A partire da lunedì fino a fine settimana, ogni giorno WWF offrirà diversi consigli nei vari ambiti della vita: mobilità green, abbigliamento a basso impatto, alimentazione sostenibile, riduzione dell’inquinamento, abitare green. Accanto al WWF Italia quest’anno c’è anche RDS 100% Grandi Successi che, come radio partner dell’evento Earth Hour 2021, promuoverà l’iniziativa su suoi canali dal 22 al 27 marzo. RDS 100% Grandi Successi è da sempre attenta a sostenere con la sua grande visibilità cause sociali ed ecologiche, sensibilizzando i propri ascoltatori su temi importanti come quelli evidenziati dal WWF. Gallery fotografica – https://www.dropbox.com/sh/hn6gpg7ansgwgej/AABVaUvRlnsFyQ1EkyQm_ZVMa?dl=0.

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Più della metà delle aree protette dell’Africa e un quarto di quelle dell’Asia sono state costrette a fermare o ridurre le azioni di conservazione. Fra gli scritti nel nuovo numero della rivista PARKS anche il contributo di tanti esperti WWF. Roma, 11 marzo 2021

Cartella multimediale – https://www.dropbox.com/sh/a9v7zz7z761rmmx/AAAwGhxWEGxmiUwjoc82Znata?dl=0.

La pandemia ha avuto un impatto significativo sulla conservazione della natura in tutto il mondo, compresa la perdita di posti di lavoro tra i ranger delle aree protette, la riduzione delle pattuglie anti-bracconaggio e i tagli alla protezione ambientale. A mostrarlo una raccolta di nuove ricerche pubblicate oggi dall’IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) in un numero speciale di PARKS, la rivista dell’IUCN sulle aree protette, che deriva da un’iniziativa della Task Force COVID-19 e Aree Protette della Commissione Mondiale IUCN sulle Aree Protette. Il numero raccoglie saggi scritti da circa 150 autori, tra cui Yolanda Kakabadse, ex presidente del WWF; l’ex presidente della Colombia e vincitore del premio Nobel per la pace, Juan Manuel Santos; l’ex presidente dell’Irlanda ed ex Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Mary Robinson; il biochimico e vincitore del premio Nobel per la medicina, Sir Richard Roberts, e altri esperti WWF. Le ricerche evidenziano come più della metà delle aree protette dell’Africa e un quarto di quelle dell’Asia siano state costrette a fermare o ridurre le azioni di conservazione, come ad esempio la presenza di pattuglie sul campo e le operazioni anti-bracconaggio, ma anche l’educazione alla conservazione e la divulgazione. In Brasile si stima che la riduzione del numero di visitatori porti potenzialmente a una perdita di 1,6 miliardi di dollari per le imprese che lavorano direttamente e indirettamente con il turismo intorno alle aree protette, mentre in Namibia – secondo le prime stime – le riserve naturali potrebbero perdere 10 milioni di dollari di entrate dirette dal turismo. La pandemia ha colpito anche i mezzi di sussistenza dei ranger delle aree protette e delle loro comunità. Un’indagine sui ranger in più di 60 paesi ha rilevato che più di un ranger su quattro ha visto il proprio stipendio ridotto o ritardato, mentre il 20% ha riferito di aver perso il lavoro a causa dei tagli di bilancio legati alla pandemia. I ranger dell’America Centrale e dei Caraibi, del Sud America, dell’Africa e dell’Asia sono stati colpiti più fortemente dei loro colleghi in Europa, Nord America e Oceania, dove la maggior parte delle aree protette sono state in grado di mantenere le operazioni principali nonostante le chiusure forzate e le perdite delle entrate legate al turismo. Per quanto l’impatto di queste cifre sia sconcertante e di vasta portata, questa edizione di PARKS rivela anche come almeno 22 paesi abbiano proposto o promulgato dei tagli ai bilanci di conservazione in seguito all’emergenza da COVID-19, azione che va a minare una rete di protezione per molte delle comunità colpite e uno dei nostri più forti alleati contro la diffusione di future pandemie: la natura. “La pandemia da COVID-19 è stata una tragica dimostrazione del nostro rapporto malato con la natura e la prova che abbiamo ancora molta strada da fare. Continuiamo a distruggere la natura quando la scienza mostra chiaramente che dobbiamo agire con urgenza per proteggerla e conservarla, sia perché rappresenta un’ancora di salvezza per le comunità colpite, sia perché è uno dei nostri più forti alleati contro future epidemie zoonotiche. I leader globali devono imparare la lezioni dettata da questa crisi e intensificare il sostegno e gli investimenti per le aree protette, rafforzando gli aiuti alle comunità locali e le popolazioni indigene che da queste dipendono e le salvaguardano”, afferma Mariana Napolitano Ferreira, responsabile scientifico del WWF-Brasile. Questa edizione speciale di PARKS mette in luce come, a più di un anno dallo scoppio della pandemia – che ha radicalmente alterato la vita delle persone, le società e le economie – i piani economici post-COVID e le politiche, continuino a gravare sulla natura invece di sostenerla. Mentre la natura è una delle nostre più forti e migliori speranze contro future pandemie, così come contro la crisi climatica. Nel saggio The drivers and causes of zoonotic diseases, gli autori, guidati da Mariana Napolitano Ferreira del WWF, forniscono una panoramica basata su ricerche scientifiche, di come le aree protette potrebbero giocare un ruolo significativo nel minimizzare la minaccia di ‘spillover’ di virus – esattamente come il COVID-19 – dal mondo naturale alle persone; tutto questo affrontando il cambiamento di uso del territorio e regolando il commercio di fauna selvatica. Poichè gli impatti del COVID-19 stanno colpendo duramente comunità che dipendono dalla natura e dalla sua conservazione, come dettagliato nel saggio a cui ha contributo il WWF “A Global overview and regional perspectives e Tourism in protected and conserved areas amid the COVID-19 pandemic”, i piani per ricostruire meglio devono prendere in considerazione sia la natura sia le comunità più fragili e a rischio. Raccomandazioni su come farlo efficacemente nell’ambito della conservazione marina, nonché il ruolo straordinario dei ranger, sono ben delineati nei contributi “Marine protected and conserved areas in a post-COVID-19 world” (Aree marine protette e conservate in un mondo post-COVID-19) e “Impact of the COVID-19 pandemic on rangers and the role of rangers as a planetary health service” (Impatto della pandemia COVID-19 sui ranger e il ruolo dei ranger come servizio sanitario planetario).

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COVID: WWF, UNA NATURA IN SALUTE È LA MIGLIORE ASSICURAZIONE PER LA NOSTRA SALUTE. NEGLI ULTIMI 40 ANNI IL NUMERO DI ZOONOSI È QUASI TRIPLICATO: OGGI RAPPRESENTANO IL 60% DELLE MALATTIE INFETTIVE CONOSCIUTE E IL 75% DI QUELLE EMERGENTI. LE RADICI NEL NOSTRO RAPPORTO SBAGLIATO CON LA NATURA. Roma, 9 marzo 2021

Cartella multimediale – https://www.dropbox.com/sh/5uh7upyzwqf7p0k/AAB7NpmqDzsNKJ9FYbZ7Kym7a?dl=0.

È passato un anno dall’annuncio che ha cambiato le nostre vite, quello con cui il governo decise di bloccare la vita del Paese per salvaguardare la salute dei cittadini e provare ad arginare una pandemia (due giorni dopo l’OMS l’avrebbe certificata come tale) che ancora non siamo riusciti a cacciare via dal nostro presente. Per quanto la situazione continui ad essere gravissima, con la penisola che è tornata a colorarsi di rosso e restrizioni che si annunciano via via crescenti, la situazione oggi è molto diversa da quella di un anno fa: finalmente ci sono i vaccini, che rappresentano una robusta iniezione di fiducia per superare una emergenza che sembra non aver fine. Proprio in questo anniversario il WWF ha deciso di richiamare l’attenzione tra il legame che esiste tra la salute della natura e quello del genere umano, evidenziando come un rapporto “malato” con l’ambiente che ci circonda e con le specie che lo popolano, siano, spesso, alla base di epidemie e pandemie. Con oltre 2,5 milioni di morti nel mondo (di cui circa 100 mila in Italia), il COVID-19 è diventata una tra le epidemie più letali della storia: ma non è la prima e, purtroppo, rischia di non esser l’ultima. In meno di 20 anni, si sono verificate altre tre gravi epidemie che hanno toccato la popolazione umana: nel 2003 è comparsa la SARS, nel 2009 si è diffusa una epidemia di influenza aviaria H1N1 e nel 2012 è comparsa la MERS. E ancora, Ebola, Zika, HIV/AIDS, febbre del Nilo occidentale sono altre gravissime epidemie degli ultimi decenni. Sebbene siano emerse in diverse parti del mondo, tutte queste malattie epidemiche hanno una caratteristica in comune: sono quelle che gli scienziati chiamano “zoonosi”, malattie presenti negli animali che hanno fatto il cosiddetto “salto di specie” (o “spillover”) verso l’uomo. Oggi, le zoonosi rappresentano il 60% delle malattie infettive conosciute e il 75% delle malattie infettive emergenti. Il numero di zoonosi trasmesse da animale a uomo è quasi triplicato negli ultimi 40 anni, complice l’azione dell’essere umano sull’ambiente. La pandemia provocata dal COVID-19 ha permesso di capire quanto i sistemi naturali siano indispensabili per proteggere la nostra salute e per ridurre la diffusione di pericolose malattie. L’equazione è semplice: più distruggiamo la natura, più rischiamo di scatenare malattie infettive ricorrenti ed emergenti. Gli ecosistemi sani, grazie ai complessi meccanismi che mantengono l’equilibrio tra le varie specie e con l’ambiente, hanno infatti un ruolo importantissimo nel regolare la trasmissione di malattie, siano esse batteriche, virali o trasmesse da altri agenti patogeni, .  Quando l’uomo interviene su questi equilibri, alterandoli, aumenta il rischio di trasmissione di malattie che possono facilmente trasformarsi in epidemie o pandemie. Quando abbattiamo foreste, prosciughiamo habitat di acqua dolce, cancelliamo ecosistemi naturali, spingiamo gli animali in aree sempre più frammentate, li cacciamo, traffichiamo, sottoponiamo a stress, alteriamo gli equilibri naturali favorendo il salto di specie dei virus e la trasmissione di altri patogeni.

Il fronte della minaccia. Gli esperti che hanno redatto il recente rapporto IPBES stimano che ci siano circa 1,7 milioni di virus che circolano fra mammiferi e uccelli, e di questi circa la metà potrebbe avere la capacità di trasferirsi all’uomo. 

Secondo l’OMS, nonostante siano ormai descritte oltre 200 patologie di origine animale (alcune delle quali note da secoli), le zoonosi rappresentano oggi più che mai una minaccia significativa per la salute pubblica. Le zoonosi emergenti sono quelle che più preoccupano l’umanità perché compaiono ad un ritmo che non ha precedenti nella nostra storia umana e perché hanno un impatto importante sulla salute umana, sui sistemi sociali e quelli economici. Un recente articolo rileva come, dal 1940 ad oggi, i cambiamenti nelle pratiche agricole siano associabili ad un aumento del 25% di tutte le malattie infettive e un aumento del 50% di quelle zoonotiche, percentuali che probabilmente aumenteranno con l’ulteriore espansione e intensificazione dell’agricoltura e dell’allevamento.

Quanto costa non prevenire le pandemie? Sempre secondo l’IPBES (vedi sopra) si stima che i costi di prevenzione delle pandemie siano 100 volte inferiori al costo di risposta alle epidemie. Rispondere alle malattie o peggio, alle epidemie, dopo la loro comparsa, ricorrendo a misure di salute pubblica, soluzioni tecnologiche e in particolare alla ricerca, preparazione e alla distribuzione di nuovi vaccini e terapie, è molto dispendioso e lento; comporta inoltre una diffusa sofferenza umana, oltre a decine di miliardi dollari l’anno di danni all’economia globale. Ingenti sono anche i costi indiretti connessi con la riduzione delle attività aziendali e con altri impatti ambientali associati ad un evento epidemico. Vanno tenuti anche in considerazione gli alti costi di altre possibili misure da adottare all’insorgenza di un focolaio, come l’abbattimento di animali da allevamento e selvatici. Il rischio di pandemie future può essere notevolmente contenuto, riducendo drasticamente gli effetti della lunga lista di fattori e attività umane che causano la perdita di biodiversità, aumentando il livello di conservazione della natura e diminuendo lo sfruttamento insostenibile delle regioni del Pianeta ad alta biodiversità e ricordandoci, come sintetizzato da Papa Francesco, che “non possiamo illuderci di rimanere sani in un Pianeta malato”.

Ecco alcune soluzioni per contenere il rischio, alcune delle quali rilanciate con la campagna ReNature promossa dal WWF, che prevede azioni concrete per rigenerare la natura entro i prossimi 10 anni. Proteggere gli ultimi ecosistemi naturali, in particolare quelli a maggiore biodiversità. Ridurre i meccanismi che contribuiscono alla loro distruzione, tra cui agricoltura e allevamenti intensivi. Modificare le nostre abitudini di consumo, scegliendo prodotti a minore impatto sulla biodiversità. Ricostruire le connessioni e gli equilibri ecologici sul pianeta. Applicare in maniera efficace e diffusa l’approccio One Planet Health.

Per approfondire. La relazione tra ambiente, biodiversità, società umana e malattie zoonotiche è molto complessa, come analizzato nel report del WWF “Pandemie, l’effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi. Tutelare la salute umana conservando la biodiversità” e nel rapporto UNEP “Preventing the next pandemic”. Mentre gli animali selvatici possono essere un naturale serbatoio di malattie, anche gli animali domestici possono essere dei pericolosi amplificatori di patogeni generatesi in natura. La cosa importante da considerare è tuttavia che la gran parte delle malattie infettive, che originino da animali selvatici o da animali domestici, da piante o da altre persone, sono favorite da attività umane – come l’agricoltura intensiva, l’uso insostenibile o illegale della fauna selvatica, la distruzione e la trasformazione di ecosistemi naturali – producendo effetti spesso imprevedibili. Secondo uno studio pubblicato su Nature (Keesing et al. “Impacts of biodiversity on the emergence and transmission of infectious diseases.”, 2010) quasi il 50% delle malattie zoonotiche emergenti è in qualche modo collegato alla trasformazione di uso del suolo, ovvero alla distruzione degli ecosistemi naturali.

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Salviamo le api e gli altri impollinatori. Progetto di educazione ambientale del WWF Italia e Ministero della Transizione ecologica dedicato alle api domestiche e selvatiche. Sarà realizzato in 9 comuni della provincia di Ancona.

Roma, 8 marzo 2021 – Dopo una pausa imposta dall’emergenza sanitaria riparte il progetto dedicato alle api domestiche e selvatiche presentato dal WWF Italia nell’ambito del bando 2019 per l’educazione ambientale del Ministero della Transizione Ecologica (ex Ministero dell’Ambiente). Primo incontro online previsto il 9 marzo, alle ore 17.00, con il Prof. Giovanni Burgio, docente di Entomologia generale ed applicata all’Università degli Studi di Bologna, sul tema “I Sirfidi: biodiversità e conservazione”. Il progetto, realizzato con la collaborazione della Riserva Naturale Regionale Ripa Bianca di Jesi, del Centro di Educazione Ambientale “Sergio Romagnoli e con il contributo dei Carabinieri Forestali, si svolgerà nell’area ad elevato rischio di crisi ambientale delle Marche (AERCA), coinvolgendo 9 Comuni della Provincia di Ancona: dal capoluogo Ancona, ai Comuni di Falconara Marittima, Montemarciano, Chiaravalle, Monte San Vito, Monsano, Jesi, Agugliano e Camerata Picena. L’obiettivo generale è aumentare la comprensione del valore del nostro capitale naturale e dei servizi ecosistemici forniti dagli insetti impollinatori, il loro ruolo per la nostra economia e per la valutazione della qualità dell’ambiente; sensibilizzare gli alunni e le loro famiglie sulle cause del loro declino dovuto all’inquinamento dell’ambiente, ai cambiamenti climatici e all’uso di prodotti chimici in agricoltura. Il progetto inoltre intende coinvolgere il mondo della scuola primaria (alunni ed insegnanti) e le loro famiglie sul tema degli impollinatori e le cause della loro scomparsa, trasmettere buone pratiche ed atteggiamenti personali e collettivi che possano dare un contributo concreto per la salvaguardia delle api domestiche e selvatiche e altri impollinatori. Oltre ad interventi di esperti nel corso di formazione per educatori e docenti con webinar on line, sono previste visite guidate agli apiari della Riserva Naturale Ripa Bianca di Jesi, con laboratori rivolti alle famiglie, tutte attività al momento sospese a causa dell’emergenza sanitaria con la dichiarazione della Provincia di Ancona in zona rossa. Tutte le attività in presenza saranno programmate nei prossimi mesi in relazione alla concessione di una nuova proroga del progetto da parte del Ministero e all’evoluzione della pandemia. Il progetto prevede anche la realizzazione nelle aree verdi delle scuole coinvolte dei 9 Comuni, nell’azienda agricola fattoria didattica e sociale “L’Asino che ride” a Massignano di Ancona, all’interno del Parco Naturale Regionale del Conero, presso la Riserva Naturale Regionale Ripa Bianca di Jesi di una “Casa delle Api e altri impollinatori” con la collocazione di “Bee Hotel” (strutture artificiali per le api selvatiche), semina di fiori nettariferi e pannelli didattici sugli impollinatori. Oggi il progetto “Bee Safe” diventa anche una risposta resiliente all’emergenza sanitaria per il Covid che sta paralizzando le attività educative in tutto il Paese, in particolare nella Provincia di Ancona dopo la dichiarazione di “zona rossa”. Un valore aggiunto dell’area ad elevato rischio di crisi ambientale è la presenza della Riserva Naturale Regionale Ripa Bianca di Jesi, sito Natura 2000, dove opera anche il Centro di Educazione Ambientale “Sergio Romagnoli”, che ha già realizzato in passato importanti attività di monitoraggio ambientale con le api ed ospita al suo interno un apiario didattico e 10 km di fasce inerbite per gli impollinatori realizzati dagli agricoltori grazie al piano di gestione del sito Natura 2000 e l’utilizzo di una apposita misura del Piano di Sviluppo Rurale della Regione Marche. Sul nostro Pianeta sono oltre 20.000 le specie di api selvatiche che garantiscono il servizio ecosistemico dell’impollinazione,  fondamentale per l’economia umana, ma più del 40% degli insetti impollinatori sono a rischio di estinzione a livello globale, in particolare api, sirfidi e farfalle. Quasi il 90% di tutte le piante selvatiche con fiore dipendono dall’impollinazione animale, l’80% di 1400 piante che nel mondo producono cibo e prodotti dell’industria richiede l’impollinazione da parte non solo di api domestiche e selvatiche, ma anche vespe, farfalle, falene, coleotteri, uccelli, pipistrelli ed altri vertebrati. Insieme garantiscono l’impollinazione dei fiori da cui dipende il 35% della produzione agricola mondiale, con un valore economico stimato ogni anno di oltre 153 miliardi di euro a livello globale e 22 miliardi di euro in Europa. Parlare di impollinatori significa quindi parlare di biodiversità, sicurezza alimentare, agricoltura sostenibile e agrobiodiversità, cambiamenti climatici, inquinamento, ecosistemi, monitoraggio ambientale. Questo progetto del WWF Italia è collegato anche alla Campagna ICE per la tutela delle api e degli agricoltori che prevede la raccolta di almeno 1 milione di firme in 7 paesi dell’Unione Europea, entro giugno 2021, per sostenere gli obiettivi delle due Strategie UE “Farm to Fork” e Biodiversità 2030 e chiedere alla Commissione e al Parlamento europei la promozione di una transizione dell’agricoltura, in coerenza con il Green New Deal. E’ possibile firmare per l’ICE sul sito del WWF Italia a questo link. Maggiori informazioni sul progetto Bee Safe sono disponibili su questa pagina del sito WEBhttps://www.wwf.it/bee_safe/.

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L’8 marzo è la festa della donna. Storie sul campo per raccontare l’impegno delle donne nella tutela dell’ambiente. 

Roma, 8 marzo 2021 – Foto – https://www.dropbox.com/login?cont=https%3A%2F%2Fwww.dropbox.com%2Fhome%2F2021%2FWomen%2520Day%25202021.

La natura è madre, donna. E sono tantissime le donne nel mondo che hanno scelto di impegnarsi per la sua tutela. Dall’etologa Jane Goodall che ha dedicato la sua vita alla ricerca sugli scimpanzé e alla protezione degli animali; alla giovane Greta Thunberg, che da sola ogni venerdì scioperava per il clima e che a 16 anni ha iniziato a parlare della crisi climatica davanti ai politici di tutto il mondo, mettendoli con coraggio davanti alle loro responsabilità per garantire un futuro alle giovani generazioni. Dalla biologa Rachel Louise Carson che negli anni 40 iniziò a studiare i pesticidi e lanciò il movimento ambientalista negli Stati Uniti con il suo “Primavera silenziosa”, fino all’attrice premio Oscar Jane Fonda, che a oltre 80 anni ancora oggi protesta per chiedere azione contro i gas serra e non perde occasione per evidenziare la stretta correlazione fra crisi climatica e salute umana. Sono tante le eroine che alzano la voce per proteggere la natura e ognuna di loro rappresenta anche le migliaia di donne e ragazze che ogni giorno, attraverso le loro professionalità, si occupano di ambiente. In Italia sono tante le donne del panda impegnate sul campo, ecco solo alcune delle loro storie: Giulia Prato e Claudia Scianna, del Programma Mare WWF, sono in contatto ogni giorno con uno dei settori maschili per eccellenza, quello della pesca e dei pescatori. Con il dialogo e la competenza, magari superando le diffidenze iniziali, lavorano per coinvolgere i pescatori nella tutela del mare, e farne degli alleati.  A difesa delle tartarughe marine in Sicilia c’è Oleana Prato, volontaria del WWF, che solo la scorsa estate ha censito e in molti casi gestito, fino alla schiusa, ben 72 nidi lungo le coste siciliane, pari al 29% di tutte le nidificazioni italiane, assicurando oltre 3100 piccoli nati alla biodiversità marina. Impegnata nella ricerca sui cetacei a bordo delle Vele del Panda con WWF Travel, la giovane etologa Laura Pintore, nella stagione 2020 in 23 giornate di monitoraggio ha censito 32 cetacei ma anche individui di Caretta caretta, mobula, verdesca e pesce spada. L’attività riprenderà nella prossima estate e unirà turismo a citizen science per la salvaguardia di delfini e balene del Santuario dei cetacei. In Abruzzo c’è un’Oasi da sempre tutta al femminile, è l’Oasi delle Gole del Sagittario. Dopo Filomena Ricci, oggi Delegato Regionale del WWF, il testimone è passato da un paio d’anni a SeforaInzaghi. Leggi la sua storia

https://www.wwf.it/abruzzo/?56421/Sefora-Inzaghi-la-donna-dei-lupi-degli-orsi-e-delle-montagne.

Leggi la storia di Greta Francesca Iori, esperta di anti-bracconaggio in Africa

https://www.wwf.it/news/notizie/?56422/Greta-Francesca-Iori-esperta-di-anti-bracconaggio.

In Umbria due guardie volontarie WWF le storie di Fiametta Cotti e Concetta Pazienza

https://www.wwf.it/news/notizie/?56423/Guardie-WWF-al-femminile.

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Fino al 140% l’aumento di specie pregiate come il tonno rosso: è uno degli effetti 30×30 indicato dal nuovo studio WWF. Roma, 25 febbraio 2021 Cartella –

https://www.dropbox.com/sh/wd2wferz9egtwzg/AABXSmddtgb3AOEc9J6D0gkaa?dl=0.

Gli stock ittici del Mediterraneo, inclusi quelli di grande valore commerciale di nasello e cernia, potrebbero rigenerarsi se il 30% del mare venisse protetto efficacemente [1]. Considerando che ad oggi, solo il 9,68% del Mar Mediterraneo è indicato come ‘protetto’ e che solo l’1,27% è effettivamente tutelato, c’è ancora molto lavoro da fare. Il nuovo report del WWF “30 per 30: Possibili scenari per rigenerare la biodiversità e gli stock ittici nel Mediterraneo” indica gli scenari per l’attività di conservazione nel Mar Mediterraneo, analizzando i benefici che l’interruzione della pesca insostenibile e della pesca illegale, e di altre attività dannose in aree selezionate, porterebbe alla biodiversità marina e alle popolazioni ittiche. Lo studio è stato condotto in collaborazione con i ricercatori del CNRS-CRIOBE Francese, l’Ecopath International Initiative e l’ICM-CSIC Spagnolo. L’analisi scientifica [2] ha evidenziato che nei prossimi anni, se la pesca insostenibile e le altre attività industriali proseguiranno agli stessi livelli di oggi, gli stock ittici nel Mediterraneo continueranno a diminuire [3]. In contrasto a questo trend, il report conferma che la protezione efficace di specifiche aree, fino a raggiungere il 30% del Mar Mediterraneo, unita alla gestione sostenibile delle attività economiche nella restante parte del bacino [4], garantirebbe l’aumento di questi stessi stock ittici commerciali e una ripresa significativa dell’intero ecosistema marino. I risultati dello studio, inoltre, mostrano che le catture degli sparidi (come saraghi, dentici, etc) potrebbero aumentare del 4-20% e quelle dei grandi pesci demersali (che vivono sui fondali) di interesse commerciale (ad esempio il nasello) fino al 5%. Nel Mediterraneo Occidentale, per cui sono disponibili più dati scientifici, l’analisi mostra aumenti potenziali degni di nota: la biomassa di predatori come gli squali potrebbe aumentare fino al 45%, mentre la biomassa di specie commerciali come le cernie potrebbe aumentare del 50% e il nasello potrebbe perfino raddoppiare la sua biomassa. Anche il tonno rosso, la popolazione più iconica e commercialmente importante del Mediterraneo, potrebbe potenzialmente rigenerare la sua biomassa fino a un aumento record del 140%. Marina Gomei, del WWF Mediterranean Marine Initiative, ha dichiarato: “Oggi abbiamo la prova scientifica che la protezione di aree chiave del Mediterraneo è un modo efficace per ricostituire gli stock ittici più importanti e fermare la drammatica perdita di specie e habitat che sta minacciando il nostro mare. Queste aree marine hanno un enorme potenziale per sostenere il settore della pesca e le economie locali, già ampiamente colpite dalla pandemia da COVID19, e aumentare la nostra resilienza contro il cambiamento climatico. Il prossimo decennio deve vedere il Mar Mediterraneo di nuovo al centro delle agende ecologiche ed economiche dei nostri governi se vogliamo assicurare un futuro per il quasi mezzo miliardo di persone che vivono nella regione”. A fine 2021, ci si aspetta che i leader mondiali adottino un nuovo Piano Globale post-2020 per la Biodiversità per fermare e invertire la perdita di Natura. Più di 50 Paesi, inclusa l’Italia, hanno già chiesto un impegno per proteggere il 30% del Pianeta entro il 2030. Questo impegno dovrebbe poi essere applicato dai Paesi Mediterranei nel Piano regionale per la biodiversità da adottare a dicembre alla 22° Conferenza delle Parti della Convenzione di Barcellona. A tal fine, il WWF chiede [5] a tutti i governi Mediterranei di sviluppare tempestivamente dei piani di azione regionali e nazionali più ambiziosi per fornire una protezione adeguata al Mar Mediterraneo.

ITALIA AL CENTRO DELLA STRATEGIA DI TUTELAL’Italia in particolare è una delle nazioni con la maggiore responsabilità per il raggiungimento degli obiettivi al 2030 nel Mediterraneo, poiché le sue coste sono lambite da 3 delle 6 aree che, se protette, si prevede forniscano i maggiori benefici di conservazione: Mediterraneo nord-occidentale, Canale di Sicilia e Mare Adriatico. Nel nostro Paese però molto deve essere ancora fatto: secondo l’analisi condotta nel 2019 da WWF infatti, soltanto l’1,67 % delle aree marine a vario titolo protette italiane, incluse AMP e siti Natura2000, sono gestite in modo efficace attraverso piani di gestione implementati (Gomei et al.2019).

I 4 PASSI FONDAMENTALI – Quattro sono le azioni che il nostro Paese deve necessariamente compiere entro il Super Year se intende mantenere gli impegni presi al 2030. Il WWF chiede, infatti, che l’Italia dimostri l’impegno preso al 2030  con 4 azioni concrete  immediate, volte in primo luogo ad aumentare l’efficacia di gestione delle aree marine protette esistenti (6):  1) identificazione , tramite Direttiva ministeriale, di obbiettivi SMART (Specifici, Misurabili, Realizzabili, Rilevanti, Temporizzabili) per tutte le AMP, da definire con il sostegno del Ministero dell’Ambiente e di ISPRA o enti di ricerca analoghi, per aumentarne l’efficacia nella conservazione degli ecosistemi marini 2)  identificazioni di obbiettivi SMART per tutti i siti Natura 2000, da parte degli enti preposti alla loro gestione, per aumentarne l’efficacia nella conservazione degli ecosistemi marini e per contribuire al raggiungimento del Buono Stato Ambientale 3) eliminazione delle attività illegali, ancora troppo diffuse nelle AMP e nei siti Natura 2000 4)  formalizzazione a livello nazionale di sistemi locali di cogestione per condividere la responsabilità dell’identificazione e gestione delle aree protette e delle risorse naturali tra i diversi portatori di interesse, compresi i pescatori artigianali, valorizzando la piccola pesca come opportunità di presidio e gestione.

Note: [1] Il WWF e altre Parti stanno chiedendo un network efficace di Aree Marine Protette (AMP) e di altre misure efficaci per la conservazione basate sulla protezione dello spazio marino (Other Effective area based Conservation Measures, OECMs) per conservare il 30% del Mar Mediterraneo entro il 2030. La differenza tra aree protette e OECM è che se l’obiettivo primario delle aree protette è la conservazione, le OECM forniscono un’efficace conservazione della biodiversità in situ indipendentemente dai propri obiettivi (IUCN-WCPA, 2019). Per esempio, la chiusura alla pesca commerciale in una determinata area, stabilita attraverso un piano di gestione a lungo termine, e l’ottenimento di risultati positivi per la biodiversità possono essere classificati come una OECM, contribuendo sia ai target della Convenzione della Diversità Biologica che ai Goal per lo Sviluppo Sostenibile.

[2] La descrizione della metodologia usata per sviluppare gli scenari è fornita nel report completo.

[3] Il 75% degli stock ittici studiati nel Mediterraneo sono sovrasfruttati e le temperature stanno aumentando del 20% più velocemente della media globale. La pandemia da COVID19, con la riduzione delle attività dovuta ai lockdown e alla diminuzione della domanda di pesce a causa della chiusura di mercati locali di pesce e ristoranti, ha colpito gravemente il settore della pesca a livello globale e nel Mediterraneo (vedi la nostra mappa regionale degli effetti del COVID19). Il WWF ha calcolato che, se protette efficacemente, le risorse marine del Mar Mediterraneo potrebbero fornire un patrimonio stimato di 450 miliardi di dollari all’anno.

[4] Le aree del Mediterraneo che si prevede forniscano i maggiori benefici di conservazione sono: Mare di Alboran, Mediterraneo nord-occidentale, Canale di Sicilia, Mare Adriatico, Fossa ellenica, Mar Egeo e Mar Levantino.

[5] Il WWF chiede ai Paesi del Mediterraneo di:

Espandere la copertura delle AMP e delle OECM fino al 30% del Mar Mediterraneo.

Proteggere gli hotspot di biodiversità marina per aumentare le future catture della pesca nelle aree sovrasfruttate del Mar Mediterraneo e assicurare il pescato e la sussistenza delle generazioni future.

Lavorare con altri settori per l’istituzione di OECM. I passi verso le OECM dovrebbero includere l’istituzione di nuove: aree no-take gestite localmente, zone di restrizione della pesca, corridoi ecologici, e divieti di pesca a strascico estesi al mare profondo e alle coste.

Integrare il network di AMP e OECM all’interno di una più ampia gestione marina integrata e basata sugli ecosistemi al fine di gestire in modo sostenibile tutte le attività nel Mediterraneo.

Aumentare urgentemente il livello di protezione di AMP e OECM presenti e future, combinando aree integralmente e altamente protette che permettano la rigenerazione degli ecosistemi e forniscano maggiori benefici.

Assicurarsi che tutte le AMP e OECM siano gestite efficacemente, tramite zonazione, piani di gestione e risorse sufficienti per la loro l’implementazione e il monitoraggio.

Impiegare strumenti finanziari adeguati ed equi al fine di promuovere la trasformazione dallo status quo verso una conservazione efficace e una blue economy sostenibile. I Paesi a basso reddito necessitano di supporti finanziari per la ricerca, per la pianificazione spaziale marina e per l’implementazione di misure di conservazione.

Coinvolgere gli stakeholder locali in tutte le fasi relative alla creazione e alla gestione di AMP e OECM tramite la cogestione e i processi partecipativi. I pescatori e le comunità locali devono essere coinvolti nelle decisioni che interessano i loro diritti e la loro sussistenza e devono condividere la responsabilità della gestione delle loro risorse.

Immagini – https://www.dropbox.com/sh/qqs7qgbpvcp321z/AADO5RFByYbXqgjHSjD62gNGa?dl=0.

Report – https://www.dropbox.com/sh/suxw5e4ncbfz6mi/AAAi2wFGJpr2CLyHO1HC3CNaa?dl=0.

Infografica – https://www.dropbox.com/sh/1o045nn0askkee8/AADdHVkGV-mCGhOn-KugnHE8a?dl=0.

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LA RICETTA: RESTAURO HABITAT, 30% DEL PAESE PROTETTO E ECOLOGICAMENTE CONNESSO. Salute, prosperità, lotta ai cambiamenti climatici: senza Natura non c’è futuro. Parte oggi la Campagna WWF ReNature Italy, nella decade proposta dall’ONU sulla restoration degli ambienti naturali. #ForNatureForUs

Roma, 19 febbraio 2021 – Link alla pagina web di campagna: http://bit.ly/RenatureItaly.

Cartella multimediale https://www.dropbox.com/sh/np4rqlt5vvcx227/AABcLTXfzH_Q1pIaJ0M5ePc1a?dl=0.

Abbiamo 10 anni per ricomporre il grande mosaico naturale italiano che, una volta ricostruito, manterrà in sicurezza il nostro capitale naturale garantendo prosperità e salute per tutti noi. Nell’avvio della decade promossa dall’ONU alla restoration dei sistemi naturali, il WWF con la sua nuova campagna ReNature Italy lancia una sfida di un grande progetto di rigenerazione della natura del nostro Paese che sposa la visione ambiziosa su come dovremo trasformare l’Italia entro il 2030, a partire da oggi… 4 le parole chiave: connessione, ripristino, protezione e rewild, cioè il ritorno in natura di specie importanti. ReNature Italy è la risposta concreta agli allarmi sulla perdita di biodiversità a livello globale e nazionale: 1 specie su 2 di vertebrati in Italia è minacciata d’estinzione, l’86% degli habitat europei è in cattivo stato di conservazione, perdiamo ogni giorno 16 ettari di territorio naturale sotto la pressione di cemento e degrado. Suolo fertile, ecosistemi con i loro servizi, piccoli e grandi habitat vengono trasformati e distrutti: centinaia di tessere naturali si perdono quotidianamente, e silenziosamente, in ogni angolo del paese, e si erodono poco per volta le connessioni vitali di un ecosistema sempre più fragile e il nostro capitale di natura. Per questo la prima richiesta alle istituzioni del WWF è quella di riportare al centro della politica il ruolo della natura, dedicando fondi significativi del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) alla conservazione e ripristino della natura, cogliendo la sfida della Strategia Europea per la Biodiversità e avviando la Nuova Strategia Nazionale per la Biodiversità al 2030 per recuperare la natura che abbiamo perso.

LA VISIONE ‘NATURA’ PER L’ITALIA DEL 2030. La visione del WWF per il 2030 si riassume nel MANIFESTO 

(https://www.dropbox.com/s/n3m9t4wtuljqcxu/ReNature%20manifesto.pdf?dl=0) di campagna e in una MAPPA (https://www.dropbox.com/sh/k6oqw5m0dj7p11p/AABBc69sOVcHfSpiMZ0nR2A_a?dl=0). Il grande progetto ReNature Italy permetterà di migliorare l’efficacia delle aree protette esistenti, arrivando a proteggere il 30% di territorio nazionale, con un 10% tutelato integralmente in linea con quanto richiesto dalla Strategia Europea sulla Biodiversità, e mettendo in sicurezza tutte le foreste vetuste e più naturali d’Italia. Ma questo non basta: bisognerà ricostruire e completare la rete ecologica nazionale puntando su 3 grandi corridoi ecologici principali – alpino, appenninico e della valle del Po – capaci di connettere le aree protette e sostenere la biodiversità anche a fronte degli impatti del cambiamento climatico e custodire il capitale naturale.  Questo salto di qualità è possibile soprattutto rigenerando almeno il 15% del territorio nazionale, rinaturando almeno 1600 km di fiumi (a cui negli ultimi 50 anni abbiamo tolto circa 2000 km2 di spazio vitale) e rigenerando la natura in almeno il 10% della superficie agricola, in primis per gli impollinatori. Tra i protagonisti di questo progetto ambizioso molte specie simbolo della biodiversità italiana come lupo, orso, lontra, rapaci rarissimi come l’aquila di Bonelli, specie vegetali che resistono in piccoli areali come l’abete dei Nebrodi o il pino loricato. Tutte specie che vanno ancora difese da bracconaggio e dalla difficile coesistenza con le economie locali e altre minacce quotidiane. Nella campagna ReNature c’è anche spazio per sognare il ritorno della lince, il grande felino quasi scomparso dalla nostra fauna, e del cervo italico, asserragliato con appena 300 individui ai margini del delta del Po. “In un momento in cui abbiamo la possibilità di tradurre in azione quello che ci ha insegnato la pandemia, ovvero che gli ecosistemi naturali sono cruciali per il nostro benessere e le nostre vite, dobbiamo fare il possibile per ridare spazio alla natura, ricostruendo quello che abbiamo distrutto – ha dichiarato Alessandra Prampolini, direttore di WWF Italia – Il nostro messaggio è semplice: dobbiamo rigenerare l’Italia, passando da un sistema ‘nature negative’ ad una sfida ‘nature positive’. Nessun recovery fund ci traghetterà fuori dalla crisi in maniera duratura se non affrontiamo le radici dei problemi che stiamo vivendo, tra cui la distruzione della natura gioca un ruolo prominente. Capitale naturale, biodiversità, servizi degli ecosistemi, devono entrare nei fatti e concretamente nei fondi per la ripresa e la resilienza, adottando la sfida proposta dal WWF con i progetti di ReNature. Cogliamo inoltre questo momento chiave del nostro paese: oggi abbiamo l’opportunità di ripensare il nostro modello di sviluppo anche grazie ai fondi e investimenti che nascono come NextGenerationEu”. Ed è proprio la profonda revisione del PNRR, promessa dal Governo Draghi, che costituirà un’occasione per delineare il futuro dell’Italia in cui abbia centralità la proposta del WWF sostenuta con la Campagna Re-Nature. Il WWF ha chiesto al Presidente del Consiglio che nel PNRR  venga garantito, come richiesto dall’Europa, che almeno il 37% del totale delle risorse stanziate sia destinato effettivamente ad azioni per il clima e per la biodiversità terrestre e marina; inoltre, che si avvii un grande piano per Riqualificare la Natura d’Italia, per tutelare le aree di maggior pregio naturalistico del nostro Paese e favorire le connessioni ecologiche, fermando la perdita della nostra biodiversità e avviando la transizione ecologica di settori quali il turismo, l’agricoltura e la pesca. La Campagna ReNature è comunque uno stimolo all’azione anche rivolto ai cittadini: da quest’anno è possibile contribuire ad uno speciale FONDO RENATURE ITALY per curare la natura italiana. Il progetto è talmente ambizioso che occorre uno sforzo collettivo: le azioni di conservazione e restoration, per quanto generino ritorni significativi per la collettività, richiedono risorse non indifferenti.

2021: OPERAZIONE RESTAURO DELLA BIODIVERSITÀ PERDUTA. SI PARTE CON PROGETTI SUL PO, SULL’APPENNINO UMBRO MARCHIGIANO, NELLE OASI E NEGLI ECOSISTEMI AGRICOLI

Sulla base dell’esperienza decennale nelle Oasi WWF (leggi QUI la storia di Oasi Ghirardi in Emilia-Romagnahttps://www.dropbox.com/s/fp2kzx0j0qipkbj/Ghirardi_CaseHistory_ReNature.pdf?dl=0) in cui l’Associazione ha rigenerato ambienti umidi, boschi, e habitat agricoli, i primi passi della Campagna ReNature daranno il via sul campo  a 4 progetti FOCUS, i primi dei quali focalizzati su due delle aree prioritarie in cui ripristinare la continuità ecologica. UN ‘ALTRO’ PO (https://www.dropbox.com/s/9iy81sa17948u29/AltroPo_Progetto_ReNature.pdf?dl=0) è il progetto lanciato insieme ad ANEPLA (Associazione Nazionale Estrattori Produttori Lapidei Affini di Confindustria) con 40 interventi per il recupero di lanche e rami laterali del fiume Po, riforestazione delle fasce ripariali e contenimento di specie vegetali invasive; CUORE VERDE D’ITALIA prevede la riconnessione di aree chiave con interventi sulla rete viaria nell’Appennino Umbro-Marchigiano, per favorire il passaggio soprattutto dei grandi carnivori. TERRA BUONA 

prevede azioni diffuse sia in Oasi WWF per habitat e impollinatori, sia in ambito agricolo grazie ad importanti collaborazioni con aziende agroalimentari per realizzare percorsi a favore della tutela della biodiversità negli agro-ecosistemi. Infine, molte azioni di restoration diffusa proseguiranno anche nelle 100 Oasi WWF, che da anni rappresentano una palestra dove sperimentiamo i migliori approcci grazie ai quali la natura può tornare ad espandersi. (QUI la scheda sull’Oasi Valle Averto in Veneto) – (https://www.dropbox.com/s/623w3pdc11ywb5a/ValleAverto_ProgettoOasi_ReNature.pdf?dl=0).

La natura si può e si deve rigenerare anche in ambiente urbano, proprio là dove vengono utilizzate la maggior parte delle risorse, cementificate le maggiori superfici e rilasciate le maggiori emissioni: con URBAN NATURE il WWF propone nature-based solutions per risolvere inondazioni, isole di calore, ridando spazio alla natura in città e, con essa, benessere ai suoi abitanti, umani e non solo. 

Foto – https://www.dropbox.com/sh/ns8hi2a5ejhf5pi/AAAVT0wNRM3msAR9pgaPh_sWa?dl=0.

Video – https://www.dropbox.com/sh/7x9op67doo58kn8/AAAZc5K2MfaFL8BJa_AnogOOa?dl=0.

Altri materiali – https://www.dropbox.com/sh/np4rqlt5vvcx227/AABcLTXfzH_Q1pIaJ0M5ePc1a?dl=0.

Link utili: Clicca QUI per la pagina ONU sulla decade dedicata alla restoration della naturahttps://www.decadeonrestoration.org/about-un-decade.

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Secondo il principio di precauzione deve prevalere l’interesse ambientale e la necessità di tutela delle specie. Accolto il ricorso di LIPU e WWF Italia. Roma, 20 gennaio 2021 

Con sentenza n. 52 del 19 gennaio 2021, il Tribunale Amministrativo della Liguria ha accolto il ricorso presentato dalle associazioni Lipu e WWF Italia, difese dall’Avvocato Valentina Stefutti, annullando la deliberazione della Giunta regionale n. 335 del 24/04/2020 che autorizzava, in via sperimentale, l’arrampicata in alcune pareti rocciose nell’area di Castell’Ermo-Peso Grande che si trova tra le province di Imperia e Savona e rientra nella rete di aree protette Natura 2000. Secondo la Regione, l’autorizzazione, in deroga alle norme vigenti, dell’arrampicata all’interno delle ZSC doveva essere finalizzata a valutare “la compatibilità della suddetta attività con gli obiettivi di conservazione del sito”. Le associazioni ricorrenti, sin dalla pubblicazione della delibera, hanno rilevato l’illogicità dell’approccio regionale secondo cui la natura può essere ritenuta un laboratorio in cui fare esperimenti che comportano rischi per habitat e specie di enorme rilevanza conservazionistica e tutelate sia a livello nazionale, sia europeo come il gufo reale e il falco pellegrino. Questa tesi è stata fatta propria dal TAR Liguria che ha rilevato come il provvedimento regionale non tenga conto di quanto emerso dallo studio effettuato dall’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (ARPAL), nel quale si raccomandava di assicurare uno stabile assetto di tutela naturalistica per le due specie interessate. Al contrario, affermano i giudici, “l’atto gravato è incline ad ammettere la frequentazione umana per talune vie di salita […] che risultano contigue ai luoghi che potrebbero essere stati abbandonati dai volatili in covata, proprio a seguito della presenza antropica”. Il provvedimento è quindi contrario al principio di precauzione (art. 191 TFUE), che “orienta l’interprete ad affermare la prevalenza della tutela ambientale rispetto agli altri interessi in esame, quando non vi sia la possibilità di escludere in modo conclusivo la ricorrenza dei rischi, in questo caso per la riproduzione dei volatili”. Nella vicenda in questione, quindi, conclude il TAR, “l’esame della valutazione operata dall’Arpal non permette di escludere che l’interferenza apportata dagli arrampicatori possa favorire l’abbandono dei siti riproduttivi da parte del gufo reale e del falco pellegrino, per cui in assenza di una convincente prova contraria il motivo va accolto”. LIPU e WWF Italia auspicano che questa sentenza possa indurre la regione Liguria, così come ogni altro ente regionale, a consentire una piena partecipazione e una costruttiva collaborazione con le associazioni di protezione ambientale, tale da garantire una gestione dei siti della rete Natura 2000 realmente a tutela dell’interesse ambientale che, come più volte ribadito dalla Corte costituzionale è un “diritto fondamentale della persona ed interesse fondamentale della collettività”.

Questo comunicato stampa è inviato dall’Ufficio Stampa del WWF Italia a nome di Lipu e WWF Italia.

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49 SPECIE HANNO PERSO PIÙ DELL’80% DEL LORO HABITAT. Dalle ceneri dei roghi parte “Regenerate Australia”, il piano WWF di rinascita per ripristinare gli habitat, recuperare la fauna selvatica, promuovere un’economia basata sulle energie rinnovabili, sull’innovazione e a zero emissioni.

Fotogallery 2020 – https://www.dropbox.com/sh/zvkdq5cmg0aoyga/AAC1ESNJ1MF_x768V0A0TDmza?dl=0.

Video – https://www.dropbox.com/sh/oufiz3xb863hfzv/AACLYF8OsbUQOkoL7G4dgJPha?dl=0.

Adotta un koala – https://sostieni.wwf.it/adotta-un-koala.html?utm_source=web&utm_campaign=Adozioni.

Roma, 18 gennaio 2021

A circa un anno dalla stagione di incendi senza precedenti che da giugno 2019 a febbraio 2020 ha colpito l’Australia, il bilancio è drammatico. Ma dalle ceneri di questa devastante emergenza il WWF ha lanciato il più grande e innovativo programma di rigenerazione della natura nella storia dell’Australia. Più di 15.000 roghi – che hanno bruciato soprattutto foreste e boschi ma anche terreni adibiti a pascoli e praterie – hanno impattato un’area totale di almeno 19 milioni di ettari (Filkov et al. 2020) in diversi Stati e rilasciato in atmosfera 900 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Gli effetti più devastanti sulle vite umane e sulla biodiversità si sono registrati in Australia orientale, con circa 12,6 milioni di ettari di foresta bruciati, fra cui il 54% delle foreste pluviali del Gondwana australiano (Queensland e New South Wales), l’81% della Greater Blue Mountains Area (NSW) e il 99% dell’Old Great North Road: tre siti Patrimonio Mondiale dell’Umanità che custodiscono habitat e animali unici al mondo. Secondo un primo studio del governo australiano, ben 191 specie minacciate hanno visto diminuire in maniera significativa il loro habitat. Tra queste, 49 ne hanno perso più dell’80%, 65 più del 50% e 77 oltre il 30%. A gennaio 2020, il professor Chris Dickman stimava che più di 1 miliardo di vertebrati erano probabilmente morti a causa degli incendi, ma un recente report del WWF Australia ha aggiornato questa stima a circa 3 miliardi, considerando i dati più recenti sulle densità delle diverse popolazioni di mammiferi (143 milioni), rettili (2,46 miliardi), uccelli (181 milioni) e anfibi (51 milioni), e tenendo conto degli animali colpiti indirettamente dagli effetti secondari del fuoco. Gli animali che sopravvivono all’azione del fumo e delle fiamme rischiano infatti di non sopravvivere a causa di una ridotta disponibilità di risorse alimentari e aree di rifugio, che si traducono in una maggiore competizione intra e inter-specifica e nell’aumento del rischio di predazione da parte di specie come i gatti domestici (Felis catus) e le volpi rosse (Vulpes vulpes), specie aliene introdotte dall’uomo. Si tratta di minacce a medio-lungo termine, che potrebbero aumentare il tasso di estinzione delle specie, già purtroppo alto, oltre a mettere a rischio ulteriori specie ed ecosistemi che prima non erano considerati minacciati. Solo fra i mammiferi, si stima che nelle aree distrutte dagli incendi vivessero 40 milioni di opossum e petauri, più di 36 milioni di antechini, topi marsupiali e altri insettivori, 5,5 milioni di ratti canguro, bandicoot, quokka e potoroo, 5 milioni di canguri e wallabies, 1,1 milioni di vombati, 114.000 echidna e circa 60.000 koala. Il 2019 è stato l’anno più caldo e secco mai registrato in Australia e le previsioni sul cambiamento climatico in corso suggeriscono che gli incendi si intensificheranno e si espanderanno, mentre si estenderanno le stagioni di siccità (Lewis et al. 2019). Ora più che mai, si deve considerare la mitigazione di queste catastrofi negli anni futuri come una priorità per la conservazione della biodiversità: per questo il governo ha deciso di impiegare 200 milioni di dollari per il recupero della fauna selvatica autoctona e degli habitat più duramente colpiti. Ma per quanto la cifra stanziata sia significativa, non basta ad avviare concretamente il programma di prevenzione e recupero di cui ha bisogno l’Australia. Per questo il WWF ha lanciato l’iniziativa “Regenerate  Australia” un programma quinquennale da 300 milioni di dollari, per supportare azioni di ripristino degli habitat, di recupero per la fauna selvatica, promuovere un’economia sostenibile – basata sulle rinnovabili e non sul carbone – con l’obiettivo di rendere l’Australia un paese “a prova di futuro”. Si tratta del più grande e ambizioso programma di “rigenerazione” della natura australiana, che guarda a tutte le cause di perdita di biodiversità: dagli incendi ai cambiamenti climatici. Il nostro obiettivo non è solo quello di salvare dall’estinzione animali unici nel loro habitat, ridare una casa ai koala, ma spingere l’Australia a diventare una vera protagonista nella lotta ai cambiamenti climatici che alimentano gli incendi in tutto il pianeta, mettendo a rischio il futuro dell’umanità e delle altre specie. Per aiutare il WWF a proteggere le specie gravemente colpite dagli incendi in Australia clicca su wwf.it/adottaunkoala.

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