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Cantanti e telespettatori di tutto il mondo sono invitati a partecipare alla TikTok Challenge e a firmare la petizione sul sito voicefortheplanet.eu. #VoiceForThePlanet – Roma, 15 maggio 2021

Il WWF partecipa all’Eurovision Song Contest, il più grande evento musicale annuale dal vivo del mondo, che quest’anno ha scelto di dare voce alla natura, per dimostrare quanto la nostra salute e quella del pianeta siano strettamente connesse. Ad avviare questa collaborazione sarà il DJ e ambassador del WWF, Armin van Buuren, che il 15 maggio farà diventare “green” il famoso “ponte Erasmus” di Rotterdam. Con lui Martin Österdahl, supervisore esecutivo dell’Eurovision Song Contest, e Kirsten Schuijt, CEO di WWF-NL, che insieme parleranno a favore della natura firmando la petizione globale #VoiceForThePlanet. L’evento speciale sarà trasmesso in streaming nel “villaggio virtuale” dell’Eurovision. L’obiettivo è quello di raccogliere un milione di “voci” sul sito voicefortheplanet.eu, voci di persone che insieme al WWF vogliono proteggere e ripristinare il nostro pianeta. Questa petizione sarà presentata ai leader mondiali ai vari eventi politici chiave nel corso dell’anno, per chiedere loro di prendere le giuste decisioni sul futuro del pianeta. Attraverso il social media TikTok, Armin van Buuren inviterà gli spettatori a cantare, ballare o duettare il suo brano ‘Million Voices’ per partecipare alla sfida #voicefortheplanet. Anche l’attore e influencer olandese Niek Roozen sta dando il suo sostegno per assicurarsi che questa sfida diventi virale. Niek si avvicinerà a tutti i concorrenti durante i live show e insieme a loro inviterà ancora più spettatori di ogni singolo paese a far sentire la propria voce per la natura partecipando alla TikTok Challenge e firmando la petizione sul sito voicefortheplanet.eu. Collaborando all’Eurovision, il WWF invita tutte le persone ad unire le loro voci in un unico grido per salvare la natura e proteggere il pianeta. Armin van Buuren, DJ di fama mondiale e ambassador del WWF ha detto: “Quando penso alla voce del nostro pianeta, penso a Sir David Attenborough. Mi ha ispirato molto nel corso degli anni, aiutandomi a capire quanto sia preziosa la vita sulla terra e che dovremmo fare tutto il possibile per salvarla. Tutti insieme possiamo farcela: solo restando uniti saremo in grado di ispirare il cambiamento e fare la differenza. Ecco perché chiedo a tutti i miei fan di firmare la petizione globale #VoiceForThePlanet e far sentire la loro voce”. “Siamo davvero entusiasti di collaborare con il WWF quest’anno e sostenere la loro campagna Voice for the Planet. L’Eurovision Song Contest si concentra sull’uso del suono della voce per unire il mondo e sappiamo che i milioni di fan che lo guarderanno vorranno alzare la voce per sostenere un futuro sostenibile”, ha aggiunto Martin Österdahl, supervisore esecutivo dell’Eurovision Song Contest. “Abbiamo visto come la pandemia ci ha costretti a dividerci in tanti modi, eppure qui c’è un grande esempio di persone che si riuniscono, grazie alla musica. Dobbiamo unirci e alzare più voci possibili anche per il Pianeta. Un pianeta che è in crisi a causa delle nostre attività insostenibili. Un pianeta dalla cui salute dipende la salute di tutti noi. Unire le nostre voci in un unico coro per parlare in difesa della natura oggi è più importante che mai, e solo se ci prenderemo cura dell’unico pianeta da cui tutti dipendiamo, potremo prevenire le possibili future pandemie”, ha concluso Marco Lambertini, direttore generale del WWF International. “L’Eurovisione è simbolo di speranza: faremo sentire la nostra voce e i leader mondiali dovranno ascoltarla”.

WWF: È LA CONFERMA DI QUANTO SIA GRAVE E ATTUALE IL FENOMENO. IL PARLAMENTO ADEGUI GLI STRUMENTI DI CONTRASTO. Roma, 14 maggio 2021

Foto – https://www.dropbox.com/sh/7t76kg4q61l47va/AAAHyQMzgQQckMvytXAtjWXKa?dl=0.

Quella appena trascorsa è una settimana segnata da gravi episodi di bracconaggio nell’area dello Stretto di Messina. Il bilancio è di 5 falchi abbattuti, tutti nell’area metropolitana di Reggio Calabria, di cui 4 morti e un ferito, un Falco pecchiaiolo, attualmente in cura presso il Centro di Recupero animali selvatici di Messina, gestito dall’Associazione Mediterranea per la Natura (MAN) che, a causa delle lesioni riportate, non potrà mai più tornare a volare. Gli animali sono stati rinvenuti dai Carabinieri della Sezione Operativa Antibracconaggio e Reati in danno degli Animali (SOARDA), durante l’attività di pattugliamento effettuata in sinergia con il Nucleo Carabinieri CITES di Catania e con il Comando Regione Carabinieri Forestale “Calabria”. Lo Stretto di Messina è una delle aree più importanti in Europa per il passaggio di uccelli migratori. In questo periodo, infatti, migliaia di esemplari confluiscono nel braccio di mare che separa la Sicilia al continente, durante l’annuale viaggio dalle aree di svernamento africane a quelle di nidificazione europee. Quest’area è anche una delle “capitali” del bracconaggio in Italia, infatti è stata inclusa tra i 7 black-spot previsti dal Piano di Azione per il Contrasto degli illeciti contro gli uccelli selvatici, creato, su stimolo della UE, proprio a causa dell’eccessiva frequenza e diffusione di questi crimini nel nostro Paese. L’obiettivo prediletto dei bracconieri dello Stretto è proprio il Falco pecchiaiolo (Pernis apivorus), dai locali riconosciuto con il nome di Adorno, un magnifico animale che compie una spettacolare quanto faticosissima migrazione, in stormi composti a volte da centinaia di esemplari, i quali, senza quasi mai alimentarsi, giungono sui cieli dello Stretto dopo avere attraversato, tra mille pericoli, il deserto e il Canale di Sicilia, diretti anche fino al Nord Europa. Uno straordinario miracolo della natura che viene cancellato, in un attimo, a colpi di fucile. Nonostante il fenomeno sia notevolmente diminuito rispetto a quanto accadeva qualche anno fa, grazie al presidio e all’azione delle forze di polizia che, con la collaborazione dei volontari del WWF e delle altre associazioni (Lipu, Legambiente e MAN), ogni anno organizzano azioni di vigilanza e monitoraggio del territorio, il bracconaggio sullo Stretto non può considerarsi un problema definitivamente risolto, né limitato ai grandi rapaci, come testimoniano i numerosi sequestri di piccoli uccelli da richiamo e di strumenti di cattura come trappole e richiami elettronici. Oltre agli animali recuperati, morti o feriti è difatti molto probabile che altri siano sfuggiti ai controlli. “Questi crimini – dichiara Dante Caserta, Vice Presidente del WWF Italia – sono spesso associati ad altri gravi reati e sono compiuti, in maniera frequente e diffusa in tutto il Paese, da soggetti che non temono le ripercussioni, in quanto oggi gli strumenti normativi e sanzionatori posti a contrasto dei reati contro la fauna e la flora selvatiche sono assolutamente inadeguati rispetto al danno causato da chi si rende autore di queste condotte illecite. Ciò, oltre a privare la norma della sua funzione deterrente, vanifica, di fatto, l’enorme e prezioso lavoro delle forze di polizia e della Magistratura che, nonostante siano sempre più specializzati e sensibili rispetto a queste tematiche, non possono avvalersi di strumenti, anche investigativi, idonei a supportare l’azione penale e processuale che spesso si estingue prima di giungere a conclusione”. Il WWF Italia, che già supporta le Autorità pubbliche grazie alle azioni di sensibilizzazione dei suoi volontari, delle Guardie e degli Avvocati del Panda, è oggi l’unico partner italiano del progetto europeo Life SWiPE (Successfull Wildlife Crimes Prosecution in Europe) che ha proprio l’obiettivo di contribuire, con specifiche azioni a supporto di Magistratura e forze di polizia, a ridurre il numero di questi odiosi crimini attraverso un aumento del numero di procedimenti giudiziari che giungono a condanna.

A BERGAMO SI TENTA DI RIDURRE LE COMPETENZE DELL’ENTE GESTORE DI VALPREDINA. Appello del WWF al Presidente della Lombardia, Fontana. Roma, 14 maggio 2021

Nel giorno del 60°compleanno del WWF Internazionale il 27 aprile scorso, in Commissione Agricoltura la maggioranza ha approvato – oltre alla consueta deregulation a favore della caccia – anche un emendamento proposto dalla Lega al PDL n.164, che intende limitare  le competenze al WWF Italia in qualità di  Ente gestore  dell’Oasi WWF Valpredina e Misma in provincia di Bergamo e l’Oasi Bosco WWF di Vanzago in provincia di Milano,  dirette a valutare l’incidenza ambientale di tutti quegli interventi (edilizi, tagli forestali, infrastrutture, manifestazioni ecc.) che potrebbero comportare danni agli habitat  e alle specie in queste aree protette, gestite e di proprietà del WWF. Va sottolineato che la centralità dell’Ente gestore nell’azione concreta di tutela dei siti affidati, deriva proprio dagli impegni assunti a seguito della procedura di infrazione comunitaria (EU-Pilot 6730/14) a cui lo Stato ha risposto con precisi impegni, approvando le Linee Guida nazionali e solo poche settimane orsono approvate anche dalla Giunta di Regione Lombardia. Tra le diverse criticità riscontrate e che hanno determinato l’infrazione comunitaria, vi è proprio la richiesta di “Rafforzare il ruolo dell’Ente gestore del sito Natura 2000 interessato dal piano/progetto nella procedura di VIncA”, nella consapevolezza che solo tali soggetti sono in grado di garantire il pieno rispetto degli obblighi derivanti dalla Direttiva, in quanto a diretto contatto con il territorio che gestiscono. Alla decisione assunta in Commissione – con il parere contrario di tutte le minoranze consiliari – la Giunta regionale appare del tutto estranea, vista l’assenza di parere da parte della competente Direzione Ambiente di Regione Lombardia e che ora passerà alla decisione dell’aula consigliare lasciando perplessi nel merito e nella forma:

–    nel merito, in quanto tenta di limitare l’autonomia dell’Ente gestore del sito in difformità alle disposizioni anche della Legge Regionale n.28/2016 sulla riorganizzazione delle aree protette, che riconosce piena autonomia gestionale ai siti di Rete Natura 2000 gestiti anche da Enti non pubblici;

–    nella forma, in quanto, anziché tendere di semplificare – come una legge di revisione ordinamentale dovrebbe fare – determinerebbe una sovrapposizione di due Enti gestori nello svolgimento di analoga funzione assegnando la competenza al Parco Regionale più vicino al sito, che per il sito di Valpredina risulterebbe il Parco Regionale dei Colli di Bergamo.  

Posto che l’Oasi WWF di Valpredina ha sempre avuto un’ottima collaborazione con il Parco dei Colli e non solo perché appartenente allo stesso Ambito Territoriale Ecosistemico, rimane il fatto che l’Oasi non ricade nei confini amministrativi del Parco, che non ha giurisdizione sul relativo territorio. Si tratta quindi di una scelta che farebbe ricadere sull’organizzazione del Parco dei Colli un’onerosa attività amministrativa in assenza della puntuale conoscenza dei luoghi, di una presenza specifica di personale e dunque senza alcuna giustificazione e con il fatto di dover “sentire” l’Ente gestore del sito, il cui parere…” deve essere tenuto in considerazione nella redazione del parere finale.” Ciò è illogico e fa sorgere il dubbio che alla base della proposta ci sia invece il fatto che il WWF nella gestione delle aree protette affidate sia forse stato troppo efficace e che questa sia solo una mossa politica di basso respiro, visto che proprio in questi mesi si è parlato della iniziativa dei Comuni di Albino e Pradalunga che vorrebbero ridurre la fascia di rispetto da loro stessi istituita a tutela degli Habitat prioritari che si trovano nelle immediate vicinanze del sito di Valpredina. Chiediamo quindi l’intervento del Presidente Fontana e di tutta la Giunta regionale perché si provveda al ritiro dell’emendamento o diversamente che venga respinto dal Consiglio regionale dimostrando che la “transizione ecologica” in Lombardia inizia anche nel garantire la massima autonomia e sostegno agli Enti gestori come il WWF Italia, da sempre impegnati nella conservazione della natura.

Natura 2000 è il principale strumento della politica dell’Unione Europea per la conservazione della biodiversità. Si tratta di una rete ecologica diffusa su tutto il territorio dell’Unione, istituita ai sensi della Direttiva 92/43/CEE “Habitat” per garantire il mantenimento a lungo termine degli habitat naturali e delle specie di flora e fauna minacciati o rari a livello comunitario.

Gli impatti del COVID-19 e della mancanza di turismo nelle aree protette: crollo delle risorse finanziare e aumento di bracconaggio e commercio illegale. Fino al 23 maggio dona al 45585 per salvarli dall’estinzione, aiuterai il WWF a raddoppiare il numero dei leoni entro il 2050.

Roma, 13 maggio 2021Link alla pagina web di campagnahttps://www.wwf.it/progetto_leone_/?utm_source=PressOffice&utm_medium=CS&utm_campaign=SMS_Leone.

Cartella – https://www.dropbox.com/sh/0ctnk16eaojwvb3/AABB3wzzlfIe4sXVkxdJdWv3a?dl=0.

Degrado degli habitat naturali, bracconaggio e commercio illegale ci stanno portando via il leone africano (Panthera leo), predatore ai vertici della catena alimentare, la cui presenza non solo è necessaria per la salute dei sistemi naturali, ma sostiene le economie dei paesi e produce notevoli benefici per le comunità locali attraverso le attività legate al turismo. Oggi i leoni selvatici al mondo sono solo 20mila (in 100 anni è crollata del 90% la popolazione di leoni in Africa) e fra le cause che mettono a rischio il loro futuro si è aggiunta la pandemia da COVID-19, minaccia senza precedenti che ha avuto conseguenze significative su tutte le attività svolte nelle aree protette, aggravate dalla cronica mancanza di personale. A mostrarlo la recente indagine condotta in 19 Paesi dell’Africa da IUCN, World Commission on Protected Areas, in collaborazione con l’African Wildlife Foundation, che ha analizzato gli impatti su attività di base svolte normalmente nelle aree protette: dagli interventi di tutela della biodiversità alle operazioni necessarie a garantire la sicurezza di questi territori, dalla attività economiche in grado di generare introiti, alla collaborazione con gli stakeholders e le comunità locali. L’indagine ha anche evidenziato come la pandemia abbia il potenziale di annullare i successi di conservazione già conseguiti negli anni: il COVID-19 ha fatto crollare le risorse finanziare, mostrando la quasi totale dipendenza degli introiti a sostegno delle aree protette dai turisti provenienti da paesi esteri. Secondo il World Travel and Tourism Council, il turismo naturalistico genera ogni anno circa 340 miliardi di dollari e garantisce oltre 21 milioni di posti di lavoro e si stima che la pandemia abbia causato una perdita complessiva di 174 milioni di posti di lavoro e un mancato contributo al PIL globale pari a 4.700 miliardi di dollari. Grazie al turismo verso i leoni e la fauna selvatica in generale, le comunità ricevono degli importanti benefici diretti, tra cui la possibilità di creare attività imprenditoriali e di generare occupazione e reddito. Le comunità che vivono all’interno o intorno alle aree protette sono quindi incentivate a proteggere la fauna selvatica e i loro habitat, svolgendo un prezioso ruolo di custodia delle specie carismatiche, cruciale per la conservazione della biodiversità. Le restrizioni agli spostamenti e la diffusione dell’infezione stanno però impoverendo centinaia di milioni di persone che vivono nelle aree più ricche di fauna selvatica.

In Africa il turismo naturalistico genera più di un terzo di tutte le entrate legate al turismo e prima della pandemia, le aree protette ricevevano circa 8 milioni di visitatori l’anno. Un caso emblematico è quello della Namibia, che nel 2019 ha ricevuto circa 1,7 milioni di turisti stranieri e dove la pandemia ha bloccato del tutto il turismo. La pandemia ha messo in crisi anche il lavoro dei ranger, che svolgono un ruolo chiave nel mantenere l’equilibrio tra la componente naturale e quella umana, tutelando e gestendo le risorse naturali, moderando le interazioni dell’uomo con la natura e fungendo da deterrente alle attività illegali nelle aree protette. Grazie ai loro servizi, i ranger contribuiscono a ridurre la probabilità di future pandemie di origine zoonotica, svolgendo così un servizio sanitario di rilievo planetario. A causa della pandemia la lotta contro il bracconaggio, la deforestazione, la raccolta illegale dei prodotti non forestali e altri crimini ambientali è diventata molto più difficile. In alcuni paesi, le attività sono state ridotte significativamente a causa dei tagli al personale e della riduzione dei budget riservati alle attività operative sul campo; anche l’accesso limitato ai dispositivi di protezione individuale ha influito negativamente sull’operatività dei ranger, mentre in molti casi il personale adibito alle operazioni di controllo è stato riassegnato ad altri servizi mirati a controllare la diffusione dell’epidemia. In questa fase di pandemia i ranger africani hanno evidenziato un incremento soprattutto della caccia di sussistenza verso le specie selvatiche, oltre ad attività illecite di deforestazione e distruzione degli habitat. In assenza di misure efficaci e di progetti di conservazione dedicati i leoni diminuiranno di un ulteriore 50% nei prossimi due decenni in Africa occidentale, centrale e orientale. Per salvare questa straordinaria specie dall’estinzione, il WWF lancia il progetto “SOS Leone”: dal 9 al 23 maggio ogni donazione al 45585 con SMS o chiamata da rete fissa sosterrà il programma globale per salvare i grandi felini del pianeta con l’obiettivo di raddoppiare entro il 2050 il numero dei leoni che vivono in natura, invertendo una tendenza che rischia di portarli verso l’estinzione.

Gli impatti del Covid-19 a SOKNOT, area strategica per i leoni dove lavora il WWF. Un’area in cui la pandemia esercita un peso fortissimo sul futuro dei leoni è quella di SOKNOT (acronimo di Southern Kenya – Northern Tanzania), più estesa della Grecia a cavallo fra Kenya e Tanzania, che custodisce una delle più grandi popolazioni di leoni e i parchi nazionali più famosi nel mondo per questo grande felino come il Masai Mara, Amboseli, Kilimangiaro e Serengeti. La mancanza di turisti provocata dalla pandemia sta determinando una situazione di grave crisi: sia per mancanza di fondi sia per la riduzione dei controlli (non a caso, il primo rinoceronte bracconato all’interno di una delle aree di conservazione autogestite negli ultimi due anni si è avuto nell’aprile del 2020). SOKNOT è il più importante fra gli 8 territori prioritari selezionati dal WWF per raddoppiare il numero dei leoni in Africa entro il 2050. SOKNOT è uno degli ambienti naturali più antichi, complessi e meno disturbati della Terra, costituito da otto aree protette gestite dallo Stato e da 32 aree di conservazione gestite dalla comunità, che sono fondamentali per gli spostamenti della fauna selvatica attraverso i due stati. È questo il territorio di quello che rimane delle grandi e straordinarie migrazioni che spostano ogni anno milioni di animali tra gnu, zebre, antilopi, gazzelle, e dietro a loro appunto i leni. Quest’area contribuisce ogni anno con 3,2 miliardi di dollari alle economie del Kenya e della Tanzania attraverso il turismo naturalistico, fornendo circa 3 milioni di posti di lavoro e 10 milioni di dollari alle aree protette.  Negli ultimi decenni purtroppo l’intera area è stata sottoposta a crescenti pressioni da parte dell’uomo – sotto forma di agricoltura, industria, turismo, bracconaggio, caccia di sussistenza e conseguente   scomparsa delle prede naturali – con conseguente drammatico declino della popolazione di leoni. E il Covid-19 ha aggravato la situazione, rischiando di creare la tempesta perfetta per il futuro di questo straordinario felino. Nell’area di SOKNOT, grazie al progetto SOS Leone, il WWF si prefigge di garantire il futuro delle popolazioni di leoni presenti, mitigando le minacce causate dalle attività umane come il bracconaggio, riducendo i conflitti e aumentando la connettività tra le aree protette, al fine di proteggere i grandi processi ecologici (migrazioni) che caratterizzano la vita dei leoni in questi territori straordinari.

Il WWF è impegnato con progetti sul campo in 8 grandi territori prioritari, tra i quali spicca quello di SOKNOT (acronimo di Southern Kenya – Northern Tanzania), localizzato a cavallo di Kenya e Tanzania.

https://www.oggitreviso.it/treviso-500-animali-salvati-un-solo-mese-dal-centro-di-recupero-fauna-selvatica-253654

Treviso, 500 animali salvati in un solo mese dal Centro di recupero fauna selvatica. 12/05/2021

Attualmente sono 130 gli animali ospitati in degenza al centro al parco dello Storga.

TREVISO – Un volpino, piccoli uccelli, lepri, roditori, rapaci e persino un cucciolo di cinghiale. Sono già 500 gli animali messi in salvo solo nell’ultimo mese grazie all’intervento del Centro di recupero fauna selvatica della provincia di Treviso. Un’attività frutto dell’unione di 6 associazioni ben radicate sul territorio (Progetto Riccio Europeo, Lav, Leidaa, Lipu, Oipa, Wwf). L’attività del Centro di recupero che ha sede al parco della Storga non si è mai interrotta, ma la carenza di personale aveva messo in difficoltà le sole attività di recupero che ora, dopo la nuova convenzione con le associazioni animaliste, sono riprese a pieno regime tanto da superare il mezzo migliaio di interventi. Attualmente, sono 130 quelli ospitati in degenza al centro. “Il lavoro è impegnativo ma siamo sulla strada giusta. I grandi progetti si possono realizzare solo con la massima collaborazione ed è questo il caso – spiega Michela Dugar, responsabile del Centro – La Provincia di Treviso ha dimostrato il coraggio e la fiducia in un progetto innovativo, mettendo a disposizione il know how del corpo della propria polizia provinciale. Il periodo è impegnativo anche perché oltre agli animali feriti, ci sono molti recuperi di pulli tipici della stagione primaverile, pulli che devono essere svezzati manualmente e con molta frequenza”. “La provincia di Treviso continua a essere operativa per i cittadini e anche per la tutela degli animali – spiega Stefano Marcon presidente della provincia di Treviso – se da un lato la nostra polizia provinciale combatte quotidianamente una dura lotta contro il bracconaggio, dall’altro il Centro di recupero fauna selvatica rappresenta un fiore all’occhiello che tutto il Veneto ci invidia. Ringrazio allora le associazioni animaliste per l’impegno dimostrato e invito come sempre i cittadini a segnalare eventuali situazioni di animali selvatici in difficoltà”.

Un cittadino che dovesse trovare un animale selvatico ferito o in difficoltà può contattare il Centro recupero fauna selvatica chiamando il numero 320.4320671.

https://www.trevisotoday.it/attualita/animali-selvatici-recupero-provincia-treviso-12-maggio-2021.html

Centro di Recupero Fauna Selvatica della provincia: 500 animali salvati in un mese. 12/05/2021
Tra gli animali recuperati in questo primo mese di attività: rapaci, ungulati, roditori, lepri, uccelli di varie specie e persino un cucciolo di cinghiale e un volpino.

Sono già 500 gli interventi di salvataggio messi in pratica dal Centro di Recupero Fauna Selvatica della Provincia di Treviso soltanto nell’ultimo mese, da quando cioè è partita la nuova convenzione che prevede la gestione affidata al CRAS Treviso. Un’attività frutto dell’unione di 6 associazioni ben radicate sul territorio (Progetto Riccio Europeo, Lav, Leidaa, Lipu, Oipa, WWF). L’attività del CRFS che ha sede al Parco della Storga non si è mai interrotta, ma la carenza di personale aveva messo in difficoltà le sole attività di recupero che ora, dopo la convenzione con le associazioni animaliste, sono riprese a pieno regime tanto da superare il mezzo migliaio di interventi. Tra gli animali recuperati in questo primo mese di attività: rapaci, ungulati, roditori, lepri, uccelli di varie specie e persino un cucciolo di cinghiale e un volpino. Attualmente, sono 130 quelli ospitati in degenza al Centro. «La Provincia di Treviso continua a essere operativa per i cittadini e anche per la tutela degli animali – spiega Stefano Marcon, presidente della Provincia di Treviso – se da un lato la nostra Polizia Provinciale combatte quotidianamente una dura lotta contro il bracconaggio, dall’altro il Centro di Recupero Fauna Selvatica rappresenta un fiore all’occhiello che tutto il Veneto ci invidia e i numeri mostrati dalla prima gestione del CRAS testimoniano quanto il periodo sia delicato. Ringrazio allora le associazioni animaliste per l’impegno dimostrato e invito come sempre i cittadini a segnalare eventuali situazioni di animali selvatici in difficoltà. Ricordo infine che nella convenzione stretta con Comunica per la gestione del Parco della Storga, rientrano anche attività con il Centro di Recupero, sempre ovviamente nel pieno rispetto degli animali ospiti che vanno protetti e non disturbati”. «Il lavoro è impegnativo ma siamo sulla strada giusta. I grandi progetti si possono realizzare solo con la massima collaborazione ed è questo il caso – spiega Michela Dugar, responsabile del Centro – La Provincia di Treviso ha dimostrato il coraggio e la fiducia in un progetto innovativo, mettendo a disposizione il know how del corpo della propria Polizia Provinciale. Il periodo è impegnativo anche perché oltre agli animali feriti, ci sono molti recuperi di pulli tipici della stagione primaverile, pulli che devono essere svezzati manualmente e con molta frequenza».

Un cittadino che dovesse trovare un animale selvatico ferito può contattare il Centro Recupero Fauna Selvatica al 320.4320671.

Gazzettino TV, giovedì 13 maggio 2021

Tribuna, giovedì 13 maggio 2021

Il “governo dei migliori” non si smentisce e muove i primi passi per rilanciare fortemente i processi di privatizzazione del servizio idrico. Abbiamo già avuto modo di denunciare come il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza inviato dal Governo Draghi alla Commissione Europea, tramite la cosiddetta “riforma” nel settore idrico, preveda un sostanziale obbligo alla privatizzazione nel sud Italia puntando alla costruzione di grandi gestori, sul modello delle multiutility quotate in Borsa, che si ammantino della capacità di rafforzare il processo di industrializzazione e subordinando l’erogazione dei fondi all’affidamento della gestione a questa tipologia di società. Il Ministero della Transizione Ecologica, guidato da Roberto Cingolani, non è stato a guardare e punta a diventare il primo della classe nell’attacco ai beni comuni. In questi giorni, infatti, ha preparato una bozza del nuovo decreto “semplificazioni” intitolata “Disposizioni urgenti in materia di transizione ecologica”, di fatto una delle prime norme attuative del PNRR, in cui all’art. 19 si propone di cancellare la possibilità di gestione autonoma da parte dei Comuni che rispettano alcuni presupposti di legge come l’approvvigionamento idrico da fonti qualitativamente pregiate, sorgenti ricadenti in parchi naturali e l’utilizzo efficiente e la tutela della risorsa idrica. Quella che si sta provando ad abrogare è una norma di buon senso che nulla toglie all’obiettivo di superare l’eccessiva frammentazione orizzontale nella gestione del servizio idrico e alla proficua collaborazione e cooperazione tra Enti Locali appartenenti a uno stesso bacino idrografico e territorio. In realtà, sembra evidente come si provi a fare dei comuni un capro espiatorio per rilanciare la privatizzazione e nascondere il fallimento e le reali responsabilità di un sistema di gestione improntato esclusivamente a logiche di mercato e di profitto. Si tratta di un fatto di assoluta gravità perché con un tratto di penna si mira a sopprimere tante esperienze virtuose ed efficienti che hanno visto i comuni, quali Enti Locali di prossimità, prendersi cura, difendere, tutelare una risorsa fondamentale alla vita come l’acqua e garantire un servizio di qualità alla collettività. Come Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua siamo al fianco di tutti i Sindaci, di tutti i comuni e di tutte quelle realtà che intendono opporsi a questa norma  e mettere in campo iniziative volte alla sua esclusione da questo decreto.
Roma, 12 maggio 2021 – Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

Due coppie hanno nidificato con successo a Orbetello e Orti-Bottagone. In totale sono 7 i nidi in Italia: oltre alla costa toscana, ora anche a Capraia e in Sardegna. Roma, 10 maggio 2021

Cartella – https://www.dropbox.com/sh/ywn0uul4zipphbk/AAC49RwkmBb0wsfYEQumDl5ua?dl=0.

Ottime notizie per la Natura. Lieto evento nelle Oasi e Riserve Naturali WWF Laguna di Orbetello e Orti-Bottagone, lungo la costa toscana, dove due coppie di falco pescatore (Pandion haliaetus), tra le specie di rapaci più rare d’Italia, hanno nidificato con successo anche quest’anno, come testimoniato dalle prime schiuse. Ad annunciarlo è Donatella Bianchi, presidente del WWF Italia: “Siamo orgogliosi di poter dare anche quest’anno questa meravigliosa notizia, che conferma l’importanza delle nostre Oasi come siti di nidificazione invitanti ed idonei per la specie, dove il progetto di reintroduzione della specie in Italia continua a dare i suoi frutti e rappresenta un esempio concreto della nostra campagna ReNature Italy. Anche quest’anno, per dare un nome ai piccoli rapaci, abbiamo deciso di fare un contest sui social tra gli alunni delle scuole che ospitano le Aule Natura, le nostre classi (viventi) all’aperto in cui imparare ogni giorno nella natura e dalla natura”. Giampiero Sammuri, presidente di Federparchi e ideatore del progetto di reintroduzione nel Parco regionale della Maremma dichiara: “È un’ottima notizia che rafforza sempre più il quadro della presenza della specie nel nostro paese, a partire dalla prima riproduzione avvenuta esattamente 10 anni fa, dopo le prime reintroduzioni nel 2006 nel Parco della Maremma, portando oggi a 6 i siti di nidificazione in Toscana, grazie alla novità rappresentata dalla prima nidificazione sull’Isola di Capraia, e a quello di Porto Conte in Sardegna. Ora speriamo che la presenza si rafforzi ulteriormente anche in altre regioni, magari proprio a partire da altre oasi WWF come quella di Persano, in Campania”. Le coppie e i piccoli saranno ora monitorati senza creare alcun disturbo grazie a speciali telecamere installate sui nidi.

Per salvare i leoni africani dall’estinzione dal 9 al 23 maggio dona al 45585, aiuterai il WWF a raddoppiare il numero dei leoni entro il 2050. Roma, 9 maggio 2021 – Qui il link alla pagina web di campagna https://www.wwf.it/progetto_leone_/?utm_source=PressOffice&utm_medium=CS&utm_campaign=SMS_Leone.

Cartella materiali – https://www.dropbox.com/sh/0ctnk16eaojwvb3/AABB3wzzlfIe4sXVkxdJdWv3a?dl=0.

Simbolo da sempre di fierezza e forza della natura, il leone è il re della savana e della foresta e nessuno si immagina un mondo senza questo meraviglioso felino. Eppure questa specie iconica in Africa sta scomparendo ad un ritmo impressionante. Oggi il leone africano (Panthera leo) sopravvive solo nel 10% del suo areale storico e in 100 anni la popolazione è passata da 200.000 a meno di 20.000 individui, con un crollo pari al 90%. Questo declino, causato soprattutto dal degrado degli habitat naturali, da bracconaggio e commercio illegale, è accelerato negli ultimi anni, con la più recente classificazione IUCN, che stima un calo del 43% tra il 1993 e il 2014. Le tendenze attuali suggeriscono che in assenza di misure efficaci e di progetti di conservazione dedicati i leoni diminuiranno di un ulteriore 50% nei prossimi due decenni in Africa occidentale, centrale e orientale. Dobbiamo agire ora per non perdere questo predatore, la cui presenza indica lo stato di salute e integrità degli habitat e la cui diminuzione determinerebbe effetti negativi a catena su tutto l’ecosistema. Per questo il WWF lancia il progetto “SOS Leone”, che contribuisce ad un programma globale per salvare i grandi felini del pianeta con l’obiettivo di raddoppiare entro il 2050 il numero dei leoni che vivono in natura, invertendo una tendenza che rischia di portare ad una loro rapida e inesorabile scomparsa. Dal 9 al 23 maggio ogni donazione al 45585 con SMS o chiamata da rete fissa, aiuterà il WWF a fornire ai ranger l’equipaggiamento e le attrezzature per combattere la piaga del bracconaggio, a donare agli allevatori lampade solari che allontanano i leoni dalle loro mandrie, evitando così che vengano uccisi per vendetta. Il WWF potrà inoltre finanziare la ricerca sul campo per censire i nuclei superstiti dei leoni e collaborare con enti e aree protette per trovare le soluzioni più efficaci per salvare questa specie. 

Lo stato di conservazione. Storicamente, tutti i leoni africani sono stati classificati come singola sottospecie (Panthera leo leo), ma recenti studi considerano i leoni di Asia, Africa occidentale, centrale e settentrionale come appartenenti alla sottospecie Panthera leo leo, mentre quelli dell’Africa meridionale e orientale vengono classificati come Panthera leo melanochaita. In attesa che la nuova sistematica venga formalmente adottata, il leone è ancora trattato come una singola specie e inserito nella Lista Rossa delle specie a rischio estinzione nella categoria Vulnerabile. Questa generalizzazione maschera però successi di conservazione locali e fallimenti: ad esempio la popolazione dell’Africa occidentale è considerata in Pericolo Critico (con un declino tra il 1993 e il 2014 pari al 66%), mentre la popolazione orientale è considerata in Pericolo (declino nello stesso arco di tempo pari al 57%); l’Africa meridionale è quella che in passato ha registrato il declino più significativo, ma recentemente alcune popolazioni sono rimaste stabili mentre altre hanno mostrato segni di ripresa. Le aree protette non bastano a salvare il leone: del resto solo il 56% dell’areale della specie è concentrato nei parchi africani. Mentre leoni e prede sono in fase di declino in un’elevata porzione di aree protette, le popolazioni più numerose di 500 individui fanno tutte registrare trend verso il basso. I leoni si sono già estinti in 26 paesi africani e oggi sono presenti solo in 27.

Nell’infografica sopra l’areale attuale della specie (arancione e rosso) e l’areale storico (giallo scuro). Le aree in rosso rappresentano i territori con presenza di popolazioni di leone composte da almeno 500 individui adulti (fonte Panthera.org). 

La presenza dei leoni non solo offre benefici ai sistemi naturali, ma può contribuire a migliorare le economie dei paesi dove vivono e produrre notevoli benefici per le comunità locali attraverso le attività legate al turismo, essendo i leoni una delle specie ritenute più carismatiche e iconiche al mondo. Con l’espansione della popolazione umana e delle relative attività tra cui l’allevamento del bestiame, gli habitat dei leoni stanno velocemente scomparendo, degradando e frammentando. Ciò si traduce inevitabilmente in una minore disponibilità di prede selvatiche per i leoni e con la sempre più stretta vicinanza fra leoni e persone. In assenza di interventi e misure di mitigazione, la vicinanza uomo leone significa aumento dei conflitti, aggravati anche dagli effetti del cambiamento climatico. Per poter sopravvivere e svolgere le loro funzioni ecologiche e contribuire al sostentamento delle economie locali, i leoni hanno bisogno di territori vasti con popolazioni di prede stabili, condizioni particolarmente difficili in un continente che vede una rapida crescita della popolazione umana.

Cosa minaccia il futuro dei leoni. I leoni, trovandosi ai vertici delle catene alimentari e dei processi ecologici, devono affrontare una miriade di minacce, spesso aggravate dalla mancanza di azioni di conservazione coerenti e integrate e dall’assenza o scarsa attuazione di corrette politiche di gestione del territorio. Recentemente, poi, l’impatto della pandemia sull’economia e sulle comunità locali si è aggiunto alle cause storiche di declino della specie, creando una tempesta perfetta, che, senza interventi e investimenti mirati, potrebbe non solo cancellare l’impegno finora profuso per la conservazione dei leoni, ma determinarne definitivamente la loro estinzione con tutte le conseguenze che ne deriverebbero per i sistemi naturali africani, le comunità locali e i nostri valori culturali.

Ecco le minacce affrontate dal lavoro di conservazione del WWF in Africa per salvare i leoni dall’estinzione.

Perdita, degrado e frammentazione dell’habitat. In tutta l’Africa, gli habitat naturali (protetti e non protetti) scompaiono, si degradano o si frammentano a un ritmo senza precedenti. La popolazione umana è destinata a raddoppiare entro il 2050, richiedendo un’ulteriore disponibilità di terre in cui insediarsi, allevare bestiame e coltivare cibo. E le aree che ora ospitano la grande fauna selvatica, come le popolazioni di leoni, possono essere più redditizie per le comunità locali se convertite all’agricoltura o all’estrazione mineraria e ad altri usi, facilitando il raggiungimento di obiettivi di sviluppo locale. Oltre a diminuire la presenza dei leoni in Africa, la presenza di habitat più piccoli e isolati acuisce la perdita di diversità genetica, aumentando la suscettibilità alle malattie e diminuendo il successo riproduttivo della specie.

Scomparsa delle prede. Così come scompaiono gli habitat naturali, scompaiono anche le diverse specie di prede disponibili per i leoni. Tuttavia, la principale causa della scomparsa delle prede è il commercio di carne di animali selvatici, che contribuisce in modo significativo alla sicurezza alimentare e genera reddito. La caccia di sussistenza ha causato un diffuso declino della fauna selvatica ed è la principale minaccia per i leoni all’interno delle aree protette. Oltre a ridurre le prede, l’uso di trappole, lacci, veleni, crea infiniti pericoli per la specie, che caccia su territori molto vasti. Sono infatti molti i leoni che rimangono feriti o uccisi dalle trappole destinate ad altri animali. 

Conflitti uomo-leoni. I conflitti tra esseri umani e carnivori sono una delle principali cause di declino dei grandi feline in tutto il mondo. I leoni entrano regolarmente in conflitto con gli esseri umani nel momento in cui bestiame domestico viene allevato nel loro habitat. I danni prodotti dalla predazione dei leoni sugli animali allevati possono essere considerevoli, soprattutto sulle piccole economie locali che sostengono comunità e tribù. In risposta, i leoni vengono visti come nemici e spesso illegalmente uccisi. Questi conflitti si verificano sia all’interno che all’esterno delle aree protette. Al di fuori, dove la fauna selvatica e l’uomo condividono lo stesso spazio, in assenza di misure efficaci e di progetti di conservazione dedicati, il conflitto può portare a estinzioni locali e alla perdita di individui o gruppi di leoni. All’interno delle aree protette, i conflitti si concentrano soprattutto, verso i confini dove sia i leoni possono occasionalmente uscire dall’area protetta sia gli allevatori possono invadere l’area protetta. Questa situazione ha un serio impatto sulla densità e sulla struttura della popolazione di leoni, a causa dell’aumento della mortalità degli adulti e della riduzione della dispersione della specie. Anche il cambiamento climatico aumenta i conflitti con i leoni, questo perché le aree protette, grazie all’integrità degli ecosistemi, hanno una maggiore disponibilità d’acqua (fiumi stagni pozze) e gli allevatori, nei sempre più lunghi periodi di siccità, sconfinano all’interno delle aree protette per abbeverare le proprie mandrie.

Commercio illegale. Il commercio illegale di leoni e delle loro parti (trofei, ossa, pelli, denti, artigli), trainato da collezionisti, dalla medicina tradizionale, e dal mercato dei souvenir, è sempre più preoccupante e deve essere affrontata per la conservazione della specie. Si ritiene che le misure adottate nel 2007 per limitare il commercio di ossa di tigre (Panthera tigris) abbiano portato a un aumento della domanda internazionale di ossa di leone.

https://www.youtube.com/watch?v=MIsQEfqjdak&feature=youtu.beFAI LA PARTE DEL LEONE: DAL 9 AL 23 MAGGIO DONA AL 45585 E AIUTERAI IL WWF A RADDOPPIARE IL NUMERO DI LEONI ENTRO IL 2050.

Clicca QUI per scaricare il videohttps://www.dropbox.com/s/9io6276upg8ssxp/SPOT%20SMS%20LEONE.mp4?dl=0.

Il leone è il re della savana e della foresta, l’animale simbolo di forza, coraggio, vitalità. Ma oggi sono rimasti meno di 20mila leoni selvatici nel mondo, a causa del degrado degli habitat naturali, bracconaggio e commercio illegale. Ognuno di noi ora può decidere di “fare la parte del leone” e aiutare il WWF a salvare questa specie dall’estinzione donando dal 9 al 23 maggio al 45585 con SMS o chiamata da rete fissa per sostenere il progetto “SOS Leone”.

Il valore della donazione sarà di 2 euro per ciascun SMS inviato da cellulari WINDTRE, TIM, Vodafone, Iliad, PosteMobile, Coop Voce e Tiscali. Sarà possibile anche donare 5 euro o 10 euro attraverso le chiamate da rete fissa TIM, Vodafone, WINDTRE, Fastweb e Tiscali e, sempre per la rete fissa, di 5 euro da TWT, Convergenze, PosteMobile.