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URGENTE RIPENSARE IL SISTEMA ALIMENTARE GLOBALE A PARTIRE DAGLI ALLEVAMENTI INTENSIVI”. Roma, 23 luglio 2021 – Cartella multimediale – https://www.dropbox.com/sh/0keezmcgtgmg293/AACxWKlvAvLWEbpY1ZFpoXCPa?dl=0.

   Il 70% della biomassa degli uccelli del pianeta è pollame da allevamento. Solo il 30% è costituito da specie selvatiche.

•   Il 60% della biomassa dei mammiferi sul pianeta è costituito da bovini e suini da allevamento, il 36% da umani e appena il 4% da mammiferi selvatici.

 • Allevamenti intensivi da soli responsabili del 14,5% delle emissioni totali di gas serra e il 40% dei terreni è coltivato per la produzione di mangimi. 

 • Il 75% delle malattie emergenti è di origine zoonotica.

La campagna WWF #Food4Future per ridurre drasticamente il consumo di carne e chiedere maggiore trasparenza di etichette e maggiori regole per allevamenti integrati nel ciclo biologico naturale.

Di tutti i sistemi umani che utilizzano a proprio beneficio le risorse naturali, il maggior responsabile della crisi ecologica   che stiamo affrontando è quello alimentare. In primis la filiera della carne di cui gli allevamenti intensivi sono da soli responsabili del 14,5% delle emissioni totali di gas serra, utilizzano circa il 20% delle terre emerse come pascolo e il 40% dei terreni coltivati per la produzione di mangimi. Gli animali commerciati o allevati insostenibilmente sono, inoltre, pericolose fonti di malattie zoonotiche, gravi minacce per il Pianeta e per la nostra stessa specie. Alla vigilia del Pre Summit Food (il cui avvio dei lavori è previsto per lunedì 26 luglio a Roma) il WWF lancia il report “Dalle pandemie alla perdita di biodiversità. Dove ci sta portando il consumo di carne”. L’analisi presenta numeri scioccanti e vuole promuovere una riflessione verso un ripensamento globale dell’attuale sistema di produzione e consumo della carne e dei derivati animali. Il report si inserisce all’interno della campagna Food4Future di WWF lanciata ad aprile di quest’anno, che mira a promuovere sistemi alimentari più resilienti, inclusivi, sani e sostenibili, dalla produzione al consumo, tenendo conto delle necessità umane e dei limiti del Pianeta.

IL PIANETA ‘ALLEVATO’ – Negli ultimi 50 anni i consumi di carne hanno subito un netto incremento a livello globale, tanto che oggi nel mondo il 70% della biomassa di uccelli è composto da pollame destinato all’alimentazione umana. Solo il 30% sono invece uccelli selvatici. Ogni anno vengono macellati a scopo alimentare 50 miliardi di polli, di cui circa il 70% allevati in maniera intensiva. Tra i mammiferi, le proporzioni sono ancora più impressionanti: il 60% del peso dei mammiferi sul Pianeta è costituito da bovini e suini da allevamento, il 36% da umani e appena il 4% da mammiferi selvatici. La quantità di carne prodotta è oggi quasi cinque volte maggiore di quella dei primi anni ‘60: in media nel mondo oggi si consumano 34,5 kg di carne a testa l’anno, ma con grandi differenze tra i Paesi. In Italia il consumo medio è di quasi 80 kg a testa quando 60 anni fa erano appena 21 kg! “Il sistema agroalimentare porta nelle nostre case i frutti del lavoro di centinaia di milioni di persone in mare e a terra e i benefici di ecosistemi vicini e lontani. Il cibo è il sapore della vita per miliardi di persone. Eppure proprio questo sistema, entrato negli ingranaggi voraci di sistemi economici ed industriali globali, si è trasformato in un letale nemico di foreste, oceani, biodiversità e, non ultimo, della nostra stessa salute.” afferma Isabella Pratesi, Direttore Conservazione di WWF Italia “La nostra stessa sopravvivenza su questo Pianeta ci pone oggi l’obbligo – prima che sia troppo tardi – di ripensare il nostro sistema alimentare globale a partire dagli allevamenti intensivi. Oggi se vogliamo dare un futuro al Pianeta non basta più pensare ad abbattere le emissioni di CO2 dobbiamo ridurre le “emissioni” del sistema food che sono deforestazione, perdita di biodiversità, inquinamento e distruzione di ecosistemi

Danni per la nostra salute e quella del Pianeta. Una grandissima parte delle malattie infettive che hanno afflitto e affliggono l’uomo – tra cui il COVID-19 – sono trasmesse dagli animali. Il 60% delle malattie infettive umane e circa il 75% di quelle emergenti, che hanno colpito l’uomo negli ultimi 10 anni (come la malattia del Nilo occidentale, la SARS, l’influenza suina A H1N1), sono di origine animale. Oltre alla diffusione delle malattie, gli appetiti umani per la carne sono il motore scatenante di molte delle principali categorie di danno ambientale che oggi minacciano il futuro dell’umanità. L’inquinamento dell’aria e dell’acqua, i cambiamenti climatici, la distruzione di habitat prioritari, tra cui le foreste e le savane per fare posto a pascoli e monocolture destinate a produrre mangimi animali, l’alterazione dei cicli bio-geochimici, la resistenza agli antibiotici: sono tutti fenomeni che dimostrano concretamente a che livello di insostenibilità sia giunto l’attuale sistema zootecnico.  È un dato di fatto che oltre il 50% degli antibiotici utilizzati globalmente è destinato all’allevamento animale e al settore veterinario, rappresentando un fattore di rischio per la selezione e diffusione di batteri resistenti. Oggi, in Europa 1/3 delle infezioni è causato da batteri resistenti agli antibiotici. Purtroppo, il nostro Paese detiene il triste primato nel contesto europeo, della mortalità per antibiotico-resistenza con il 30% dei decessi totali dovuti a batteri resistenti. Un altro notevole impatto degli allevamenti è quello sul cambiamento climatico. Nel comparto agricolo, tra i maggiori responsabili della produzione di gas serra ci sono gli allevamenti intensivi che generano il 14,5% delle emissioni totali. Le emissioni di azoto causate dagli allevamenti sono un terzo di quelle prodotte dall’uomo. A livello europeo, la produzione agricola è responsabile del 12% delle emissioni di gas serra: la maggior parte di queste emissioni – oltre il 60% – deriva dagli allevamenti, in particolare dal bestiame bovino. Inoltre, in Italia gli allevamenti intensivi sono la seconda causa di inquinamento da polveri sottili, preceduti solo dal riscaldamento degli edifici.  La crescente domanda di carne e derivati animali degli ultimi decenni ha determinato anche l’espansione incontrollata delle colture per mangimi, influenzando tutto il sistema agricolo mondiale. Ogni anno un miliardo e mezzo di tonnellate di mangimi, tra cui principalmente soia e mais, entra negli allevamenti intensivi di tutto il mondo. La soia ha avuto negli ultimi 20 anni un’esplosione produttiva che non ha precedenti nella storia dell’agricoltura ed è tra i maggiori responsabili della deforestazione planetaria. 

Cambiare la propria dieta e attuare regolamentazioni più rigide per filiere più sostenibili. Nel 2019, a livello globale, la produzione di carni (bovine, ovine, avicole e suine) è ammontata a 337 milioni di tonnellate, prodotte prevalentemente in sistemi intensivi. La carne suina rappresenta tipicamente oltre un terzo della produzione mondiale, il pollame il 39% e la carne bovina il 21%. L’Italia, con 23 milioni di capi allevati, è quarta in classifica in UE per numero complessivo di capi. Ogni 100 abitanti, ci sono circa 11 mucche, 14 maiali, 11 pecore e 1,75 capre. Dagli anni 1960, la popolazione mondiale è più che raddoppiata, arrivando a oltre 7,8 miliardi attuali. Nello stesso arco di tempo, il reddito medio globale è più che triplicato e in maniera proporzionale anche il consumo di carne, che varia a seconda dei Paesi. Nei Paesi sviluppati si consumano circa 70 kg pro-capite annui di carne contro i 27 kg dei Paesi in via di sviluppo. Non solo carne, negli ultimi 50 anni anche il consumo medio di latte è aumentato del 90% e quello delle uova del 340%. “Sono necessarie soluzioni in grado di cambiare alla radice un sistema che ha conseguenze drammatiche sul Pianeta. Serve attuare una transizione ecologica dei metodi di allevamento e delle pratiche agricole eliminando logiche rivolte al profitto   che vedono sempre più animali allevati e prezzi sempre più bassi.” Sostiene Eva Alessi, Responsabile Sostenibilità di WWF Italia “Per rendere possibile la transizione ecologica della zootecnia dobbiamo porci l’obiettivo di una drastica riduzione del consumo globale di carne e derivati animali (soprattutto nei Paesi più ricchi) e di un sostanziale incremento nei consumi di alimenti vegetali come frutta, verdura, cereali e legumi”. In avvicinamento al Pre-Summit delle Nazioni Unite sui Sistemi Alimentari, il WWF si rivolge in primis alle istituzioni perché è il momento di riconoscere che la salute degli esseri umani è strettamente legata alla salute degli animali e dell’ambiente ed è urgente mettere in atto una transizione agroecologica anche della zootecnia in cui si eliminino progressivamente gli allevamenti intensivi industriali. È necessario che l’UE e l’Italia elimino i sussidi agli allevamenti intensivi e sostengano aziende agricole che producono con metodi biologici e estensivi. Per rafforzare il biologico, in quanto strumento essenziale per rilanciare il nostro sistema agroalimentare, e favorire la sostenibilità ambientale, occorre incentivarne il consumo anche sul piano fiscale, attraverso l’applicazione di un’aliquota Iva agevolata al 4%. Per realizzare questa transizione è inoltre indispensabile una comunicazione chiara e trasparente in etichetta affinché i consumatori possano conoscere il metodo di allevamento utilizzato e il livello di benessere animale. Ai consumatori il WWF raccomanda una drastica riduzione del nostro consumo di carne, la scelta di carne di migliore qualità, e l’impegno a pagare il giusto prezzo per ogni prodotto. “Mangiare carne tutti i giorni, o più volte al giorno, non è salutare né per noi né per l’ambiente, così come comprare carne a basso prezzo: nessun allevamento rispettoso dell’ambiente e del benessere animale potrà soddisfare questi ritmi di consumo. Ogni volta che compriamo della carne a basso costo, ci sarà qualcuno o qualcosa che paga per noi i pericolosi impatti di quel prodotto” Conclude Eva Alessi. Il WWF è impegnato nella campagna #Food4Future attraverso la quale, con attività sui propri canali social e digital, vuole supportare i consumatori ad adottare dei giusti criteri di consumo e di scelta dei prodotti alimentari. Ripensare i nostri sistemi produttivi e di consumo, rimettendo al centro una visione rispettosa di tutte le componenti che caratterizzano la vita sul Pianeta, fra cui il benessere degli altri animali, è oggi in piena crisi sanitaria ed ecologica, un dovere che non possiamo non assumerci.

Roma, 22 luglio 2021 – Ufficio stampa WWF Italia: 329-8315718.

Le associazioni rifiutano fermamente le spiegazioni dell’assessore Cordaro, che si tratti di una norma interpretativa del mini-condono nazionale del 2013, e ritengono che sia una vera e propria sanatoria. I gravi errori evidenziati da Legambiente Sicilia e dal WWF nelle posizioni espresse in particolare dal Governo regionale sono:

1. presentare il quadro normativo come dubbio. Poiché la norma, già di per sé molto chiara, si è aggiunta una giurisprudenza costituzionale univoca. La sanatoria del 2003 esclude del tutto gli immobili ricadenti in aree di vincolo, seppur parziale;

2. non è affatto vero che vi sono molte migliaia di persone in attesa di una risposta sulla loro istanza di sanatoria perché chi le ha presentate non ne aveva titolo. Quindi non possono essere considerate pratiche pendenti;

3. l’assessore Cordaro ritiene che le sanatorie prevederebbero un automatismo, mentre la norma appena approvata aggiungerebbe una valutazione degli organi che gestiscono i vincoli per la cui presenza gli abusivi non hanno potuto ottenere il condono del proprio immobile illegale. Ma anche questo è un errore perché qualunque sanatoria d’immobili ricadenti in aree di vincolo relativo, quella del 1985 o quella del 1994, era sottoposta al preventivo rilascio di Nulla Osta da parte dell’ente responsabile di quel vincolo. Ma, guarda caso, non c’è nessuna istanza di sanatoria rigettata per il mancato rilascio di un Nulla Osta. Non essendoci tecnicamente alcuna differenza tra la norma approvata e le precedenti leggi di condono, quest’ultima costituisce l’allargamento del perimetro di applicazione di una legge di condono nazionale, quella del 2003, e la conseguente riapertura dei termini temporali. Ovviamente in aperta violazione del dettato costituzionale.

Legambiente Sicilia e WWF fanno appello al Presidente del Consiglio e al Ministro per la Transizione Ecologica affinché il Governo nazionale impugni questa vera e propria sanatoria della Regione Siciliana nel rispetto dell’ambiente e dei cittadini onesti, che non possono ancora una volta essere vittima dell’abusivismo premiato dalla politica. Legambiente Sicilia e WWF percorreranno ogni strada legale affinché non si perpetri questo ennesimo scempio.

Oggi discussione generale alla Camera. Roma, 21 luglio 2021

Il decreto semplificazioni non è riuscito a tradurre in norme e procedure la sostenibilità ambientale che dovrebbe essere al centro del PNRR e della sua concreta attuazione. Questo in sintesi il giudizio del WWF Italia, nel giorno in cui comincia la discussione generale in Aula alla Camera dei Deputati e si annuncia la fiducia al Governo sul provvedimento. Il WWF ha concentrato le sue osservazioni critiche, inviate per tempo in Parlamento, in particolare sui contenuti di 14 articoli e sugli Allegati al provvedimento che, secondo l’associazione, non sono coerenti con le priorità stabilite dalla Commissione Europea per i PNRR in materia di azioni per il clima e la biodiversità e con il principio “do no significant harm”, non arrecare alcun danno significativo, nella definizione delle norme e, quindi, delle procedure che dovrebbero dare attuazione allo stesso PNRR e al PNIEC – Piano Nazionale Energia e Clima, oltretutto da aggiornare urgentemente per adeguarlo al target europeo al 2030. “Limitarsi a destinare 59,3 miliardi di euro, il maggiore investimento previsto dal PNRR italiano (di complessivi 191,5 miliardi di euro) alla Rivoluzione Verde e alla Transizione Ecologica non è sufficiente se non si ha ben chiaro che il futuro competitivo e sostenibile del Paese è strettamente legato a meccanismi e procedure che favoriscano realmente la decarbonizzazione e contrastino la perdita di biodiversità, obiettivi questi che sono stati tenuti in poco conto nel decreto semplificazioni”, commenta il WWF. Il WWF nel suo documento punta il dito sugli Allegati I-bis e IV che prevedono rispettivamente interventi energetici non coerenti con l’emancipazione dalle fonti fossili e grandi opere infrastrutturali non giustificate (linea ad AV Salerno-Reggio Calabria pur in presenza di una linea esistente recentemente ammodernata). Il WWF si concentra, poi, le norme riguardanti la valutazione di impatto ambientale e la tutela del territorio contenute nel decreto, con le quali: si va ben oltre la semplificazione, riproponendo le procedure opache e inefficaci della legge Obiettivo (abbandonata, visto il suo fallimento, dal 2016); una sanatoria edilizia mascherata; poteri di avocazione arbitrari in materia di beni archeologici e paesaggistici.

Molte le modifiche all’Allegato I-bis che per il WWF sarebbero necessarie per correggere le scelte che perpetuano soluzioni in contrasto con la decarbonizzazione quali quelle che promuovono tecnologie inaffidabili e inefficaci come la cattura e stoccaggio della CO2 o gli impianti di incenerimento, che producono emissioni inquinanti e climalteranti. O quelle relative alle infrastrutture per il gas naturale – costituito prevalentemente da metano, combustibile fossile climalterante -, scelta questa che secondo il mondo scientifico non può costituire una fonte energetica di transizione compatibile con la sfida climatica. Mentre sull’Allegato IV il WWF fa notare che, incomprensibilmente, si fa riferimento alla “realizzazione della linea ferroviaria Salerno-Reggio Calabria”,  infrastruttura, sottolinea WWF, non solo già esistente ma già ammodernata e potenziata con lunghi tratti con velocità di tracciato sino a 200 km/h e con  ulteriori interventi in corso (variante di Agropoli e upgrading e adeguamento tecnologico nelle tratte di Maratea-Scalea, Campora-Lamezia-Rosarno e altre), mentre  l’associazione si dice contraria alla ipotesi della nuova linea “interna” ad AV/AC SA-RC viste le prestazioni che la linea esistente può assicurare e considerato che al momento manca un progetto della nuova linea ad AV mentre le prime stime dei costi di realizzazione (30 miliardi di euro) sono insostenibili e non in linea con gli standard indicati dalla Corte dei Conti europei. Proprio a proposito di come si programmano gli interventi, di quali progetti vengono sottoposti a Valutazione di Impatto Ambientale – VIA e con quali tempi, il WWF denuncia che nel decreto semplificazioni si ripropongono, purtroppo meccanismi fallimentari derivanti dalla legge Obiettivo, che non hanno portato alcun risultato positivo (dopo 15 anni di applicazione solo il 4% delle opere è stato completato interamente). Il WWF contesta la priorità delle opere solo perché genericamente individuate negli Allegati al decreto e non, invece, con specifici provvedimenti che identifichino chiaramente quali siano gli interventi da realizzare (art. 18). Il dimezzamento dei tempi (da 60 a 30 giorni) per la consultazione del pubblico nell’ambito della Procedura di Valutazione di Impatto Ambientale, che comprimono la partecipazione dei cittadini, anche sulle grandi opere (art. 21). La VIA, invece che sul progetto definitivo (l’unico che consente di avere tutti i dettagli tecnici e localizzativi di un’opera) sul progetto di fattibilità tecnica ed economica (ex progetto preliminare), che non consente di valutare gli impatti ambientali (art. 44). Scelta quest’ultima che è stata una delle maggiori cause del rallentamento dei tempi e dell’aumento incontrollato dei costi delle cd infrastrutture strategiche, per l’approssimazione con cui sono definite le caratteristiche tecniche delle opere ed erano valutate le ricadute sul territorio. Sempre con riguardo alle valutazioni ambientali nel documento del WWF, inviato a suo tempo alle Commissioni competenti della Camera dei Deputati, ci sono anche critiche puntuali a come, nel provvedimento in esame vengono trattati altri aspetti della procedura VIA (nazionale e regionale), la Valutazione di Incidenza (VINCA) e l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) non in coerenza con le normative comunitarie e nazionali (in particolare negli artt.  20, 21, 22, e 24, oltre che nel già richiamato art. 44). Il WWF, solo per fare due esempi, richiama i contenuti de: l’art. 20 che prevede la nomina di un “titolare di potere sostitutivo” in caso di inerzia non solo della Commissione VIA ma anche dei DG competenti, che va contro i principi di economicità, pubblicità e trasparenza che devono improntare l’azione della Pubblica Amministrazione; l’art. 24 che illogicamente – trattandosi di un provvedimento di semplificazione – nel caso della VIA regionale stabilisce che la VINCA e l’AIA non siano contestuali alla VIA, contro quanto stabilito dalla normativa comunitaria e dal Codice dell’Ambiente. Inoltre, il WWF critica il taglio drastico da 120 gg a 30 (previsto dall’art. 46 del decreto in esame) per lo svolgimento del Dibattito Pubblico sulle opere da realizzare in tutto o in parte con le risorse del PNRR e del Piano per gli investimenti complementari e il dimezzamento dei tempi successivi per perfezionare questo importante procedimento, che doveva essere il fiore all’occhiello di questa nuova fase. Il WWF richiama, quindi, l’attenzione su organismi “speciali” come la Commissione Tecnica di VIA per i progetti PNRR-PNIEC (art. 17) e la Soprintendenza speciale per il PNRR (art. 29) che, nel primo caso, fanno correre il rischio di provvedimenti difformi di VIA e, nel secondo caso, prevede l’affidamento di indefiniti poteri arbitrari di avocazione e sostituzione difficilmente giustificabili ai fini dell’espressione del parere del Ministero della Cultura – MiC nell’ambito della procedura di VIA. Mentre, sempre con riferimento al ruolo del MiC, si esprimono perplessità rispetto a quanto stabilito nel decreto riguardo agli interventi relativi agli impianti di produzione energetica da realizzare nelle cd “aree contermini” (art. 30). Infine, il WWF appunta la sua critica su disposizioni estranee allo spirito complessivo del provvedimento quando con riferimento alla realizzazione degli interventi finanziabili con il bonus del 110% si avalla una sanatoria degli abusi edilizi (art. 33) o quando si dà di fatto libera circolazione al CSS combustibile (da rifiuti), addirittura anche in impianti non autorizzati di coincenerimento (art. 35). Mentre, si smentisce la ratio del decreto legge, quando si complica, invece di semplificarla, la procedura autorizzativa per l’End of Waste (art. 34). 

Il 2020 è stato, assieme al 2016, l’anno più caldo di sempre. Roma, 20 luglio 2021

Si è svolto nel pomeriggio il webinar di lancio della proposta, rivolta a Governo e Parlamento, per una legge quadro sul clima in Italia: a lanciarla sono WWF Italia, Legambiente, Greenpeace, Kyoto Club e Transport and Environment. 

L’ex ministro Edo Ronchi è intervenuto per appoggiare l’iniziativa. Il 2020 è stato, insieme al 2016, l’anno più caldo di sempre, mentre il 2021 ci sta facendo assistere a una sequela impressionante di eventi impensabili, dalle temperature record in Artico alla bolla di calore sulla parte nord – ovest degli USA e le regioni occidentali del Canada (con quasi 50°C e incendi enormi e distruttivi), una siccità impressionante in California e in altre regioni del mondo, alle alluvioni catastrofiche in Germania e in Belgio. Nessun angolo della Terra è al sicuro, tutti devono uscire dagli interessi di parte e dai veti incrociati per rispettare l’accordo di Parigi e fare ogni azione umanamente possibile per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C. Dopo l’entrata in vigore della “Normativa europea sul clima” (Regolamento europeo Regolamento (UE) 2021/1119 ), è però sempre più evidente la carenza di strumenti che accompagnino la transizione, in particolare la necessità di uno strumento legislativo per allineare le politiche e fare della riduzione delle emissioni di CO2, e degli altri gas climalteranti un indice di programmazione e valutazione di ogni singolo provvedimento, con un approccio strategico, sistemico e di lungo termine per scelte politiche sempre più allineate alle indicazioni della comunità scientifica. 

Sulla scia di quanto previsto da altre legislazioni nazionali, le organizzazioni ambientaliste propongono in particolare la definizione di un budget totale e budget settoriali di carbonio, commisurati agli obiettivi futuri e al percorso di decarbonizzazione, calcolati su solide basi scientifiche. Le organizzazioni ambientali propongono l’istituzione di un Organismo Consultivo Indipendente (i.e. Comitato tecnico scientifico sulla crisi climatica) che agisca da base e supporto per le scelte politiche, per esempio proponendo il budget di carbonio totale e quelli settoriali.  WWF Italia, Legambiente, Greenpeace, Kyoto Club e Transport and Environment ritengono sia opportuno conseguire la reale neutralità climatica e la decarbonizzazione fissando degli obiettivi assoluti di riduzione delle emissioni di gas climalteranti, in tutti i settori dell’economia in modo da abbattere le emissioni di gas ad effetto serra. Le associazioni ripropongono il target del 65% entro il 2030 (target fissato al 55% dal Regolamento UE) rispetto ai livelli del 1990 e centrare l’obiettivo di lungo periodo carbonio zero entro il 2040 (target fissato al 2050 dall’UE): tali scadenze, infatti, sono maggiormente in linea con le indicazioni della comunità scientifica, a partire dal report IPCC su come limitare il riscaldamento globale a 1,5°C. Tra le proposte, le associazioni richiamano la necessità che la transizione sia giusta e inclusiva, e avanzano proposte per una riforma fiscale in senso ambientale, a partire dalla tassa sul carbonio e, per i settori ETS, dal presso minimo del carbonio (carbon floor price). Dotarsi di una legge quadro sul clima permetterà di governare la complessità della crisi climatica in atto, di monitorare i livelli di emissione per tutti i settori dell’economia, di trasformare il sistema economico senza compromettere in maniera irreversibile la salute del Pianeta Terra, ed il futuro delle nuove generazioni e di contribuire all’attuazione degli obiettivi climatici di Parigi e di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. 

il presente comunicato è inviato dall’Ufficio stampa WWF in nome e per conto delle associazioni citate.

Uno studio dell’Università di Padova e del Politecnico di Milano, realizzato per conto del WWF, conferma fattibilità e convenienza della transizione verde. Roma, 19 luglio 2021

Chiudere gli impianti di produzione di energia elettrica alimentati a carbone entro il 2025, e decarbonizzare il sistema energetico al 2050 in Sardegna, evitando nuovi investimenti in combustibili fossili, è possibile e porta molti posti di lavoro. Lo dimostra lo studio, realizzato per conto del WWF dall’Università di Padova e dal Politecnico di Milano, “Una valutazione socio-economica dello scenario rinnovabili per la Sardegna”. Lo studio rileva anche che nuovi investimenti in combustibili fossili potrebbero rallentare il processo di transizione energetica dell’isola e rappresentare solo un costo per la collettività. Date le caratteristiche geografiche, economiche e infrastrutturali dell’Isola (geograficamente isolata, con un potenziale interessante di sviluppo delle rinnovabili) e considerata l’assenza di rete gas, l’Isola può rappresentare un contesto particolare nel percorso di decarbonizzazione nazionale.

La Sardegna deve emanciparsi dal carbone e dallo scarso sviluppo delle infrastrutture energetiche e di trasporto, ed è fra le regioni che più hanno potenziale di transitare direttamente ad un sistema energetico in linea con le ambizioni comunitarie al 2050, grazie all’ampio potenziale di fonti energetiche rinnovabili e un parco infrastrutturale energetico già obsoleto e pronto al rinnovamento. Lo studio si basa sull’idea che sia di interesse strategico considerare nelle valutazioni di costo/beneficio degli investimenti infrastrutturali nel settore energetico sardo, un orizzonte temporale in linea con gli scenari di decarbonizzazione di medio e lungo periodo. Per questo motivo è necessario identificare le soluzioni su cui indirizzare gli investimenti, minimizzando il rischio di soluzioni “transitorie” che rallenterebbero il processo di transizione energetica dell’isola con costi non recuperabili a carico della collettività. Nel lungo periodo il gas metano non è compatibile con un sistema energetico decarbonizzato e i nuovi impianti a fonti fossili non sono più competitivi riguardo i costi, se confrontati con fonti di energia pulita come eolico e fotovoltaico.

Per mantenere in sicurezza il sistema elettrico sardo, lo studio ipotizza due scenari di transizione al 2025-2030, 

senza prevedere investimenti nel metano: sviluppo di impianti di pompaggio per una capacità complessiva di 400 MW (come proposto anche da Terna), sviluppo di generazione a idrogeno verde associata ad impianti di accumulo del vettore stesso. In questo scenario di transizione l’idrogeno viene utilizzato solamente per il bilanciamento elettrico e il livello di elettrificazione è considerato a metà strada rispetto al 2050. Le simulazioni suggeriscono che la dismissione degli impianti a carbone sardi non deve essere necessariamente accompagnata dalla realizzazione di nuovi impianti termoelettrici a metano, ma può essere sostituita da nuovi impianti di pompaggio o nuovi impianti Power-To-Hydrogen. 

Il gas naturale non viene considerato nemmeno nel medio termine come un’alternativa tecnologica “ponte”. Soprattutto l’impiego di capitali per una nuova rete del gas o per impianti a metano, espone al rischio di attivi non recuperabili (gli stranded asset) e all’effetto lock-in degli investimenti, diventando anche una barriera al sistema di incentivazione per le FER e l’efficienza energetica. La Sardegna inoltre potrebbe rappresentare il contesto ideale per anticipare anche la penetrazione della filiera idrogeno verde nei sistemi elettrici.

Analisi costi-benefici e ricadute occupazionali. Il lavoro, inoltre, fornisce un’analisi dei costi e benefici legati allo sviluppo degli scenari green proposti. La velocità con cui la transizione verso fonti energetiche rinnovabili avrà luogo dipenderà sia dai futuri costi di queste tecnologie. La realizzazione degli scenari al 2030 necessita di circa 3-4 miliardi di euro di investimenti nel periodo 2021-2030, mentre per lo scenario di neutralità climatica al 2050, gli investimenti addizionali richiesti sono stati valutati in circa 18-20 miliardi di euro.

Di notevole importanza anche le ricadute economiche ed occupazionali.  Al 2030 gli occupati diretti nel settore delle rinnovabili potrebbero ammontare a circa 3.000-4.000 unità a seconda delle diverse configurazioni. Al 2050, invece, gli occupati diretti potrebbero salire a circa 8.000-9.000 unità. Per questo, emerge dallo studio che l’ipotesi di puntare alla metanizzazione oltre ad essere in contrasto con i contenuti degli accordi internazionali sul clima, limita il processo di transizione energetica.

L’isola non può investire sulla costruzione di dorsali, mini-dorsali, rigassificatori e nuovi cicli combinati, che la renderebbero dipendente dal gas fossile per i prossimi decenni, ma deve trarre vantaggio dalla disponibilità

praticamente inesauribile di fonti rinnovabili in luogo di quelle fossili, che oggi invece è costretta ad importare con rilevanti costi economici ed ambientali. Con l’implementazione degli scenari proposti al 2030 e 2050, la Sardegna potrebbe non solamente superare i target europei sulle emissioni di gas serra, ma bensì anticiparli, ponendosi in tal modo a livello globale come esempio di modello virtuoso di un epocale cambio di paradigma sistemico.

“Lo studio condotto insieme al Politecnico” afferma il prof. Arturo Lorenzoni che ha coordinato lo studio insieme alla prof. Paola Valbonesi e alla prof. Chiara D’Alpaos per il Centro Studi Levi Cases dell’Università degli Studi di Padova, “ci ha offerto la possibilità di verificare la desiderabilità di una transizione rapida verso le fonti rinnovabili, conveniente sul piano economico in primo luogo, oltre che ambientale. Infatti, anche prescindendo dalla valutazione dei benefici su scala globale, che ispirano le politiche europee e nazionali, si è visto che l’economia locale ha vantaggio dalla conversione verso le fonti rinnovabili. Investimenti ulteriori nelle fonti fossili avrebbero l’effetto di rimandare una conversione reale verso le fonti decarbonizzate. La Sardegna è un sistema isolato interessante da studiare, perché mostra come sistemi più ampi possano essere pensati in futuro come un insieme di sistemi privi di combustibili fossili, bilanciati su scala locale e interconnessi.

“Lo studio smentisce molte delle dichiarazioni che si leggono in questi giorni sui giornali della nostra isola – dice Carmelo Spada, Delegato del WWF Italia per Sardegna – il gas è il passato, le rinnovabili sono il futuro e assicurano che il ‘combustibile’ (sole e vento) sia sempre disponibile in natura. Chi pensa di metanizzare oggi la Sardegna e basarsi sul gas per altri 30 anni non ha certo a cuore né i posti di lavoro, né l’indipendenza energetica dell’isola. Peraltro, proprio in Sardegna hanno enormi potenzialità anche le comunità energetiche, fortemente legate ai territori e alla realtà dei comuni dell’entroterra sardo. La ricetta per lo sviluppo sostenibile dell’isola è a portata di mano, chi vorrebbe prendere altre strade non lo fa certo nell’interesse dei sardi.  La totale eliminazione delle fonti fossili nella produzione di energia in Sardegna deve avvenire grazie alle fonti rinnovabili (sole e vento) che potranno e dovranno essere rispettose dei valori paesaggistici, culturali e ambientali dell’isola”.

Il report integrale nella sezione pubblicazioni del sito WWFhttps://www.wwf.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/.

MARTEDI’ 20 LUGLIO 2021 ORE 15,30. Roma, 16 luglio 2021 – QUI IL LINK PER REGISTRARSI E PARTECIPARE

https://wwf.zoom.us/webinar/register/WN_vetaHhTlSY-P3tNIpTZ5iA.

In Italia manca una legge quadro sul clima, per assumere davvero le emissioni di CO2 come uno dei parametri da considerare obbligatoriamente per le decisioni e le azioni: lo sostengono WWF, Greenpeace, Legambiente, Kyoto Club e Transport&Environment. La richiesta e le proposte di contenuti verranno illustrate martedì 20 alle 15:30.

Ne parlano:

Donatella Bianchi, presidente WWF Italia

Giuseppe Onufrio, Direttore Esecutivo Greenpeace Italia

Francesco Ferrante, Vicepresidente Kyoto Club

Mauro Albrizio, Responsabile dell’Ufficio Europeo di Legambiente

Carlo Tritto, Policy Officer Transport&Environment.

Interverrà: Edo Ronchi. Introduce e coordina: Mariagrazia Midulla, Responsabile Clima ed Energia WWF Italia.

Titolo del webinar: IN ITALIA CI VUOLE UNA LEGGE SUL CLIMA: PROPOSTA DEGLI AMBIENTALISTI A GOVERNO E PARLAMENTARI. Quando: MARTEDI’ 20 LUGLIO ORE 15,30 SU ZOOM.

Registrati a questo link per partecipare: https://wwf.zoom.us/webinar/register/WN_vetaHhTlSY-P3tNIpTZ5iA.

Meeting ID: 995 5564 4862 – Passcode: 383672 

L’AZIONE PER L’AZZERAMENTO DELLE EMISSIONI E L’ADATTAMENTO È LA PRIORITA’ NAZIONALE E GLOBALE. Necessario attuare subito politica basata sul ripristino degli ecosistemi fluviali e sul recupero degli spazi che abbiamo rubato ai fiumi. Roma, 16 luglio 2021

Quello accaduto in Germania e in Belgio è un vero disastro climatico, dove in pochi giorni è caduta la pioggia che un tempo scendeva in due mesi e dove il bilancio provvisorio è arrivato già a oltre 80 morti e 1300 dispersi. Nemmeno la Germania, che da anni ha avviato politiche per ridare spazio ai fiumi, è al sicuro dalle conseguenze peggiori del cambiamento climatico. Non c’è più tempo e l’azione climatica va accelerata a ritmi esponenziali se vogliamo evitare le conseguenze più pericolose e ingestibili. L’azzeramento delle emissioni (mitigazione) va attuato nel più breve tempo possibile, ben prima del 2050, e nel contempo vanno messe in campo DAVVERO le politiche di adattamento. In Italia, per esempio, il Piano di adattamento è ancora fermo e non è mai passato alla fase attuativa. Pensando a quanto successo in Germania, dobbiamo immediatamente rendere operativa una politica basata sul ripristino degli ecosistemi fluviali e sul recupero degli spazi che abbiamo rubato ai fiumi. Dal dopoguerra ad oggi, nel nostro Paese, abbiamo tolto ai fiumi circa 2000 kmq, un’enormità di spazio e le conseguenze di questo sono e saranno sempre più devastanti. A proposito di adattamento, il WWF ha chiesto di avviare un grande piano di ripristino ambientale, come chiede anche la Strategia Europea per la Biodiversità che impegna gli Stati a rinaturalizzare e riconnettere almeno 25000 km di fiumi entro il 2030. Per questo il WWF Italia, in collaborazione con ANEPLA, ha promosso un grande progetto per la rinaturazione del Po – ora nel PNRR italiano, proprio per recuperare spazio al grande fiume, ripristinarne i servizi ecosistemici e tutelarne la biodiversità. Questo è un primo grande passo per l’adattamento ai cambiamenti climatici nel nostro Paese, ma è ancora troppo poco e ancora troppi sono gli interventi che vengono realizzati nei nostri corsi d’acqua assolutamente inadeguati (canalizzazioni e tombinature di corsi d’acqua, ancora consumo di suolo lungo le fasce fluviali, traverse, dighe, taglio della vegetazione ripariale, escavazioni in alveo con la scusa della manutenzione idraulica…) e di cui subiremo le conseguenze presto. Abbiamo reso estremamente vulnerabile il nostro territorio e possiamo star certi che da questa tragica emergenza dell’alluvione passeremo alla siccità, come sta avvenendo con sempre più frequenza da diversi anni. Il WWF per sensibilizzare sulla necessità di cambiare gestione sui nostri fiumi in favore di una diffusa azione di adattamento ai Cambiamenti climatici e per la loro rinaturazione ha avviato la campagna LIBERIAMO I FIUMI  a cui tutti possono partecipare. Il WWF da anni chiede anche politiche giuste ma accelerate per azzerare le emissioni climalteranti, in modo da cercare di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C. Se continuiamo a questi ritmi, con una concentrazione della CO₂ in atmosfera che a giugno ha toccato le 419 parti per milione, cioè ai livelli di 3 milioni di anni fa, saremmo destinati ad aumenti superiori ai 3°C e il mondo sarebbe un posto incompatibile con la civilizzazione umana e con la sopravvivenza di milioni di specie animali e vegetali. Quella del clima, insieme alla perdita della biodiversità, sono ormai la vera crisi che tutti i governi devono affrontare: in questo senso attendiamo una forte risposta dal G20 a presidenza italiana per favorire una convergenza al rialzo nelle sedi multilaterali. Per armonizzare le politiche nazionali sul clima, il WWF, insieme alle altre associazioni ambientaliste Greenpeace, Legambiente, Kyoto Club e Transport&Environment, presenterà la richiesta e una proposta di contenuti per una legge sul clima in Italia che verrà illustrata nel webinar su zoom dal titolo “IN ITALIA CI VUOLE UNA LEGGE SUL CLIMA: PROPOSTA DEGLI AMBIENTALISTI A GOVERNO E PARLAMENTARI” e si terrà martedì 20 luglio alle ore 15,30. Registrati a questo link per partecipare al webinar:

https://wwf.zoom.us/webinar/register/WN_vetaHhTlSY-P3tNIpTZ5iA. Meeting ID: 995 5564 4862 – Passcode: 383672. 

docufilm

Presentati oggi i primi risultati del progetto SafeSharks iniziato nel 2018 per ridurre la pesca accidentale. A Monopoli l’85% degli squali marcati con dispositivi satellitari e rilasciati è sopravvissuto e la maggior parte resta nell’Adriatico nel periodo estivo. Cartella – https://www.dropbox.com/sh/rzajey43rcqct15/AACHn3UXAzAKMCQgX8fMJqAla?dl=0.

Roma, 15 luglio 2021 – Qui la scheda informativa sul progetto SafeSharkshttps://www.dropbox.com/s/xvj0xb2a1rk8m5i/Scheda%20di%20approfondimento%20Save%20Sharks.pdf?dl=0.

Oltre la metà delle 86 specie di squali, razze e chimere del Mediterraneo è minacciata e un terzo di queste è prossima al rischio di estinzione. Il preoccupante stato di questi predatori marini è un chiaro segnale della salute complessivamente precaria del Mar Mediterraneo, la cui biodiversità è decimata dalla pesca eccessiva, a sua volta alimentata da un consumo inconsapevole e da un mercato globale di carne di squalo e razza poco regolamentato e opaco, come dimostra il report WWF lanciato ieri, nella Giornata Mondiale degli Squali. Il WWF oggi a Monopoli ha condiviso con i pescatori i primi risultati di SafeSharksil progetto di monitoraggio e tagging degli squali di cui sono stati protagonisti. Fin dal suo avvio nel 2018, il progetto Safesharks identifica insieme ai ricercatori, soluzioni per ridurre le catture accidentale di squali o incrementarne la sopravvivenza in seguito al rilascio. Sebbene infatti squali e razze non siano quasi mai ‘obiettivo’ dei pescatori, verdesche, palombi, mobule, torpedini, gattucci, mako e altre specie spesso protette vengono catturate accidentalmente in tutte le attività di pesca nel Mediterraneo, la maggior parte delle volte rigettate in mare o quando possibile commercializzate. Oltre 60 specie sono vittime di reti a strascico, attrezzo che sbarca più specie di squali e razze a scopi commerciali, mentre in alcune zone addirittura un terzo del pescato catturato dai palangari è costituito da squali e razze. “Il rapido declino è il più chiaro allarme sullo stato in cui versa il nostro mare. Tutti i Paesi del Mediterraneo sono responsabili di questa mattanza silenziosa. Gli squali sono da sempre parte della cultura del Mediterraneo, dobbiamo agire velocemente per garantire la loro sopravvivenza anche nel futuro– afferma Giulia Prato, Responsabile Mare di WWF Italia-. Non c’è più tempo da perdere. Per questo il WWF ha scelto di lavorare con pescatori e governi per migliorare la gestione delle nostre già fragili risorse marine e adottare soluzioni efficaci per ridurre la cattura accidentale di squali.”

I primi risultati del progetto SafeSharks. Protagonista di questi primi anni del progetto è la comunità di pescatori di Monopoli, la più importante dell’Adriatico per quanto riguarda la pesca del pesce spada, che è stata coinvolta con attività di formazione e sensibilizzazione per supportare la raccolta di dati chiave sulle catture accidentali di questi animali e per identificare insieme ai ricercatori soluzioni per ridurre le catture accidentali di squali o incrementarne la sopravvivenza in seguito al rilascio. Fondamentale la parte sperimentale e di ricerca applicata nel progetto, possibile grazie alla collaborazione coi pescatori. Per comprendere, infatti, la sopravvivenza alla cattura e gli spostamenti a breve/medio termine delle popolazioni di verdesca del Mediterraneo centrale, incluso l’Adriatico meridionale, alcuni squali sono stati marcati con dispositivi satellitari “pop-up tag”. E la sopravvivenza registrata è molto alta: oltre l’85% degli individui marcati è sopravvissuta. Ciò significa che una strategia di mitigazione del fenomeno del by-catch basato sul rilascio degli esemplari di verdesca catturati durante la pesca avrebbe un impatto positivo. Inoltre i dati confermano che nonostante questa specie abbia capacità natatorie per compiere grandi migrazioni (in un caso la verdesca marcata a largo di Bari in un mese ha nuotato fino a largo di Creta) la maggior parte degli esemplari preferisce l’Adriatico almeno nel periodo estivo monitorato. “Questi dati supportano l’ipotesi che il mar Adriatico sia un’importante area per l’alimentazione, la riproduzione e per l’accrescimento dei giovani di verdesca. Si è anche scoperto che questa specie possiede un pattern di movimenti verticali molto stabile, durante il giorno preferiscono nuotare in acque anche molto profonde fino oltre i 600 m, mentre durante la notte cacciano in superficie anche a pelo d’acqua– spiega Pierluigi Carbonara, Ricercatore del progetto COISPA Tecnologia & Ricerca-. Ulteriori dati sulle migrazioni di questa specie saranno forniti dai tag satellitari che registrano dati per un anno”. Lo studio di incidenza del by-catch di verdesca per la marineria di Monopoli ha evidenziato che ogni 7 pesci spada viene sbarcata una verdesca e che i 16% dello sbarcato totale dei palangari di superficie è rappresentato da verdesche., dati che dovrebbero apparire nella raccolta dati nazionale sulla pesca purtroppo carente per quanto riguarda il bycatch. Il progetto ha riportato importanti risultati anche in Albania, dove grazie all’attività di informazione, sensibilizzazione con i pescatori e advocacy presso le istituzioni dell’Ong INCA diverse specie di squali e razze sono state inserite nella lista rossa IUCN albanese. SafeSharks ha sottolineato l’importanza di una collaborazione e formazione mirata ai pescatori e agli organi deputati al controllo, sia con programmi regionali che nazionali, sulle migliori pratiche per incrementare i tassi di sopravvivenza post-rilascio degli animali catturati e sulle misure necessarie per mitigare i fenomeni di catture accidentali e frodi alimentari, includendo anche l’identificazione delle specie, la raccolta e segnalazione dei dati. Ad oggi, sempre più pescatori di Monopoli si stanno impegnando a rilasciare gli squali catturati accidentalmente, soprattutto i più giovani. Ma il lavoro da fare è ancora molto, per questo le attività proseguiranno con il progetto Medbycatch coordinato da Birdlife nel Mediterraneo e implementato da WWF Italia a Monopoli e Porto Cesareo. “In questa seconda fase, sperimenteremo strategie di mitigazione delle catture accidentali sulla base delle scoperte ottenute con SafeSharks, e coinvolgeremo altre marinerie nelle formazioni e sensibilizzazioni in un gioco di squadra. Insisteremo inoltre affinché le istituzioni sviluppino un Piano Nazionale sugli Elasmobranchi e migliorino la raccolta dati nazionale per quanto riguarda il bycatch. La conservazione degli elasmobranchi è un problema complesso, eterogeneo e in equilibrio precario tra economia, società e conservazione. Le azioni di conservazione, monitoraggio e ricerca richiedono del tempo per essere applicate, tempo che alcune specie potrebbero non avere. Insieme, possiamo riuscire in questa difficile missione di salvataggio per gli squali, e dare a queste specie un futuro migliore. Dipende solo da ognuno di noi”, sottolinea Giulia Prato. Ognuno di noi infatti può fare la sua piccola parte per sostenere il progetto SafeSharks, partecipando alla campagna di raccolta fondi WWF “adotta uno squalo”. Questi animali esistono da più di 400 milioni di anni e svolgono ruoli essenziali negli ecosistemi marini, mantenendo le reti alimentari in equilibrio, controllando le dimensioni delle popolazioni ittiche e favorendo lo scambio di nutrienti attraverso gli strati oceanici con le loro migrazioni verticali. Il loro ruolo nella cattura e deposito del carbonio (quando muoiono per cause naturali, le loro carcasse affondano sul fondo dell’oceano e portano con sé il carbonio legato nei corpi) è anche sempre più riconosciuto come un fattore di mitigazione al cambiamento climatico.

MANCANO GLI ELEMENTI CHIAVE. Roma, 14 luglio 2021

Pacchetto UE sul Clima per prepararsi alla riduzione del 55% delle emissioni entro il 2030.

Il pacchetto di proposte della Commissione Europea “Fit for 55%” su clima ed energia al 2030 è il pacchetto più consistente ed ampio presentato fino ad ora. Tuttavia, è ancora molto al di sotto di ciò che è necessario per un passaggio alla neutralità climatica basato sulla scienza e socialmente equo. I punti salienti includono l’obbligo che tutti i ricavi derivanti dal Sistema di Scambio delle Emissioni (ETS) siano destinati ad azioni per il clima – sicuramente un miglioramento rispetto alla raccomandazione di spesa del 50% in vigore oggi. Si tratta di un elemento cruciale per assicurare che il clima, e quindi i cittadini dell’UE, beneficino di queste entrate. Un altro punto positivo è la misura che prevede di far rientrare il trasporto marittimo internazionale nell’ETS: questo finalmente aiuterebbe ad affrontare l’inquinamento da carbonio del settore. Ma questi barlumi di progresso sono in gran parte oscurati da difetti significativi e da elementi mancanti nelle proposte. In particolare, gli obiettivi complessivi rimangono troppo bassi. Il WWF e molti altri hanno da tempo sottolineato che l’obiettivo del 55% di riduzione delle emissioni nette deve essere più vicino al 65% di riduzione lorda per contribuire a mantenere l’aumento della temperatura a 1,5°C ed evitare un cambiamento climatico più pericoloso (molto più di quanto non vediamo già oggi, con un aumento medio del riscaldamento globale di poco superiore a 1°C). Il pacchetto non affronta questo gap: per le energie rinnovabili, ad esempio, propone solo un obiettivo del 40%, mentre il 50% entro il 2030 sarebbe molto più utile per proteggere il clima e costruire in futuro un’economia sostenibile. Per il WWF, tutti gli obiettivi – dall’Emissions Trading System al settore dell’Uso del Suolo – devono essere migliorati in base a quanto indicato dalla comunità scientifica. “Nel pacchetto mancano delle disposizioni chiave, alcune non sono giuste e altre faranno in realtà più male che bene. L’UE deve smettere di spendere soldi a favore dell’inquinamento attraverso la distribuzione gratuita delle quote di emissione attraverso l’ETS, dobbiamo garantire che le famiglie più povere non siano svantaggiate, dobbiamo fermare la pratica di sovvenzionare la combustione di alberi e colture per l’energia”, dice Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia. Il taglio del 61% delle emissioni nel sistema ETS non è sufficiente a risolvere il problema più evidente del meccanismo. L’inquinamento gratuito – assegnato alle industrie pesanti sotto forma di quote di emissioni – è affrontato solo attraverso la proposta di subordinare l’assegnazione gratuita agli investimenti per aumentare l’efficienza energetica. Tuttavia, se un’azienda non si adegua, riceverà ancora fino al 75% delle sue quote gratuite precedentemente assegnate. Il WWF vuole che l’assegnazione gratuita finisca a partire dal 2023 e che le assegnazioni siano invece messe all’asta. Il Carbon Border Adjustment Mechanism, che metterà una tassa sulle importazioni di alcuni beni da regioni con regole meno severe sul clima, deve essere progettato solo come un complemento alla fine dell’assegnazione gratuita di quote nell’ambito dell’ETS, non in aggiunta all’assegnazione gratuita. Tuttavia la Commissione propone di introdurre un CBAM semplificato per tre anni (2023-2026) e di eliminare completamente le quote gratuite solo nel 2035. Le entrate dell’ETS dovrebbero aiutare a finanziare la transizione verso la neutralità climatica. La Commissione propone anche misure, tramite la “Strumento Sociale” e l’ETS, per assicurare che il suo pacchetto non abbia un impatto ingiusto su alcune persone o aree più che su altre, e questo è un fatto positivo. Tuttavia, per essere efficaci, queste misure devono essere dotate di risorse adeguate, sostenute da un’analisi completa e pianificate in modo inclusivo. L’estensione dell’ETS ai trasporti e agli edifici è preoccupante perché potrebbe penalizzare i meno abbienti. Un altro elemento allarmante sono le scappatoie che potrebbero permettere agli Stati membri di evitare di utilizzare le risorse per sostenere i più vulnerabili, per esempio rendicontando in modo generico il denaro utilizzato per il clima e le misure sociali, senza che necessariamente siano entrate “nuove” o aggiuntive provenienti dall’ETS. Il WWF registra il fallimento della Commissione nel rendere più severe le regole sulla bioenergia. Bruciare alberi e colture per l’energia comporta un aumento delle emissioni in rapporto con i combustibili fossili, sia in generale che nell’arco di tempo che abbiamo a disposizione per fermare il cambiamento climatico. Eppure, nonostante questo, queste pratiche saranno ancora considerate “rinnovabili” e quindi ammissibili ai sussidi pubblici. Questo approccio va contro le indicazioni scientifiche e rischia di minare gran parte dell’azione climatica dell’UE.

Maggiori informazioni. Qui il testo in inglesehttps://www.wwf.eu/?uNewsID=4039866.

Revisione ETS – Il livello dell’obiettivo ETS è molto al di sotto di ciò che è necessario per mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto dei livelli pericolosi. La Commissione ha proposto un obiettivo del 61% entro il 2030, mentre è necessario un obiettivo del 70% per i settori inclusi nello schema. Più positivamente, la Commissione vuole aumentare la quantità di quote da rimuovere dal mercato ogni anno, con un fattore di riduzione lineare aumentato del 4,2%, dal 2024. Inoltre, dice anche che ci dovrebbe essere un taglio una tantum alla quantità massima di quote consentite. Il WWF vuole vedere 350 milioni di quote rimosse dal mercato per evitare che ci siano troppe quote disponibili nel 2020. Un altro punto positivo è che la Commissione propone di mantenere la quantità di quote in eccesso che vengono temporaneamente tolte dal mercato (nella “riserva di stabilità del mercato”) al 24% fino al 2030. Abbiamo bisogno di una combinazione di questo tasso di ritiro più alto, di soglie più basse e di un meccanismo continuo di cancellazione delle quote in eccesso per stringere il mercato e aumentare il prezzo del carbonio. La Commissione ha proposto dei miglioramenti alla legislazione, includendo la navigazione marittima nel campo di applicazione dell’ETS e chiedendo che tutti i ricavi dell’ETS siano spesi per l’azione climatica. Sfortunatamente, c’è una spada di Damocle laddove la Commissione sta propone di darsi il diritto, attraverso un atto delegato, di prendere le entrate dell’ETS – non dice ancora quale importo – e trasferirle nel bilancio dell’Unione. Il quadro generale è quello di una resa alle lobby industriali. I settori che non hanno ridotto significativamente le emissioni negli ultimi anni – come le industrie ad alta intensità energetica o l’aviazione – ottengono di mantenere l’assegnazione gratuita più a lungo, anche se questo non porta a riduzioni delle emissioni. È allarmante che si voglia che i cittadini e altri settori paghino parte del conto per la decarbonizzazione industriale, attraverso il trasferimento di entrate dai settori dell’energia, del trasporto stradale o degli edifici ai fondi di modernizzazione e innovazione. La Commissione in pratica propone di aumentare le bollette dei cittadini dell’UE, mantenendo invece i permessi gratuiti di inquinare delle industrie dell’acciaio, del cemento e della chimica. Tutti i permessi di emissione dovrebbero invece essere messi all’asta a partire dal 2023, o per lo meno, tutti i permessi gratuiti devono essere legati strettamente a vincoli ambientali per garantire che siano usati in modo saggio. Per il WWF, la proposta della Commissione per cui gli Stati membri dovrebbero essere autorizzati a spendere le loro entrate ETS solo per interventi sul clima è un passo positivo, ma ciò che costituisce un “intervento sul clima” è ancora mal definito, e permette investimenti in combustibili fossili. Gli Stati membri e gli eurodeputati devono colmare questa lacuna e assicurare che i ricavi dell’ETS non danneggino l’ambiente.