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Archive for the ‘acqua’ Category

Il “governo dei migliori” e il Recovery Plan ci vengono venduti come soluzioni salvifiche che cancelleranno i peccati dal nostro paese “restituendo” prosperità e benessere. La realtà però racconta di una gravissima sovversione della democrazia e di un piano infarcito della stessa cultura liberista che ci ha condotto alla situazione attuale, e che punta ancora alla privatizzazione dell’acqua. A poco più di 20 giorni dalla consegna del “nostro” PNRR (Piano Nazionale Resilienza e Ripresa) alla Commissione europea, a che punto siamo?
La sovversione della democrazia. Il Parlamento è stato costretto a lavorare per settimane sulla versione approvata il 12 gennaio scorso dal passato governo e solo a metà marzo sono state depositate alcune note tecniche integrative che in realtà riscrivono da capo diverse parti del Piano rendendo così vano il dibattito sviluppato sino a quel momento nelle Commissioni. Da evidenziare come tali note siano scritte in inglese il che denota l’intenzione di limitare il coinvolgimento e, probabilmente, conferma anche la compartecipazione alla stesura della società di consulenza McKinsey. Di fatto, persino il Parlamento è stato esautorato dalla possibilità di incidere e decidere su interventi, investimenti e scelte che condizioneranno il futuro del nostro paese e attraverso una vera e propria secretazione dei documenti all’opinione pubblica è stata completamente preclusa qualsiasi forma di partecipazione. Non si è così dato modo di sviluppare un dibattito pubblico e democratico nel paese come se il cosiddetto “governo dei migliori” fosse automaticamente insignito della potestà di decidere in solitudine del futuro del paese. Il tutto con un Presidente del Consiglio che non è mai stato eletto dai cittadini. Un processo autoritario che intendiamo denunciare con forza perché svilisce ulteriormente i processi democratici, tanto quelli costituzionalmente garantiti quanto quelli basati sulla partecipazione diretta delle comunità alle decisioni fondamentali per costruire scenari di giustizia sociale ed ambientale. Si conferma così una deriva che s’inserisce nel progressivo svuotamento dei poteri delle istituzioni democratiche che, da garanti dei diritti e dell’interesse generale, diventano mere esecutrici dell’espansione della sfera d’influenza dei grandi interessi finanziari sulla società.
Le privatizzazioni in salsa verde. Le cosiddette note tecniche, che di fatto riscrivono completamente alcune parti del PNRR, confermano l’impostazione di un Piano volto a rafforzare l’attuale modello economico-sociale inglobando in esso anche la questione ambientale, prefigurando così una nuova fase di capitalismo digitale e, all’apparenza, verde. Nello specifico dell’acqua le risorse stanziate non risultano modificate pertanto permangono del tutto insufficienti. Risulta decisamente peggiorativa, rispetto alla versione precedente, la cosiddetta “riforma” nel settore idrico che ora punta ad un sostanziale obbligo alla privatizzazione nel sud Italia prevedendo addirittura una scadenza al 2022 per un generico adeguamento alla disciplina nazionale ed europea ma con un ben più puntuale riferimento a criteri che guardano alla costruzione di grandi soggetti gestori, sul modello delle multiutility quotate in Borsa, che si ammantino della capacità di rafforzare il processo di industrializzazione realizzando economie di scala e riducendo il divario tra il centro-nord e il sud del Paese. Di fatto si costituirebbero una o più aziende per il Meridione che assumerebbero un ruolo monopolistico in dimensioni territoriali significativamente ampie e sul modello di quelle che ad oggi hanno dimostrato la loro efficienza solo nel garantire la massimizzazione dei profitti mediante processi finanziari. Da tempo sosteniamo la necessità di una gestione alternativa proprio a quella politica privatistica responsabile delle tante carenze prodotte soprattutto a livello delle grandi infrastrutture idriche, tra l’altro non solo nel Sud Italia. Inoltre, nelle note si fa riferimento a “memoranda”, che il Ministero dell’Ambiente (oggi Ministero della Transizione Ecologica) dovrebbe definire e imporre alle regioni e agli Enti di Governo, inseriti all’interno del progetto non a caso chiamato “Mettiamoci in riga” (parte del PON Governance 2014-2020) che implicano la messa in tutela del Mezzogiorno da parte del governo e l’idea che i finanziamenti del PNRR arrivano sotto quelle condizionalità. In ultimo, si attribuisce un ruolo centrale ad ARERA seppur si è costretti ad ammettere che la sua iniziativa ha garantito un’insufficiente ripresa degli investimenti. Se fosse confermata questa versione saremo di fronte a un’impressionante accelerazione verso la privatizzazione in spregio alla volontà popolare espressa chiaramente con i referendum del 2011.
L’avversione del “Drago” per l’acqua pubblica. D’altronde Draghi non ha mai dissimulato la volontà di contraddire l’esito referendario visto che il 5 agosto 2011, solo 1 mese e mezzo dopo lo svolgimento della consultazione, in qualità di Governatore della Banca d’Italia firmò, insieme al Presidente della Banca Centrale Europea Trichet, la oramai famigerata lettera all’allora Presidente del Consiglio Berlusconi in cui, tra le varie riforme “strutturali”, indicava come “necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.” L’attuale versione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza risulta in “perfetta” continuità con suddette indicazioni e rimane, dunque, una risposta del tutto errata alla crisi pandemica che non affronta le questioni di fondo emerse in questi anni e soprattutto negli ultimi mesi, mantenendo un’impostazione completamente permeata e subalterna ad una logica privatistica ed estrattivista volta alla massimizzazione del profitto e per questo nelle prossime settimane ci mobiliteremo, anche partecipando alla mobilitazione nazionale “Recovery PlanET” promossa dalla rete “La Società della Cura” per sabato 10 aprile, chiedendo una modifica radicale nella direzione di stanziare investimenti pubblici per la ripubblicizzazione del servizio idrico così come previsto dalla legge per l’acqua pubblica colpevolmente rimasta indiscussa da oltre due anni in Commissione Ambiente della Camera, per la ristrutturazione delle reti idriche e per il riassetto idrogeologico e la messa in sicurezza del territorio. Roma, 8 aprile 2021 – Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

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Decine di adesioni anche da personalità del mondo della cultura, dell’attivismo sociale e politico e dello spettacolo.

Oltre 40.000 persone hanno deciso di sottoscrivere l’appello “Quotazione in Borsa dell’acqua: NO grazie” lanciato dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua a fine gennaio. Diverse decine sono anche le adesioni pervenute da parte di personalità del mondo della cultura, dell’attivismo sociale e politico e dello spettacolo di cui si riporta di seguito l’elenco completo. Un’attenzione molto rilevante che evidenzia come la quotazione dell’acqua in Borsa segni un prima e un dopo per il bene più prezioso della natura e venga percepita come una minaccia reale per tutta l’umanità e per la prosecuzione della vita stessa sulla Terra. Si manifesta così una consapevolezza diffusa rispetto ai rischi derivanti dal sottoporre anche l’acqua, come qualsiasi altra merce, alla speculazione finanziaria aprendo così a scenari che inevitabilmente porteranno all’emarginazione di territori, popolazioni, piccoli agricoltori e piccole imprese. Si apre una breccia che renderà possibile scommettere, attraverso lo strumento dei “future”, sul prezzo dell’acqua regolato in futuro dalla legge della domanda e dell’offerta. Da qui la deriva inquietante per cui si guadagnerà di più se l’acqua diventerà via via più scarsa. La diminuzione della disponibilità per l’uso umano, in conseguenza del surriscaldamento globale e dei relativi cambiamenti climatici, è oramai una certezza che la comunità scientifica internazionale ribadisce da anni. L’IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change, nel V Rapporto del 2014 segnalava che, per ogni incremento di 1°C della temperatura, un ulteriore 7% della popolazione mondiale vedrà ridursi del 20% la propria disponibilità di risorse idriche. Mentre nel Rapporto sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile del 2020 l’ONU afferma che 785 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile sicura e 4,2 miliardi di persone non hanno ancora accesso in modo sicuro a servizi igienico-sanitari. Questa operazione speculativa rischia di rendere vana nei fatti la fondamentale risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU del 2010 sul diritto universale all’acqua che rappresenta un passaggio storico frutto di grandi mobilitazioni a livello globale per il riconoscimento del diritto all’accesso a questo bene. Alla luce dell’interesse suscitato da questo tema siamo a richiedere un incontro al Presidente del Consiglio, Mario Draghi, e alla Presidenza di Camera e Senato al fine di consegnare le firme raccolte, sottoporre le nostre riflessioni e richieste che guardano in primis ad una presa di posizione ufficiale del Governo e del Parlamento contro la quotazione dell’acqua in Borsa, all’adozione di ogni iniziativa utile e misura concreta, al riavvio della discussione della proposta di legge “Disposizioni in materia di gestione pubblica e partecipativa del ciclo integrale delle acque” (A. C. n. 52) fino alla sua approvazione. L’auspicio è che tali incontri possano svolgersi in occasione della prossima Giornata Mondiale dell’Acqua, in programma il 22 Marzo, che sarà incentrata sul tema fondamentale della valorizzazione dell’acqua.
25 febbraio 2021 – Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

APPELLOAdesioni di personalità del mondo della cultura, dell’attivismo sociale e politico e dello spettacolo…
Dacia Maraini (Scrittrice), Nando Dalla Chiesa (Sociologo antimafia), Padre Alex Zanotelli (Missionario), Emilio Molinari (Ambientalista), Don Virginio Colmegna (Casa della Carità), Luciana Castellina (Personalità politica), Gino Strada (Medico), Moni Ovadia (uomo di teatro e cittadino europeo), Mimmo LucanoGuido Viale (Economista ecologista), Marco Caldiroli (Presidente Medicina Democratica), Gianni Tamino (Docente di biologia Università di Padova), Piero Basso (Costituzione Beni Comuni), Vittorio Agnoletto (Medico), Daniela Padoan (Pres. Associazione Laudato sì), Aldo Sachero (Medico), Giancarla Venturelli, Silvano Piccardi (Attore e regista), Michele Papagna (ACEA ODV), Lella Costa (Attrice), Carlo Freccero, Veronica Dini (Avvocato e Presidente dell’Associazione Generazioni Future Milano – Movimento per i Beni Comuni), Ugo Mattei (Presidente della Società Cooperativa di mutuo soccorso intergenerazionale – Generazioni Future), Emma Zuffellato, Lidia Ravera (Scrittrice e giornalista), Bruno Gambarotta (Scrittore e giornalista), Eugenio Finardi (Cantautore), Vauro Senesi (Disegnatore), Maurizio Pallante (Saggista teorico della decrescita), Michele Serra (Giornalista), Alessandro Barbero (Storico), Massimo Carlotto (Scrittore), Daniele Biacchessi (Giornalista e scrittore), Roberto Saviano (Scrittore e giornalista), Carlo Petrini (Presidente Slow Food Internazionale – Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo), Antonio Manzini (Attore, regista, scrittore), Armando Spataro (Già magistrato), Antonio Ricci (Autore televisivo), Dario Vergassola (Comico), Vito Mancuso (Teologo), Maurizio De Giovanni (Scrittore), Sabina Guzzanti (Attrice), Gene Gnocchi (Comico), Alberto “Bebo” Storti (Attore), Marco Revelli (Politologo), Dori Ghezzi (Cantante), Tomaso Montanari (Storico dell’arte), Alessandro Bergonzoni (Comico), Ascanio Celestini (Attore), Beppino EnglaroPaolo Rumiz (Scrittore), Gherardo Colombo (Già magistrato), Marco Paolini (Attore), Alberto Fortis (Cantautore), Gianni Farinetti (Scrittore), Riccardo Petrella (Economista), Grazia Francescato (Già Presidente WWF Italia, Verdi italiani ed europei), Roberto Romizi (Medico e Presidente Nazionale ISDE), Agostino Di Ciaula (Medico e Presidente Comitato Scientifico ISDE e Presidente ISDE Europa)…

Al seguente link è possibile seguire gli aggiornamenti delle adesioni.

(https://www.acquabenecomune.org/notizie/nazionali/4024-appello-contro-la-quotazione-in-borsa-dell-acqua)

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Le nostre proposte per il Recovery Plan

Ripubblicizzazione del servizio idrico

Un grande Piano nazionale per investire su reti idriche-fognatura-depurazione e per contrastare il dissesto idrogeologico

Sinossi

La cosiddetta “riforma” del settore idrico contenuta nel Recovery Plan, di fatto, si sostanzia in una vera e propria strategia di rilancio dei processi di privatizzazione che si incentra sull’allargamento del territorio di competenza di alcune grandi aziende multiservizio quotate in Borsa che gestiscono i fondamentali servizi pubblici a rete (acqua, rifiuti, luce e gas) assumendo un ruolo monopolistico in dimensioni territoriali significativamente ampie.

Nello specifico, il Sud Italia viene individuato come la “nuova frontiera” per l’espansione di questa tipologia di aziende che di norma vengono identificate come gestori “efficienti” ma che in realtà risultano tali solo nel garantire la massimizzazione dei profitti mediante processi finanziari.

Evidenziamo come nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza la cifra “reale” di investimenti aggiuntivi dedicati alla risorsa idrica e agli interventi per il riassetto idrogeologico pari a circa 4 mld. di € è del tutto insufficiente.

Ribadiamo la nostra critica all’attuale sistema di gestione privatistico del servizio idrico e riportiamo in questo documento analisi e dati che ne dimostrano il fallimento anche rispetto all’attività regolatoria svolta da ARERA.

A nostro avviso si tratta di mettere in campo un intervento relativo alla “Tutela del territorio e della risorsa idrica”, che, nell’arco dei prossimi 5 anni costruisca investimenti pubblici, tramite il Recovery Plan, nella seguente misura:

  • 2 mld di € per la ripubblicizzazione del servizio idrico, da utilizzare nel primo anno di intervento;
  • 7,5 mld. di € (cui aggiungere risorse provenienti dai soggetti gestori per circa ulteriori 2,5 mld) per la ristrutturazione delle reti idriche;
  • 26 mld. di € (di cui 50% provenienti dal Recovery Plan e il restante 50% da ulteriori fonti di entrata) per il riassetto idrogeologico e la messa in sicurezza del territorio.

A titolo esemplificativo proponiamo le seguenti altri fonti:

  • applicazione più onerosa del principio “chi inquina paga”;
  • aggiungere una quota ad hoc del canone di concessione per il prelievo delle acque minerali e di sorgente destinate all’imbottigliamento;
  • patrimoniale;
  • eliminazione sussidi ambientalmente dannosi (SAD).

1. La nuova Italia, le vecchie privatizzazioni!

Con questo slogan avevamo deciso di denunciare le politiche messe in campo dai governi precedenti per rilanciare la mercificazione dell’acqua e dei beni comuni.

Purtroppo si addice pienamente anche a quanto previsto dal Recovery Plan presentato dal governo attuale.

La cosiddetta riforma del settore idrico, inserita nella 4° linea d’azione “Tutela del territorio e della risorsa idrica”, volta al rafforzamento della governance del servizio, in realtà punta alla “conquista” del Sud Italia da parte delle società multiutility del centro nord e quindi alla definitiva privatizzazione. Le stesse, costituite con una compagine societaria pubblico-privato, si muovono in una logica del tutto privatistica, gestiscono il SII con regole, a partire dal Metodo Tariffario Idrico, che garantiscono ai privati contributi pubblici e certezza del profitto, mentre ai sindaci assicurano la completa deresponsabilizzazione della gestione.

La strategia di rilancio dei processi di privatizzazione appare sufficientemente chiara e, sostanzialmente, si incentra sull’allargamento del territorio di competenza di alcune grandi aziende multiservizio quotate in Borsa, che gestiscono i fondamentali servizi pubblici a rete (acqua, rifiuti, luce e gas) e hanno un ruolo monopolistico in dimensioni territoriali significativamente ampie.

D’altra parte negli ultimi anni si è lavorato alacremente per preparare il terreno a quella che si può definire una vera e propria colonizzazione. Nello specifico la trasformazione dell’Ente per lo Sviluppo dell’Irrigazione e la Trasformazione Fondiaria in Puglia, Lucania ed Irpinia, l’EIPLI, ossia l’ente che gestisce le grandi opere idrauliche come invasi, opere di captazione di sorgenti e centinaia di chilometri di reti di adduzione tra Puglia, Campania e Basilicata, in società per azioni partecipata, tra gli altri, dalle regioni del Meridione, ha aperto una prima breccia e da quel momento sono state continue le dichiarazioni di Utilitalia e altri soggetti che hanno indicato proprio il Sud come nuova frontiera.

Ora, per chi come il governo, gran parte del Parlamento, i poteri economici forti, la stessa ARERA, vede nel mercato l’unico regolatore sociale, si presenta l’occasione per estendere a tutta Italia il modello di gestione delle multiutility quotate in borsa, sfruttando la pandemia e l’emergenza sociale e sanitaria, anche se non esiste alcun obbligo legislativo per andare in quella direzione.

Quali strumenti ci si appresta a utilizzare per conseguire questo obiettivo?

Di fatto una sorta di ricatto, ossia si subordina l’attribuzione delle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza all’affidamento del servizio idrico integrato a gestori “efficienti” che di norma vengono identificati in quelle aziende che garantiscono la massimizzazione dei profitti mediante processi finanziari. Anche qui, peraltro, tale scelta non discende da nessuna disposizione di legge, così come l’efficienza può essere messa in pratica anche da aziende speciali che, applicano la tariffa MTI senza la remunerazione del capitale investito e senza il Fondo Nuovi Investimenti.

L’effetto di questa cosiddetta “riforma” della governance dell’acqua si risolverà quindi nell’ennesima esplicita violazione della volontà popolare espressa con i referendum del 2011.

Si rischia di riprodurre un’analoga violazione dell’esito referendario anche rispetto al ruolo che s’intenderebbe dare ad ARERA della quale abbiamo sempre denunciato il fatto di aver reinserito in tariffa i profitti garantiti per i gestori sotto le mentite spoglie del “costo della risorsa finanziaria”,  scelte tariffarie esose e antipopolari, la sua complicità nel lasciar usare i tanti soldi che ci sono non per gli investimenti in un servizio così essenziale – o per la riduzione della tariffa – ma per remunerare invece gli azionisti pubblici e privati, per la connivenza con l’abuso dei conguagli tariffari arretrati (ha dovuto intervenire il Parlamento per limitarli agli ultimi due anni).

Per queste ragioni chiediamo che le vengano sottratte le competenze sul servizio idrico e attribuite al Ministero dell’Ambiente e per le medesime ragioni risulta improponibile che assuma un ruolo centrale sull’utilizzo e controllo delle risorse derivanti dal Recovery Plan.

Inoltre, dobbiamo evidenziare come nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza la cifra “reale” di investimenti aggiuntivi dedicati alla risorsa idrica e agli interventi per il riassetto idrogeologico pari a circa 4 mld. di € è del tutto insufficiente anche perchè da suddividere in diverse di linee di finanziamento (invasi, agrosistema irriguo, fognatura e depurazione) tra cui anche la riduzione delle perdite che dovrebbe vedere stanziati miseri 900 mln di €.

Pertanto, è indispensabile che si trovino altre risorse da aggiungere, oltre a differenti modalità di intervento, alla componente “Tutela del territorio e della risorsa idrica” pena l’assoluta inefficacia dell’iniziativa.

In ultimo, segnaliamo alcune proposte d’iniziativa da adottare nell’immediato per attenuare gli effetti dell’emergenza sanitaria e della conseguente crisi economico-sociale:

  • la tariffa di emergenza, ossia l’applicazione della tariffa agevolata alle utenze domestiche fino al termine della crisi, evitando quindi che le famiglie si trovino a dover pagare adesso bollette più elevate a causa della forzata permanenza a casa, o domani salati conguagli;
  • il blocco dei distacchi del servizio e l’obbligo ai gestori di riallacciare tutte le utenze domestiche disalimentate e ancora oggi senza accesso alla fornitura d’acqua;
  • l’esenzione del pagamento per gli utenti che abbiano perso reddito da lavoro con un ampliamento dei criteri già previsti nella disciplina del Bonus idrico.

2. Occorre andare in tutt’altra direzione.

In primo luogo, dando attuazione alla volontà referendaria disattesa in tutti questi anni e riconoscendo il ruolo fondamentale di servizio pubblico, va finalmente prodotta la ripubblicizzazione del servizio idrico. A tal fine, va approvata quanto prima la legge presentata dal movimento per l’acqua la cui discussione è colpevolmente in stallo da oltre due anni in Commissione Ambiente della Camera. Una legge che si pone l’obiettivo di promuovere una gestione pubblica, partecipativa e ambientalmente ecosostenibile, con tariffe eque per tutti i cittadini, una legge che garantisce gli investimenti necessari fuori da qualsiasi logica di profitto e i diritti dei lavoratori. Gli oneri della ripubblicizzazione, da noi stimati in circa 2 miliardi di € una-tantum, vanno posti all’interno del Recovery Plan, visto che essa va considerata a tutti gli effetti intervento di carattere strutturale per il rilancio e il miglioramento del servizio idrico.

Rispetto all’articolazione tariffaria e al finanziamento del servizio l’impianto di fondo contenuto nella legge prevede che gli investimenti siano, in via prioritaria, assicurati con un nuovo intervento di finanza pubblica (ad es. intervento della Cassa Depositi e Prestiti), mentre la tariffa copre i costi di gestione, gli ammortamenti per la parte degli investimenti finanziati con la finanza pubblica più il costo degli interessi del capitale preso a prestito, prevedendo comunque una tariffa articolata sulla base delle fasce di consumo, e la fiscalità generale e i contributi nazionali e dell’Unione europea sono chiamati ad intervenire per coprire il costo del quantitativo minimo vitale (50 lt/abitante/giorno) e un’altra quota parte di investimenti, in particolare quelli dedicati alle nuove opere.

3. Diventa poi urgente e fondamentale intervenire rispetto alla ristrutturazione e ammodernamento delle reti idriche. E’ sufficientemente noto lo stato disastroso in cui esse versano nel nostro Paese e le conseguenti rilevanti perdite di acqua che ne derivano, che peraltro hanno subito forti incrementi negli anni scorsi, anche nelle reti gestite dalle multiutility, nonostante l’affidamento esterno sia stato sempre giustificato dalle assemblee dei Sindaci, sulla base di pretese migliori efficienze delle gestioni private in rapporto a quelle pubbliche. L’AEEGSI (attualmente ARERA), con una propria memoria presentata alla Commissione Ambiente della Camera dei Deputati nel 2017, segnalava che il 36% delle condotte risulta avere un’età compresa tra i 31 e 50 anni e il 22% superiore ai 50 anni. Nello stesso tempo, ultimamente, nel dicembre 2020, l’ISTAT ha evidenziato come le perdite della rete idrica nel 2018 assommavano al 42%, un livello assoluto molto alto, ma soprattutto in crescita progressiva, essendo passato dal 32,6% nel 1999 al 37,4% nel 2012 e, appunto, nel 2018 al 42%. Siamo in presenza di una situazione eclatante, che la dice lunga sullo stato del nostro servizio idrico, e anche del fallimento delle scelte tutte orientate alla privatizzazione da almeno 20 anni in qua: basta considerare che, per fare un confronto con altri Stati europei, in Spagna le perdite arrivano al 22%, in Gran Bretagna al 19%, in Danimarca al 10% e in Germania al 7%.

Questi pochi dati ci indicano quanto sia dunque prioritario e urgente intervenire per affrontare questa situazione e come un grande Piano nazionale per la ristrutturazione delle reti idriche andrebbe assunto come un tema fondamentale per il futuro della risorsa acqua e della stessa idea di sviluppo sociale del Paese.

Altra questione assai spinosa riguarda la depurazione delle acque reflue. Infatti, ad oggi risulta che l’11% della popolazione italiana non è ancora raggiunto da questo servizio e che la Commissione Europea ha avviato diverse procedure d’infrazione nei confronti dell’Italia per violazione della Direttiva 91/271/CEE concernente il trattamento delle acque reflue urbane per le quali finora sono stati saldati circa 80 milioni di € (tra 2018 e 2019).

È in questa direzione che vanno indirizzati forti investimenti aggiuntivi. Qui si pone la questione che occorre, da una parte, incrementare significativamente in termini quantitativi gli investimenti nel servizio idrico, utilizzando direttamente gli utili dei soggetti gestori, e, dall’altra, finalizzarli esplicitamente all’obiettivo della ristrutturazione delle reti idriche. Anche prendendo a riferimento i dati più ottimistici, quelli presenti nella Relazione annuale 2020 di ARERA, da essi si evince che nel quadriennio 2016-2019 gli investimenti nel servizio idrico ammontano mediamente a 3,4 miliardi di € su base annua, pari a circa 56 €/anno/abitante. Peraltro, va tenuto presente che in questi dati sono compresi gli investimenti effettuati o previsti tramite il finanziamento pubblico, che non sono certamente residuali e che non vanno recuperati in tariffa. Per prendere solo il 2019, la relazione ARERA stima complessivamente 3,387 mld di € di investimenti, di cui 898 milioni da fondi pubblici, ben il 26,5% sul totale, alla faccia delle narrazioni interessate sul “full recovery cost”!

Ora, praticamente tutti gli osservatori e i centri di ricerca sono concordi nel sostenere che il livello “normale” di investimenti per il servizio idrico dovrebbe attestarsi almeno a 80 €/ab/anno, una cifra vicina ai 5 mld annui, evidenziando una distanza decisamente alta rispetto al dato odierno. E questo non è tutto, se si considera che, secondo un’elaborazione del Laboratorio REF Ricerche, la tendenza fino al 2023 è quella di una stazionarietà degli investimenti, che dovrebbero attestarsi attorno ai 55 €/ab/anno. La stessa AEEGSI (attualmente ARERA), sempre nella già citata relazione del 2017, stima che l’obiettivo ottimale da realizzare nel corso di un quinquiennio sarebbe quello di far scendere le perdite di rete dal 42% al 33%, un dato ancora troppo alto rispetto al raggiungimento di una situazione accettabile.

Come accennato, poi, le maggiori risorse di investimenti vanno prioritariamente convogliate proprio ai fini della ristrutturazione delle reti idriche. Sempre la relazione del 2017 di AEEGSI (attualmente ARERA), infatti, a proposito degli interventi sulle reti, rileva che “i tassi di sostituzione sono ampiamente inferiori a quelli necessari. In particolare, sulla base degli elementi infrastrutturali che vengono considerati in uso, il timing delle sostituzioni rilevato al 2015 risulta pari a 0,42%, leggermente superiore al valore di 0,39% corrispondente all’anno 2014, ma ancora lontano dal valore del 2.0%, valore coerente con una vita utile tecnica di 50 anni. Considerando la spesa per investimenti, si tratterebbe di passare dai circa 300 milioni di euro/anno, relativi alle sostituzioni del 2015, a circa 1,5 miliardi di euro/anno a regime”. Considerando la necessità di accelerare gli interventi rispetto all’attuale vetustà delle reti e delle inefficienze depurative, non si sbaglia di molto nel valutare il fabbisogno di 2 mld di € l’anno per i prossimi 5 anni, per complessivi circa 10 mld, per dar vita ad un credibile ed efficace Piano nazionale per la ristrutturazione delle reti idriche, delle reti fognarie, degli impianti e dei sistemi di depurazione, fermo restando che per gli anni successivi occorrerà mantenere un livello opportuno di regime degli stessi investimenti.

E’ evidente che le risorse di cui parliamo non possono che provenire, in primo luogo, da una mole significativa di investimenti pubblici e, a questo fine, ci pare necessario che gli stanziamenti da prevedere per il Piano nazionale di utilizzo del Recovery Fund relativamente al tema dell’acqua e del servizio idrico vadano in tale direzione.

Nello stesso tempo, diventa necessario che i soggetti gestori concorrano a tale operazione, tramite la messa a disposizione dei profitti realizzati, sulla base di progetti predisposti dal Ministero dell’Ambiente, scartando, ovviamente, qualunque ricorso in proposito alla leva tariffaria, che, in questi anni, ha già visto un innalzamento molto forte e socialmente ingiustificato. Non sarebbe, infatti, accettabile muoversi secondo una logica, troppo abusata, di “socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti”.

Prendendo come riferimento lo studio di Monitor SPL “Assetti organizzativi e gestionali del servizio idrico integrato” del 2019, che registra un valore della produzione pari a 9,1 miliardi di euro e un valore aggiunto di 4,5 miliardi di euro, una stima attendibile ci porta a dire che gli utili realizzati nel settore arrivano a circa 6-700 milioni annui. Oppure, analizzando i bilanci cumulati di IREN, HERA e ACEA, le tre più grandi multiutilities protagoniste decisive dei processi di privatizzazione (abbiamo escluso A2A per la poco rilevanza del settore idrico rispetto ai ricavi totali), solo per stare al biennio 2018-2019, si registra che esse hanno prodotto utili stimati nel ramo idrico per circa 830 mln di € e distribuito dividendi pari a 249 mln di €, con una media annua dunque di 124 mln. C’è n’è quanto basta per sostenere che l’utilizzo degli utili dei soggetti gestori può aggirarsi almeno attorno ad un quarto dei 2 mld di € su base annua necessari per mettere in atto il Piano nazionale per la ristrutturazione delle reti idriche. Piano che potrebbe, peraltro, incrementare l’occupazione nell’ordine di diverse decime di migliaia di posti di lavoro.

Riteniamo necessario a questo scopo che la gestione delle risorse del PNRR sia messa in capo al Ministero dell’Ambiente il quale deve svolgere una funzione di promozione e selezione dei progetti da finanziare e ne subordini l’erogazione all’effettivo stanziamento da parte dei soggetti gestori dei profitti prodotti, oltre a esercitare un ruolo di controllo stringente sulle modalità di utilizzo.

In ultimo, dovrà essere posta in essere una disciplina efficace al fine di evitare che tali fondi possano essere in alcun modo caricati in tariffa e quindi andare a pesare ulteriormente sugli utenti.

4. In coerenza con quest’impostazione, a fronte della situazione di emergenza idrica che si è evidenziata in questi ultimi anni e che comunque ha caratteristiche strutturali, per nulla affrontate dalle presunte “efficienti” gestioni private, occorre mettere in campo rapidamente alcuni interventi in grado di aggredirla e dare ad essa soluzioni utili.

L’attuale emergenza sanitaria dimostra, inoltre, la necessità di un approccio innovativo volto alla tutela, alla difesa e alla “cura” (intesa come forma di “interessamento solerte e premuroso per un oggetto, che impegna sia il nostro animo sia la nostra attività”) dell’acqua e dell’ambiente che si dovrebbe basare sulla partecipazione diretta delle comunità territoriali alle decisioni, in quanto esercizi di democrazia fondamentali per orientare le politiche di sviluppo locale e costruire scenari di giustizia sociale ed ambientale.

La crisi idrica è emblematica e sta facendo emergere le responsabilità di un sistema di gestione caratterizzato da una decennale mancanza di pianificazione e investimenti infrastrutturali perché piegato ad una logica monopolistica e privatistica che punta esclusivamente alla massimizzazione del profitto. Inoltre si è evidenziato come tale sistema sia andato a sovrapporsi al fenomeno del surriscaldamento globale e dei relativi cambiamenti climatici impattando negativamente sulla disponibilità dell’acqua per uso umano, sull’agricoltura e più in generale sull’ambiente.

Tale crisi ci metterà di fronte alla scarsa disponibilità di acque di qualità per l’uso potabile anche a causa dell’inquinamento diffuso causato dal massiccio uso di prodotti chimici in agricoltura, fertilizzanti pesticidi ed erbicidi (ad es. glifosato), dagli scarichi industriali (ad es. inquinamento da PFAS in Veneto e ad Alessandria) e spesso anche quelli domestici non trattati, che hanno ridotto drasticamente le riserve di acqua ‘buona da bere’ e seriamente messo a rischio la salute di centinaia di migliaia di persone. A riguardo segnaliamo che l’istituzione e il rispetto delle aree di salvaguardia dei punti di prelievo e la tutela delle zone di protezione e di ricarica delle falde sono azioni a costo zero e immediatamente attuabili.

Inoltre, è sempre più urgente adottare un principio basilare, quello della prevenzione, cioè dell’uso sostenibile del suolo per fare in modo che la falda non si contamini. Infatti, se non si bonificano le aree contaminate (zone industriali e cave dismesse) e si continuano a usare pesticidi nell’agricoltura intensiva saremo sempre costretti a rincorrere nuovi contaminanti nelle acque senza raggiungere mai un risultato soddisfacente in materia di qualità delle acque per il consumo umano e per la tutela della salute.

Il nostro paese è terra di dissesto idrogeologico come ogni anno ci viene ricordato da ricorrenti catastrofi. La condizione di degrado in cui si trova il territorio da decenni comporta frane, alluvioni, allagamenti in conseguenza di fenomeni naturali come le precipitazioni che il surriscaldamento del pianeta e i conseguenti cambiamenti climatici acuiranno come intensità e frequenza accelerando il ciclo dell’acqua e facendola, quindi, evaporare più rapidamente, rendendo più difficoltosa la ricarica delle falde e favorendo periodi di siccità.

Le attività dell’uomo, quando esercitate in modo sconsiderato, sono tra le cause determinanti: argini cementificati, deviazioni di corsi d’acqua naturali, creazioni di invasi artificiali, disboscamento, abbandono dei territori, consumo di suolo, cementificazione, impermeabilizzazione.

Questi problemi, tra l’altro, non riguardano solo aree periferiche del nostro paese, che avrebbero diritto a ben altra attenzione, ma anche grandi città e aree metropolitane.

Occorre un intervento di respiro e grande qualità che ripari i danni storici con lo sguardo rivolto ai nuovi fenomeni, nella consapevolezza che la gestione rispettosa dell’acqua è alla base della salvaguardia del territorio.

Per risanare e adeguare tutto questo a criteri accettabili per un paese civile e democratico, sono indispensabili risorse adeguate. Questa deve diventare una priorità.

Dopo l’approvazione della legge di bilancio 2021, il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali ha sottolineato che sono stati stanziati 630 mln di € per i prossimi 7 anni per investimenti infrastrutturali, per la tutela del suolo, la mitigazione ambientale, il dissesto idrogeologico.

C’è un abisso rispetto ai dati ISPRA, che dice: “26 mld di € è una stima del fabbisogno teorico per la messa in sicurezza dell’intero territorio nazionale, da attuarsi attraverso piani pluriennali di finanziamento”.

Dato che la messa in sicurezza del territorio è uno dei titoli previsti dal Recovery Plan occorre che questa grande opera utile venga messa in condizioni di essere veramente attuata con interventi pianificati su tutto il territorio, con scelte decise anche nei confronti dei piani urbanistici a partire dalla rigorosa definizione delle aree di salvaguardia delle acque destinate consumo umano e dall’inserimento dei misuratori di portata sui prelievi idropotabili per evitare emungimenti dannosi alla falda. E’ necessario migliorare la qualità delle acque superficiali e di falda, intervenire per rinatulizzare i versanti collinari e montani, le sponde di fiumi e canali, restituire ad uso ambientale e paesaggistico naturale di aree compromesse da fabbricati ex industriali ora dismessi e abbandonati.

5. In definitiva, si tratta di mettere in campo un intervento relativo alla “Tutela del territorio e della risorsa idrica”, che nell’arco dei prossimi 5 anni costruisca investimenti pubblici, tramite il Recovery Plan, nella seguente misura:

  • 2 mld di € per la ripubblicizzazione del servizio idrico, da utilizzare nel primo anno di intervento;
  • 7,5 mld. di € (cui aggiungere risorse provenienti dai soggetti gestori per circa ulteriori 2,5 mld) per la ristrutturazione delle reti idriche;
  • 26 mld. di € (di cui 50% provenienti dal Recovery Plan e il restante 50% da ulteriori fonti di entrata ) per il riassetto idrogeologico e la messa in sicurezza del territorio.

A titolo esemplificativo proponiamo le seguenti altri fonti:

  • applicazione più onerosa del principio “chi inquina paga”;
  • aggiungere una quota ad hoc del canone di concessione per il prelievo delle acque minerali  e di sorgente destinate all’imbottigliamento;
  • patrimoniale;
  • eliminazione sussidi ambientalmente dannosi (SAD).

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Comunicato stampa 17 dicembre 2020

Con un comunicato dell’11 dicembre u.s. il Relatore Speciale dell’ONU sul diritto all’acqua Pedro Arrojo-Agudo ha espresso grave preoccupazione alla notizia che l’acqua, come una qualsiasi altra merce, verrà scambiata nel mercato dei “futures” della Borsa di Wall Street. Il Relatore ha ricordato come l’acqua, bene essenziale per tutti gli esseri viventi e per la salute pubblica, è un bene pubblico da mettere a disposizione di tutti, e come tale non può essere trattato come un qualsiasi altro articolo commerciale, come fosse oro, petrolio o altra merce quotata in Borsa. Questa risorsa fondamentale è già minacciata dall’incremento demografico, dal crescente consumo ed inquinamento dell’agricoltura su larga scala e della grande industria, in particolare quella mineraria, per di più a fronte di una emergenza climatica e sanitaria. In tale contesto, dove ci si deve adoperare per preservare questa vitale risorsa, come movimento per l’acqua ci uniamo alla denuncia del Relatore Speciale dell’ONU sul diritto all’acqua perché convinti che la sua quotazione in Borsa come merce apre alla speculazione dei grandi capitali e alla emarginazione di territori, popolazioni, piccoli agricoltori e piccole imprese ed è stata denunciata come una grave minaccia ai diritti umani fondamentali. Cogliamo infine l’occasione per evidenziare come questa operazione speculativa rischi di rendere vana nei fatti la fondamentale risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU del 2010 sul diritto universale all’acqua come peraltro ricordato dallo stesso Relatore a conclusione del comunicato. Per l’Acqua Bene Comune e non merce!

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

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L’emergenza sanitaria e la sostanziale quarantena imposta a tutto il popolo italiano ci porta a riflettere con maggiore attenzione anche sui percorsi e sulle iniziative intrapresi a livello locale per la ripubblicizzazione della gestione del servizio idrico o anche per impedire il procedere della sua privatizzazione. Siamo consapevoli delle difficoltà di volta in volta incontrate e che da anni è in atto una progressiva espropriazione di ogni democrazia di prossimità, attraverso la esternalizzazione di ogni servizio e funzione pubblica. Siamo altresì coscienti del progressivo svuotamento dei poteri delle assemblee elettive e delle istituzioni democratiche il quale avviene per responsabilità delle stesse autorità pubbliche le quali, di fatto, stanno promuovendo la propria dissoluzione, dimostrando come da tempo il “pubblico” abbia progressivamente trasformato la propria funzione da garante dei diritti e dell’interesse generale a facilitatore dell’espansione della sfera d’influenza dei grandi interessi finanziari sulla società. Nonostante questa consapevolezza non intendiamo fare un passo indietro e proseguiamo la nostra battaglia per una gestione pubblica e partecipativa dell’acqua. Come movimento per l’acqua negli anni abbiamo vivificato strumenti di democrazia istituzionale come la legge e le delibere di iniziativa popolare e il referendum perché convinti che la democrazia sia partecipazione. A maggior ragione in un momento così drammatico per l’emergenza sanitaria, in cui le libertà personali sono fortemente limitate, è necessario che non si compiamo accelerazioni di nessun tipo, né da parte degli Enti Locali né delle società a totale partecipazione pubblica, per quanto concerne decisioni sulla gestione del servizio idrico. Diffidiamo pertanto dal procedere in assenza di possibilità di una serena partecipazione delle comunità locali a decisioni che attengono a servizi essenziali e che rischiano di ipotecare il futuro. La soluzione, peraltro, sarebbe già pronta. Basta approvare quanto prima il nostro testo di legge sulla ripubblicizzazione dell’acqua che da mesi e mesi viene tenuto bloccato senza giustificazione in Commissione Ambiente della Camera. Perchè oggi più di ieri vale il nostro slogan: si scrive acqua e si legge democrazia!

Roma, 30 marzo 2020 – Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

 

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Come Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, in questi giorni d’emergenza dettata dal Coronavirus, non possiamo rimanere neutrali in primis alle grave situazione sanitaria che sta coinvolgendo, giorno dopo giorno, tutto il nostro Paese e, anche in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua (22 marzo 2020), sentiamo l’esigenza di intervenire ancora una volta su un elemento così importante per la salute e, di conseguenza, per la vita di tutte e tutti noi. Da quasi nove anni (giugno 2011) siamo i custodi della straordinaria vittoria referendaria sulla ri-pubblicizzazione dei servizi pubblici locali e sull’estromissione della gestione dell’acqua dalle regole del mercato e del profitto. A distanza di anni il volere di 27 Ml di italiane e italiani è ancora disatteso su tutto il territorio nazionale a parte quell’isola felice rappresentata dalla città di Napoli e di poche altre esperienze che stanno tentando di ri-pubblicizzare il servizio idrico (Torino e la provincia di Agrigento). Di contro la privatizzazione dei servizi pubblici locali pare non arrestarsi anzi, favorita da numerosi provvedimenti istituzionali a qualsiasi livello, cavalca indisturbata verso la massimizzazione del profitto da parte di pochi soggetti a scapito della massa. La ragione di questo forte contrasto ci viene spiegata / imposta con motivazioni riguardanti la scarsità di risorse economiche da parte dello Stato a fronte di ingenti investimenti che sarebbero necessari per mandare avanti “il carrozzone” pubblico nella gestione di questi servizi. Ecco allora la trasformazione delle ex-municipalizzate in società di diritto privato e la privatizzazione di Cassa Depositi e Prestiti a livello nazionale, il trattato di Maastricht e il patto di stabilità interno poi pareggio di bilancio a livello europeo. Ovvero alcuni provvedimenti che impongono, tramite “la trappola del debito” la gestione del pubblico come un’azienda privata, andando anche oltre ogni principio costituzionale. La “regola” generale, quindi applicabile a tutti i servizi pubblici, fino a questi giorni, era quella che il privato è bello e necessario in quanto consentirebbe maggiori investimenti per una migliore ottimizzazione nella gestione del servizio, senza andare ad intaccare la spesa pubblica anzi riducendone la portata, per un servizio efficace, efficiente ed economicamente sostenibile. C’è voluta l’emergenza Coronavirus per spalancare gli occhi davanti all’evidenza che questo sistema ha messo tutte/i quanti noi in una situazione di serio pericolo individuale e collettivo, naturale conseguenza nell’aver perseguito questa strada che ci sta conducendo ad un baratro. Basterebbe fare un semplice raffronto con la sanità pubblica, o quel che ne resta, e la sanità privata. Dopo anni di tagli, giustificati (da lor signori) dalla necessità di eliminare gli sprechi e ottimizzare (soprattutto dal punto di vista della spesa pubblica) il servizio, ci ritroviamo (e possiamo tranquillamente riferirci al solo nord del Paese, tanto decantato come eccellenza) senza posti letto, con mancanza di personale medico, con strutture al collasso. Perché allora…

Perché adesso si possono stanziare migliaia di miliardi e per anni avete sempre risposto ad ogni rivendicazione sociale che i soldi non c’erano? Abbiamo detto e ripetuto fino allo strenuo che per rimodernare la rete idrica, un vero e proprio colabrodo (ogni 10 litri immessi più di 4 litri si disperdono, con punte maggiori in diversi territori), occorre un nuovo sistema di finanziamento, basato sulla leva tariffaria, sulla finanza pubblica e la fiscalità generale, come abbiamo proposto nella nostra legge di iniziativa popolare, “dormiente” in Commissione Ambiente alla Camera.

Perché adesso si possono investire miliardi a sostegno di famiglie e imprese e per venti anni ci avete detto che gli aiuti di Stato erano vietati e si potevano finanziare solo le banche? La ri-pubblicizzazione della gestione dell’acqua si può già mettere in campo ri-affidandone il servizio a Enti di diritto pubblico estromettendo dalle società i soggetti privati e sottraendo, così, la gestione alla logica di mercato e profitto. A questa nostra proposta, ci è stato più volte risposto che sarebbe un pesante aggravio per le casse dello Stato. Niente di più falso come abbiamo dimostrato nel nostro dossier: http://www.acquabenecomune.org/notizie/nazionali/3842-milano-16-5-presentazione-dossier-su-costi-della-ripubblicizzazione-del-servizio-idrico.

Perché adesso il patto di stabilità può saltare e per venti anni ci avete detto che era l’unica legge divina e sovrana a cui sacrificare tutto? In primis i comuni, sui quali il nostro Paese ha riversato questo fardello imposto a tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, ma che concorrono al debito pubblico solo per un 2%. Comuni (quindi cittadine/i) che a fronte anche ai tagli ai trasferimenti statali hanno dovuto, diremmo quasi obbligati, costituire queste società anche a totale partecipazione pubblica (ma di diritto privato) per la gestione dei servizi pubblici locali, per raccimolare a fine esercizio quel margine di utile da poter utilizzare nel bilancio comunale, non necessariamente in quel servizio erogato da quella stessa società, per il quale tutti quanti noi però corrispondiamo a una “tariffa” (NON UNA TASSA) di scopo.

Perché adesso ci dite che siamo un’unica umanità e per venti anni ci avete detto che dovevamo mandare via chi arrivava dal mare? …Ma non solo. Pensiamo ai senza tetto, alle persone che sono costrette all’occupazione di uno stabile per rivendicare il proprio diritto all’abitare o per dare, in forma associativa, quel servizio sociale che i comuni non riescono più a garantire. Abbiamo dovuto lanciare una petizione on-line per chiedere al Governo di intervenire perché i gestori interrompano i distacchi alle utenze morose, per garantire loro la continuità dell’accesso all’acqua

essenziale alla vita. L’ARERA, l’autorità nazionale di regolazione del servizio idrico, da noi sempre combattuta perché facente gli interessi degli stessi gestori, ha sospesonon interrotto questi interventi, per i quali anche i sindaci risultano avere le mani legate, anche in una situazione non di emergenza come quella di questi giorni.

Questo vi chiederemo ogni giorno quando potremo finalmente uscire e venire in tanti sotto le vostre case. Non riuscirete a fermarci. Perché dopo essere stati costretti a stare soli e distanti ora sappiamo quanto sarà bello essere tanti e vicini. Perché si scrive Acqua, ma si legge Democrazia.

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

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Siamo immersi in un’emergenza sanitaria senza precedenti con risvolti più che drammatici in particolare nel Nord Italia. Le priorità, in questo momento, non possono che essere la lotta all’espansione del contagio, la cura e la salvezza della vita delle persone. In questa fase emergono anche molte contraddizioni e fatti inammissibili: troppe persone sono costrette a lavorare in assenza di condizioni minime di sicurezza per la salute; migliaia di persone, detenuti e detenute, migranti e senza fissa dimora rischiano di venire disconosciuti quali esseri umani degni di assistenza. Infine, come non pensare agli operatori sanitari che, in prima linea nella lotta contro il virus, stanno provando sulla propria pelle gli effetti di un ridimensionamento del Sistema Sanitario Nazionale che procede imperterrito da anni, avvallato in maniera trasversale a livello politico. In occasione della ricorrenza della Giornata Mondiale dell’Acqua, quest’anno intitolata “Acqua e cambiamenti climatici”, la riflessione del movimento per l’acqua non può che prendere spunto da alcuni elementi di fondo che ci consegna questa emergenza provando a individuare quei filoni di ragionamento e quelle iniziative, tra cui anche la stessa battaglia per l’acqua bene comune, in grado di evitare che tutto torni come prima e che le cause profonde vengano rimosse. In primis non si può non tenere conto che questa emergenza rischia di ingenerare celermente una crisi economica i cui sviluppi potrebbero essere assai peggiori di quelli del 2007-2008. Inoltre, i provvedimenti necessariamente adottati dal Governo, nel tentativo di contenere il diffondersi del Covid 19, rischiano di lasciare un segno indelebile. Le vite di tutte e tutti sono state stravolte in brevissimo tempo. La socialità e la convivialità sono state di fatto cancellate e questo rischia di produrre conseguenze sul piano psicologico per molti e soprattutto per coloro che non sono in condizioni economiche e abitative tali da poter affrontare con dignità questo stato di eccezione. Non si può sottacere che, se questa emergenza avrà effetti devastanti, le responsabilità vanno individuate in quelle politiche e in quelle logiche che da decenni hanno subordinato i diritti fondamentali agli interessi economici e di profitto, oltre che ai vincoli di bilancio. Ci teniamo a ribadire con forza che tali diritti, compreso il diritto all’accesso all’acqua, non sono comprimibili o sacrificabili sull’altare del mercato e diviene quindi urgente ripensare i servizi pubblici in modo che siano efficaci strumenti capaci di garantirli appieno. Il rischio del di collasso del sistema sanitario non è dovuto solo alla virulenza del Covid 19 bensì ai tagli e alla compressione che ha subito negli anni per cui risulta inadeguato sia il numero degli ospedali che quello dei dipendenti. Inoltre, vogliamo ricordare come le politiche intraprese perlomeno da metà anni novanta hanno reso profittevoli diversi ambiti avviando così un processo di privatizzazione che ad oggi ha profondamente penetrato sia il welfare diretto che indiretto trasformando i diritti in bisogni, per cui ognuno li soddisfa sulla base del proprio censo, i beni comuni in merce e gli utenti in clienti. Riprendendo il tema su cui si concentra questa Giornata Mondiale dell’Acqua, nulla deve essere come prima perché è evidente che oggi i cambiamenti climatici rappresentano una crisi ambientale collettiva e globale, e minacciano il godimento di molti diritti umani fondamentali, compreso il diritto all’accesso all’acqua. L’emergenza idrica è un’evidenza conclamata e una delle soluzioni per mitigarne gli effetti è ripubblicizzare l’acqua per cui deve essere approvata quanto prima la legge presentata dal movimento per l’acqua che si pone l’obiettivo di promuovere una gestione pubblica, partecipativa e ambientalmente ecocompatibile, con tariffe eque per tutti i cittadini, che garantisca gli investimenti fuori da qualsiasi logica di profitto e i diritti dei lavoratori. In coerenza con quest’impostazione, a fronte della situazione di emergenza idrica che si è evidenziata in questi ultimi anni e che comunque ha caratteristiche strutturali, occorre mettere in campo rapidamente alcuni interventi in grado di aggredirla e dare ad essa soluzioni utili. E’ necessaria dunque, rispetto al modello di gestione privatistico, una radicale inversione di tendenza che si può realizzare unicamente con la ripubblicizzazione del servizio idrico e un nuovo sistema di finanziamento, basato sulla leva tariffaria, sulla finanza pubblica e la fiscalità generale. Quello che occorre è un approccio radicalmente alternativo, e cioè la messa in campo di un piano straordinario di investimenti volto all’ammodernamento della rete idrica, magari come capitolo di un ben più vasto programma di rilancio degli investimenti pubblici riguardante la tutela del territorio e dell’ambiente. Non va dimenticato che la messa in campo del piano straordinario di investimenti produrrebbe anche un incremento di diverse decine di migliaia di posti di lavoro nei prossimi anni, svolgendo un’utile funzione anticiclica rispetto alla nuova crisi economica che si sta palesando. Obiettivo comune che proponiamo è dunque, quello di sconfiggere nel più breve tempo possibile il Covid 19, tornare alla socialità e convivialità, evitare a lungo e medio termine effetti sullo stato di democrazia ed una ulteriore compressione dei diritti fondamentali, ma soprattutto impedire che tutto torni come prima. Ci dichiariamo sin da adesso disponibili a contribuire alla costruzione e a partecipare a momenti di riflessione e discussione ampi e allargati per mettere in campo energie, creatività, iniziative e mobilitazioni in questa direzione. Altrimenti il virus, oltre a esserci lasciato alle spalle un numero elevato di vittime, avrà raggiunto l’obiettivo di consolidare ancor più il sistema economico dominante che individua nel mercato l’unico regolatore sociale.

Roma, 21 marzo 2020 – Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

 

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L’Associazione Acqua Bene Comune Onlus è stata ammessa tra le Parti civili nel processo sull’inquinamento da PFAS in Veneto, per il quale è stato chiesto il rinvio a giudizio per i reati di disastro innominato ed avvelenamento delle acque. L’Associazione Acqua Bene Comune ha condiviso insieme al Comitato Acqua Bene Comune Vicenza di procedere in tale direzione nella convinzione che l’acqua appartiene a tutti quelli che la usano come un elemento indispensabile alla vita. Chi la inquina compie un atto criminale e va perseguito fino in fondo. In totale sono circa 230 le realtà riconosciute a pieno titolo come parti civili. Inoltre, il giudice ha deciso di chiamare in causa il fondo d’investimento ICIG e la multinazionale Mitsubishi per la responsabilità civile pertanto, in caso di condanna, potranno essere chiamati a risarcire i danni. Un fatto positivo perché fino a questo momento il processo era solo nei confronti di persone fisiche. Si tratta di un buon inizio che premia l’intensa mobilitazione promossa da comitati e associazioni in questi anni. 21 gennaio 2020

Acqua Bene Comune Vicenza – Associazione Acqua Bene Comune Onlus – Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

 

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Ora basta rinvii, si approvi subito la legge per l’#acquapubblica.

Apprendiamo con favore che nella Legge di Stabilità 2020 sia stata approvata una norma che punta a evitare l’ingresso dei privati nella costituenda società di capitali derivante dalla trasformazione dell’EIPLI, l’ente che gestisce alcune grandi opere idrauliche tra Puglia, Campania e Basilicata. L’obiettivo di tale norma sarebbe quello di scongiurare il nefasto epilogo auspicato da chi persevera nel voler privatizzare l’acqua avendo individuato nel sud Italia la nuova frontiera da sottomettere all’egida del mercato e alla logica del profitto. Ciò è anche il frutto della mobilitazione messa in campo dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua ma, se da una parte porre un freno all’espansione dei privati è sempre un fatto positivo, non possiamo non evidenziare come si tratti di una norma che prova a ridurre il danno di una privatizzazione portata avanti con il Decreto Crescita fortemente voluto dal passato Governo. Ulteriori pericoli, poi, rischiano di arrivare con la definizione dello statuto di questa nuova società, la cui bozza circolata nei mesi scorsi, purtroppo, li renderebbe una drammatica realtà. Quanto inserito nella Legge di Stabilità non interviene minimamente in merito prestando così il fianco a coloro che continuano a lavorare nell’ombra per giungere alla definitiva privatizzazione. Per queste ragioni rimane tutt’ora valida la denuncia diffusa nei mesi scorsi, ossia che una società di capitali, qualsiasi sia la sua compagine sociale, opera sotto l’egida del mercato e le regole della concorrenza ponendosi inevitabilmente l’obiettivo della massimizzazione del profitto. Da questo punto di vista ci teniamo a evidenziare come la storia della privatizzazione in Italia insegni che l’inserimento di una clausola tramite cui provare a blindare la partecipazione pubblica imponendo il divieto di cessione a privati delle quote azionarie, rischia di rivelarsi solo un fragile argine, puntualmente travolto nel medio lungo periodo, soprattutto se non si costruisce, pur avendone le condizioni, un quadro normativo nazionale che porti ad una reale gestione pubblica e partecipativa dell’acqua. Ci teniamo anche a stigmatizzare l’insopportabile propaganda trionfalistica di alcuni esponenti della maggioranza tramite cui si spaccia come un passo avanti un mezzo passo indietro. D’altra parte assistiamo quotidianamente al procedere di processi di privatizzazione, alcuni in maniera occulta e altri più esplicita, per cui un reale e concreto passo avanti sarebbe approvare norme, a partire dalla legge per l’acqua pubblica, che impediscano a questo sistema di gestione privatistico di continuare la propria espansione e produrre danni incalcolabili ai cittadini e all’ambiente. Pertanto ribadiamo la nostra richiesta: si approvi uno statuto che limiti il campo di operatività della neo società ai soli impianti del soppresso EIPLI e che preveda, inoltre, in tempi brevi il trasferimento degli stessi agli enti di diritto pubblico che gestiranno l’acqua dopo l’approvazione della legge sull’acqua pubblica. Basta tatticismi, mezze verità, continui ritardi e bugie, il Parlamento si assuma le proprie responsabilità e proceda celermente alla discussione della nostra proposta di legge fino all’approvazione senza stravolgimenti, proprio nel rispetto della volontà popolare chiaramente espressa dalla maggioranza assoluta del popolo italiano con i referendum del 2011, perché ancora una volta si scrive acqua ma si legge democrazia.

Roma, 30 dicembre 2019 – Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

 

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