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Roma, 19 ottobre 2017

Di fronte allo sforamento di tutti i limiti degli inquinanti in molte città il WWF sottolinea come sia oltremodo necessario che le istituzioni locali, regionali e nazionali agiscano con provvedimenti urgenti ma strutturali, non solo contingenti. È certamente positivo, oltreché necessario dare consigli ai cittadini e porre limiti temporanei alla mobilità ma la vera questione è che sono anni che non ci si occupa più in modo serio di intervenire sulle fonti di inquinamento. Sappiamo bene che la responsabilità per questa situazione è del traffico su gomma, dell’uso degli inquinanti in agricoltura e degli allevamenti, delle centrali a carbone, dei riscaldamenti (anche se oggi ancora spenti, per lo più): occorre ridurre l’inquinamento provenienti da tutte queste attività, non c’è più tempo per rinvii. Il piano di decarbonizzazione che il nostro Paese deve varare sarà delle buone occasioni per farlo con una visione unica e non solo settoriale: abbattere la CO2 killer del clima, infatti, serve anche ad eliminare contemporaneamente altri inquinanti che arrecano enormi danni diretti alla salute. Sono decenni che le istituzioni a tutti i livelli sembrano avere scarso interesse per il traffico urbano e lo spostamento di persone e merci. E i problemi si stanno aumentando perché, con l’acquisto via internet, le merci viaggiano molto più capillarmente tra e nelle città. Eppure, il settore della distribuzione merci ha avuto una quasi completa deregulation negli anni: questo rischia di far sì che le città smart del futuro non traggano nessuno dei possibili benefici dalla rivoluzione tecnologica, e anzi aumentino il caos e l’inquinamento. Dal governo alle regioni, passando per i comuni, mai come oggi le parole d’ordine devono essere visione e azione.

 

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Roma, 18 ottobre 2017

https://www.dropbox.com/s/22r6u1cc3vpq2ij/Belize%20Natural%20Heritage%20Natural%20Wealth.pdf?dl=0&utm_campaign=Urban%20Nature&utm_term=Qui%C2%A0il%20report%C2%A0completo&utm_medium=email&utm_source=directmailmacQui il report completo.

https://www.dropbox.com/s/22r6u1cc3vpq2ij/Belize%20Natural%20Heritage%20Natural%20Wealth.pdf?dl=0&utm_campaign=Urban%20Nature&utm_term=Cartella%20con%20foto%20e%20video&utm_medium=email&utm_source=directmailmacCartella con foto e video.

Belmopan, Belize, 18 ottobre 2017 – Per la prima volta si conosce il valore economico del turismo che ruota attorno alla barriera corallina del Belize, uno dei più importanti siti Unesco e Patrimonio dell’Umanità dal 1966. Nel nuovo report lanciato oggi dal WWF, Natural Heritage, Natural Wealth si evidenzia proprio il valore questa incredibile risorsa che però stiamo rischiando di perdere. Il report analizza quattro delle sette aree marine protette (MPAs) che rientrano nell’area, che sono: Blue Hole & Half Moon Caye Natural Monuments, Glover’s Reef Atoll Marine Reserve, and Laughing Bird Caye National Park. Queste 4 aree generano complessivamente oltre 19 milioni di dollari l’anno come profitti economici portati dalle attività turistiche e ricreative. Si tratta di un contributo significativo dal punto di vista socio-finanziario e che riflette solo in parte i benefici economici totali per il paese. L’economia del Belize è da tempo fortemente legata al turismo: nel 2016, l’intera regione caraibica ha richiamato oltre 29 milioni di turisti, molti dei quali attratti proprio dalle spiagge e dalle barriere di coralli. Più della metà della popolazione del Belize (circa 190,000 abitanti) trae sostentamento sia dal turismo legato all’ambiente corallino che dall’industria ittica. La ricchezza di biodiversità della barriera corallina del Belize è quindi uno dei punti di forza: in questo ambiente vivono oltre 1400 specie costituendo così uno degli hot-spot più ricchi di biodiversità nel mondo. Purtroppo questo ambiente rischia di subire danni irreversibili a causa della distruzione delle sue coste e dell’assenza di un quadro legislativo in grado di assicurarne una protezione efficace Nel giugno di quest’anno il WWF ha pubblicato una scheda di valutazione sul progresso del governo del Belize rispetto all’attuazione di impegni promessi a difesa del sito: quest’area infatti dal 2009 è nella lista Unesco dei patrimoni in pericolo. Nella scorecard si denunciò l’assenza di adeguate misure di protezione. “L’annuncio fatto dal governo del Belize nell’agosto di quest’anno, rispetto ad una moratoria sulla trivellazione petrolifera, è un passo avanti incoraggiante. Tuttavia, la barriera corallina è ancora a rischio. Sono urgenti misure legislative per vietare la vendita del suolo pubblico all’interno del patrimonio mondiale e per tutelare l’ambiente di mangrovie. Il rapporto sui benefici provenienti dal turismo rappresenta un forte argomento economico che accompagna le motivazioni di carattere ecologico”, ha dichiarato Nadia Bood, ricercatrice del WWF in Belize. “La salute della barriera è fondamentale per il nostro futuro – se non si agisce ora per proteggerla rischiamo di perderla per sempre”. Tra gli altri benefici garantiti dalla Barriera Corallina sono importanti quelli della pesca e una serie di servizi ecosistemici, tra cui la difesa da eventi estremi come gli uragani. “E’ indispensabile proteggere questo sito dalle minacce legate alle attività industriali, se vogliamo garantire uno sviluppo sostenibile del Belize: questo permetterà alla barriera corallina di non uscire dalla Lista Unesco e di continuare a fornire benefici a lungo termine per la popolazione del Belize”, ha dichiarato Elena Khishchenko, Global Campaigns Manager di WWF International.

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Roma, 18 ottobre 2017

La raccomandazione dell’Unione Europea sulle misure di gestione della Fossa di Pomo è un importante passo avanti per la conservazione degli stock del Mare Adriatico, ma negare la co-gestione, fortemente voluta dai pescatori italiani e croati, è stata una grave mancanza di coraggio. L’Italia è stata determinante nella bocciatura del processo che avrebbe portato pescatori, ricercatori e società civile ad avere un ruolo attivo nella gestione di una delle più importanti aree di riproduzione per naselli e scampi dell’intero Adriatico. La raccomandazione europea per la gestione della pesca nella Fossa di Pomo nasce da un confronto costruttivo tra la ricerca scientifica, pescatori italiani e croati e le associazioni ambientaliste, un lungo processo di condivisione che oggi vede disattese molte aspettative. Un confronto che il settore produttivo ha sostenuto lungo tutto il percorso di approvazione e i cui risultati sono stati fatti propri dalle amministrazioni nazionali ed in primis dalla Unione Europea. Ci si aspettava, però, che a fronte di un coinvolgimento così forte, un ruolo nella gestione venisse riconosciuto e affidato a chi in mare lavora. È stata, quindi, un’occasione persa per rispettare le richieste della Riforma della Politica Comune della Pesca, che chiede a gran voce di porre gli stakeholders al centro della gestione oltre che per promuovere un’azione completamente in linea con la recente raccomandazione ‘MedFish4Ever’ di Malta. Esistono esempi virtuosi di gestione della pesca, soprattutto nel nostro Paese: il perché del parere negativo dell’Italia sul principio della co-gestione nella Fossa di Pomo è incomprensibile. “Il WWF, a questo punto, auspica che al momento dell’entrata in vigore della raccomandazione l’Italia si impegni a dare vita ad un comitato di co-gestione per monitorare e gestire al meglio l’attuazione delle norme previste dalla raccomandazione”Dichiara la presidente del WWF Italia Donatella Bianchi che conclude: “È del tutto evidente che solo attraverso un processo di responsabilizzazione dei pescatori sarà possibile attuare una pesca responsabile nella Fossa di Pomo e superare quella conflittualità che ha dato vita a vere e proprie ‘guerre del pesce’ degli ultimi decenni. Non c’è futuro se non si opera su scala di bacino e la co-gestione della Fossa di Pomo poteva rappresentare un modello replicabile in altre aree del Mediterraneo come il Canale di Sicilia”.

Roma, 17 ottobre 2017 – “Con il rinvio del ddl #falanga ha vinto il buonsenso”. Lo scrive la presidente del WWF Italia Donatella Bianchi su Twitter commentando il rinvio in commissione del ddl Falanga, una proposta di legge che il WWF aveva definito come “un vero e proprio salvacondotto per i ‘ladri’ di territorio, per gli speculatori che a dispetto della bellezza del nostro Paese fanno dell’abusivismo una regola.